“Storia, terza parte (ultimissima)” di Adele Libero

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Il sole deciso delle cinque del pomeriggio faceva filtrare dalla persiana socchiusa raggi che disegnavano righe sul muro, tinteggiato di giallo qualche mese prima, in occasione dei cinquanta anni di matrimonio di Vanna, festeggiati con la figlia Ilaria, suo marito Riccardo, i nipoti Serena e Totto e tantissimi cari amici. Per un attimo Vanna aveva addirittura pensato di invitare Sara e Francesco, i mancati consuoceri di tanti anni prima, ma Lucio, suo marito, le aveva chiaramente fatto capire che no, non era proprio il caso. Dopo tanti anni, con le vite ormai riordinate su binari dritti e luminosi, dopo la sofferenza della rottura del fidanzamento di Ilaria e Gianni, non era necessario ripercorrere sentieri dolorosi.

 

Vanna aveva dovuto convenire che il marito aveva sempre ragione, quasi sempre, almeno. Era bravo, era andato in pensione da sei mesi e l’aiutava sia in casa che con i nipoti, che di giorno stazionavano da loro, visto che Ilaria aveva un lavoro fisso, indispensabile al menage familiare. Erano adorabili, Serena e Totto, gemelli ormai sedicenni, impegnatissimi negli studi liceali. E si volevano bene, uniti e compagni di tantissime attività, dagli scherzi ai nonni, alle uscite serali in discoteca. Venivano dopo la scuola e dopo aver pranzato con loro studiavano in quella che un tempo era stata la stanza di Ilaria. Andavano via prima di cena, non senza abbracciare gli amatissimi nonni.

 

Lucio rientrò in casa, fece girare la chiave e mentre i nipoti erano chiusi in camera a studiare si accostò alla moglie. Le porse una lettera. Strano, veniva dalla Spagna, dalla clinica di Lloret de Mar.

 

A Vanna, già prima di aprirla, si ghiacciò il sangue nelle vene, nonostante la temperatura bollente. Che vorranno, pensò? Dopo quarantacinque anni dal loro soggiorno, durante il quale era stata concepita Ilaria, grazie alla donazione di seme da parte di uno sconosciuto, di cui era noto soltanto il numero identificativo? Numero che, sfortunatamente, era coinciso con quello del donatore di seme dell’ex fidanzato di Ilaria, Gianni, i cui genitori erano ricorsi alla medesima clinica.

 

Pertanto i due innamorati si erano dovuti lasciare perché Gianni, nonostante le preghiere di Ilaria, non aveva voluto sposare la sorella e non poter avere un figlio tutto suo.

 

Lucio e Vanna lessero insieme la missiva improvvisa ed imprevista. In un italiano passabile venivano informati che poteva esserci stato un errore nel numero di identificazione del donatore. Di questo si scusavano moltissimo. Era successo che, all’epoca, le pratiche di fecondazione assistita erano seguite da un’impiegata, una certa Ines, che non era molto solerte e pratica del lavoro. Per questo era stata licenziata. Ma prima di andarsene la donna aveva voluto praticare una sorta di vendetta a scapito dei clienti ed aveva messo lo stesso numero identificativo del donatore di seme su molte cartelle.

 

Per anni nessuno aveva realizzato lo sbaglio. Poi un ragazzo, concepito anche lui nella clinica, si era ammalato ad un rene e, non essendo compatibile con il padre, era stato richiesto alla struttura sanitaria di avere informazioni su quello biologico. Questi era stato chiamato per poter effettuare, se possibile, la donazione di un rene, ma gli accertamenti avevano mostrato che era incompatibile al cento per cento! I medici erano increduli, la famiglia del ragazzo aveva chiamato la polizia e le indagini avevano chiarito che c’era, per il mese di nascita del ragazzo, una serie incredibile di cartelle con lo stesso numero di donatore!

 

La lettera proseguiva, dicendo che adesso, previe ulteriori ed approfondite ricerche, si sarebbe potuti risalire alla vera identità del padre biologico di Ilaria. Erano pronti a ricavarla, se richiesto.

 

Allora, allora, allora…riusciva solo a balbettare Vanna! Allora tutta la sofferenza della figlia, del suo ragazzo e la loro, era stata inutile! Un gioco stupido del destino! Un prendi e lascia del filo della felicità che non si poteva spiegare con nessun nesso logico!

 

Anche Lucio era rimasto stranito, stupito, senza parole. Poi gli montò la rabbia. “Ci devono risarcire!” disse, “devono pagare per questo stupido sbaglio che ha rovinato le nostre vite, diamine” !!

 

Vanna non era di uguale avviso! “Che dici? Vuoi che Ilaria sappia la verità? Che avrebbe potuto, molto probabilmente, sposare Gianni, l’amore della vita ?” ragionò, accalorandosi. “E’ meglio che i ragazzi non sappiano niente. Anzi, devo chiamare Sara per accertarmi che non sappia niente, e, nel caso avesse ricevuto la lettera, non ne parli col figlio. ”

 

Per fortuna ricordava di non aver buttato la vecchia agendina coi numeri telefonici datati. La prese e compose il numero. Ma al telefono sentì la voce di Gianni. Lui, infatti, non si era sposato e viveva con gli anziani genitori. Vanna mise subito giù. Ma dopo qualche istante fu il loro telefono a squillare. Era proprio Gianni, che aveva ricevuto la lettera, indirizzata ai suoi, che erano a Fiuggi per le cure termali.

