accadde…oggi: nel 1928 nasce Eleonora Vincenti, di David Sorani

http://www.hakeillah.com/4_15_23.htm

2015 – Il 3 luglio scorso, nella sua bella casa sulla collina di Cavoretto, è mancata Eleonora Vincenti, sino al 2000 docente di filologia italiana all’Università di Torino. Torinese, nata nel 1928, era figlia del grande germanista Leonello Vincenti, tra i collaboratori de “Il Baretti” e poi per lunghi anni punto di riferimento, con Mittner e pochi altri, degli studi germanistici in Italia – titolare nell’Ateneo torinese della cattedra di letteratura tedesca. La madre di Eleonora era Friederike Gutmann, ebrea tedesca, figlia di quella illuminata civiltà ebraico-tedesca violentata e distrutta dal nazismo, ripercorsa con amore negli scritti di George Mosse (Il dialogo ebraico-tedesco, Giuntina 1995).

Specializzatasi in filologia con Ferdinando Neri, la giovane Eleonora fu assistente di Gianfranco Contini sulla cattedra di filologia romanza dell’Università di Firenze.

Ma al di là dei suoi meriti di illustre studiosa, autrice di importanti opere sui trovatori, su Dante, sulla letteratura italiana medievale, mi pare giusto ricordarla ai lettori di Ha Keillah per la sua vicinanza atipica all’ebraismo, un legame culturale e storico, familiare, una vicinanza personale molto sentita, peculiare di una intellettuale ebrea laica e atea. Un legame che si coniugava in lei con la partecipazione democratica e con l’antifascismo, ereditato dall’esperienza paterna e da lei personalmente rivissuto attraverso una assidua, silenziosa, preziosa collaborazione con l’ANED, l’Associazione degli ex-deportati politici impegnata negli anni Settanta e Ottanta, sotto la guida sicura di Bruno Vasari, nella ricostruzione della memorialistica della deportazione. In questo oscuro (ma illuminante) lavoro di revisione e di cura dei testi le furono accanto Lucio Monaco, attuale punto di riferimento della sezione torinese, e Grazia Davoli, insegnanti liceali di Lettere legati a lei da profonda amicizia.

L’identità ebraica, in lei insieme discreta e radicata, spingeva Eleonora a convergere verso quella visione ampia e problematica dell’ebraismo che trova sulle pagine di Ha Keillah una vivace espressione. Era così divenuta una attentissima e critica lettrice di HK; una lettrice a cui non sfuggiva un solo articolo, una sola questione affrontata sul giornale: talvolta per approvare, talvolta per dissentire anche nettamente da pagine che comunque considerava anche sue. E non era solo lei, ma l’intero terzetto (Eleonora, Lucio, Grazia) a seguire con interesse i dibattiti del nostro periodico.

Così li ho conosciuti, così è nata – negli anni della mia direzione del giornale – la nostra genuina amicizia, fatta di incontri frequenti, di conversazioni politiche su Israele e non solo, di scambi culturali, ma anche molto spesso di scherzi e di giochi con i nostri figli allora bambini. Poi purtroppo le nostre serate si sono diradate, poi la malattia si è portata via Grazia. Ma il ricordo di quei piacevoli appuntamenti tra amici, a casa nostra o nel bel giardino di Eleonora, è rimasto per me un punto fermo, legato a un periodo di crescita, di autentici legami umani.

Eleonora era una donna di rara intelligenza, di profondo incrollabile rigore, di straordinario acume critico: non ti risparmiava i suoi strali ironici, i suoi giudizi talvolta taglienti ma sempre adeguati e comunque costruttivi. Dietro il suo ironico rigore intellettuale si celava – quasi timorosa di mostrarsi apertamente – una ricca umanità, una saggezza fatta di cultura autentica, posseduta e vissuta. Ma tutto si esprimeva in lei con semplicità, con naturale modestia, senza alcuna forzatura. Tutto si manifestava attraverso il suo intelligente sorriso. Un sorriso di cui adesso sentiremo forte la mancanza.

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