 

“Cosa vuoi?” chiese freddamente Vanna. “Signora, lo sa bene cosa voglio! Il numero di Ilaria, ho diritto di parlarle, di chiarire, no? Ha ricevuto anche lei la lettera, vero? Sono ancora sotto choc! Dopo tanti anni, tanta sofferenza e solitudine ho scoperto che forse avrei potuto…sposarla! “. Si sfogava e la voce pian piano si incrinava, facendo leggere la sofferenza e la solitudine di cui parlava, il tormento per non aver potuto coronare un sogno! E’ vero, era stata colpa sua non unirsi ad Ilaria, ma il sapere che erano fratelli non gli aveva permesso di pensare più a lei come una possibile sposa! Adesso le cose cambiavano. Bastava andare a Lloret de Mar ed identificare i veri donatori e le loro vite potevano ritornare sugli antichi passi, andando incontro a quella via dorata che non avevano più percorso insieme.

 

I gemelli di Ilaria ormai erano grandi, avrebbero capito che anche la madre aveva bisogno, anzi diritto, ad essere felice, a respirare la sua stessa aria !!

 

Questo aggiungeva, con parole rotte dal pianto Gianni. Questo sentiva Vanna, che non sapeva più bene con chi prendersela, se con lei stessa, col destino, o con quella impiegatucola di LLoret de Mar!!

 

“Ascolta, Gianni, facciamo così”, gli disse dopo una pausa. “Andremo noi alla clinica ed accerteremo la verità. Poi prenderemo le altre decisioni. Intanto non ne parleremo della lettera, con nessuno. Va bene?” “Ok, aspetterò. Ma niente scherzi, ormai è chiaro che in Spagna hanno perso la testa, ma devono chiarire tutto! ”

 

Per fortuna si era a giugno, i ragazzi la settimana seguente dovevano andare al mare con gli zii paterni e loro avevano qualche giorno libero. Sarebbero partiti allora, avrebbero capito come stavano le cose.

 

Quando il venir della notte si fa attendere, le giornate paiono eterne. E giugno è un mese lucente: i tramonti si attardano sul ciglio del giorno e la dea Luce domina ed esaspera le attese di chi vorrebbe che il filo del tempo accelerasse il suo girare.

 

Ma venne anche il sospirato giorno. Vanna e Lucio partirono, dicendo alla famiglia che andavano sulla costa azzurra. Una mezza bugia, in fondo. Si doveva per forza passare da Nizza e Cannes per andare in Spagna con l’auto. Si doveva traversare una costa stupenda, ora davvero azzurrissima, ora dalle rocce rosse che sembrava colorassero anche l’acqua di mare creando uno spettacolo unico al mondo.

 

Ma quando il cuore è percorso da fiumi di pensieri diversi, che lo fanno battere più forte; quando l’ansia ha il sopravvento sul percorso degli eventi ordinari, allora il panorama resta un sipario indifferente sul cui sfondo stanno gli attori, i protagonisti della nostra storia.

 

E solo due sere dopo, Vanna e Lucio, finalmente giunti alla clinica, dopo una giornata di tensione ed incertezze, potettero di nuovo ragionare tra loro. Ora non dipendeva più dagli altri. Era Ilaria che doveva decidere se cambiare il corso della vita o continuare come se nulla fosse successo.

 

E quando tornarono, Ilaria, si risolse, dopo aver puntato gli occhi al soffitto solo per qualche attimo. Non era sorpresa, forse in cuor suo l’aveva sempre saputo che amare Gianni non era peccato. E lui, infatti, non era il fratello. Alla madre avevano spiegato che il “suo” donatore, un certo Raul, aveva effettuato una sola “prestazione”, utilizzata per lei. Dopo non ne aveva più voluto sapere di avere figli a distanza, che non avrebbe mai carezzato, conosciuto, tenuto per la mano. E quindi, a prescindere dal risultato di Gianni, era certo che non erano fratelli. Come scavare in un pozzo e trovare l’agognata acqua, come raggiungere la pentola in fondo all’arcobaleno!

 

Ma lui non l’aveva voluta, anni prima, non l’aveva più cercata dopo la tempesta di notizie che si era abbattuta nelle loro vite con prepotenza. Quindi, non l’amava abbastanza. Ed ora non avrebbe potuto deludere i figli, il marito e se stessa e virare completamente il corso della vita.

 

Forse fu un caso, ma dopo qualche giorno Ilaria stranamente non ascoltò la notizia, data in Tv, del direttore di una clinica spagnola, che si era tolto la vita per aver gestito con leggerezza ed inefficienza molte pratiche delicate. Non l’ascoltò neppure Gianni, che aveva chiesto ed ottenuto subito un trasferimento nella filiale australiana della banca dove lavorava. Forse lì avrebbe trovato un una nuova vita. Chissà.

 

E non lo seppe neppure Ines, la famosa impiegata licenziata, che ebbe il terzo nipotino dalla figlia, che aveva praticato un’eterologa grazie ad un ovulo della sorella, fecondato col seme di un donatore sconosciuto.