accadde…oggi: nel 1926 nasce Elena Varzi, di Franco Sepe

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https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/le-donne-nate-a-roma-women-born-in-rome/

2014 – Con Elena Varzi, un altro volto indimenticabile del cinema neorealista, ahimè, ci ha lasciati. Era il primo giorno di settembre, quando l’attrice, 87 anni compiuti, si è spenta tra le braccia di Eleonora e Saverio – l’altra figlia, Arabella, si trovava a Roma al momento del decesso. Si è spenta nella tenuta estiva di Sperlonga, dove lei e Raf Vallone, di cui era la vedova da dodici anni, e il resto della famiglia, erano usi trascorrere, da oltre mezzo secolo, i mesi più caldi dell’anno. Ultimamente assai smagrita, conservava nello sguardo il suo amabile sorriso – che tante volte aveva fatto da contrappunto al sorriso sempre venato d’ironia di suo marito – e un’ampia calma nei gesti, capace di mettere chiunque a proprio agio. La donna che all’epoca in cui uscirono nelle sale Il cammino della speranza di Pietro Germi e Il Cristo proibito di Curzio Malaparte, era riuscita ad ammaliare lo spettatore pur senza possedere una bellezza prepotente o una particolare prestanza fisica – indizi allora di una chiara predisposizione e vocazione al divismo, che lei, per sua indole, non avvertiva dentro di sé – emanava, ancora sessant’anni dopo, quella grazia naturale, una grazia mai esibita ma capace di manifestarsi credibilmente nei personaggi femminili da lei interpretati per il grande schermo, proprio perché quei tratti intimamente le appartenevano.

L’attrice romana, che nella prima metà degli anni Cinquanta era apparsa in ben quattordici film, recitando nella maggior parte dei quali accanto al suo adorato Raf, per poi smettere del tutto, non guardava con invidia alle altre colleghe che dive lo erano diventate e venivano sempre più scritturate da registi e produttori – come la Magnani e la Mangano, la Lollobrigida e la Loren. E non fu tanto perché suo marito, in quel momento al colmo della celebrità, le avesse chiesto di dedicarsi interamente alla famiglia (anziché lasciarsi come lui fagocitare dal cinema), che la sua carriera ad un certo punto si era arrestata Più che un sacrificio era stata una sua deliberata rinuncia – a sentire lei – di cui in seguito non ebbe mai più a pentirsi. Certo, mancandole le occasioni per portare a maturazione le sue doti di artista, per mettere a punto la sua abilità di interprete nella varietà e centralità dei ruoli che le sarebbero stati sicuramente assegnati, il suo talento non ebbe modo di affermarsi più di tanto e la sua avventura con il cinema si concluse insieme a quel decennio glorioso. In certi ambienti, non solo il carattere, ma la fortuna, il caso, l’iniziativa personale risultano decisivi. Cosa ne sarebbe stato di Giulietta Masina, tanto per fare un esempio, se Fellini, sfidando l’incredulità dei produttori, non avesse imposto loro sua moglie, immortalandola nei ruoli di una Gelsomina e di una Cabiria e strappandola con quel suo gesto generoso all’anonimità nella quale il cinema l’aveva fino ad allora relegata?

Elena Varzi

Sicuramente, la Varzi, priva di quella grinta necessaria ad un artista per sfondare, non avrebbe osato avventurarsi più di tanto nella giungla del cinematografo per sperimentare sulla propria pelle le sue dure leggi. E in effetti, già a partire dal suo esordio in E’ primavera di Renato Castellani, del 1950, la poco più che ventenne Elena, che pure aveva calcato per diletto il palcoscenico di un istituto religioso, presso cui lavorava come segretaria, in Piazza San Silvestro, sembra guardare con diffidenza alle allettanti offerte del successo. Così come ha vinto un concorso di bellezza, diventando Miss cinema, per volere di suo padre, allo stesso modo cede malvolentieri all’insistenza di Castellani quando le propone di interpretare la parte di una ragazza siciliana sposa di un giovane militare votato alla bigamia. << Durante il tragitto che giornalmente compivo per recarmi al lavoro, un giorno Castellani mi si avvicinò chiedendomi di fare un provino. Io rifiutati, ma un’amica che era con me e come un po’ tutte le ragazze sognava di fare del cinema, gli diede il suo numero di telefono. Passò qualche giorno e Castellani chiamò a quel numero, ma non per parlare con la mia amica bensì con i genitori di Elena Varzi. E così riuscì a ottenere il consenso da mio padre>>.
Poi sarà la volta di Germi, che la preferì a un’attrice già scritturata ma rinunciataria per uno schiaffo ricevuto dal regista deluso da un taglio di capelli non concordato. E fu l’occasione, grazie a quello schiaffo, anche per conoscere Raf Vallone, che non aveva mai visto in un film, e iniziare con lui un’unione duratura – la morte del coniuge, nel 2002, avvenne pochi mesi dopo l’anniversario delle loro nozze d’oro – e un sodalizio artistico che li ha visti lavorare insieme per ben otto volte. << Il primo nostro incontro avvenne in treno. Con tutta la troupe eravamo diretti in Val d’Aosta per girare quelle scene che poi nel film compaiono per ultime. Nella ripresa del duello tra Raf e l’attore che nel film interpretava il mio uomo, era previsto che mi intromettessi per separarli. Così facendo gli procurai un graffio al naso. La scena fu ripetuta più volte, ma ad ogni nuovo ciak finivo con le dita contro il suo naso, facendolo sanguinare. Dopo una pausa rifacemmo la scena, e questa volta andò bene. Tutti andarono via ma io rimasi ancora una buona mezz’ora da sola sul set, chiedendomi perché avessi sbagliato. Era ormai buio e dopo un po’ arrivò Raf. Giravano voci, a cui non davo molto credito, che mi corteggiasse. Si avvicinò e mi prese per mano. Facemmo una lunga passeggiata, nel corso della quale mi recitò delle bellissime poesie. Poi mi baciò>>.
Poco dopo il successo ottenuto dalla coppia di attori al Festival del cinema di Berlino (Orso d’argento quali migliori interpreti) e a Cannes, Vallone la presenta a Curzio Malaparte – il quale, affidatagli la parte del protagonista in quella che è anche la sua unica opera cinematografica, Il Cristo proibito, non aveva smesso di cercare un volto femminile per la parte di Nella. La Varzi, quasi senza nemmeno aprir bocca, fa colpo sullo scrittore toscano e viene da lui subito ingaggiata.
Quegli sguardi di Elena tra il fiero e il sommesso, capaci di trattenere una tensione che non conosce limiti di intensità e durata – come nella indimenticabile sequenza da Il cammino della speranza, fatta di primi e primissimi piani in successione, in cui lei con il bambino di Saro (Raf Vallone) in braccio scambia, in controcampo, intense ma mute occhiate con i doganieri francesi, i quali infine lasceranno passare il confine a quei clandestini giunti dalla lontana terra di Sicilia – non erano passati inosservati neanche a Giuseppe De Santis. Il quale, nel suo Roma ore 11, del ’53, oltre a confermare Vallone, che era stato lui stesso a scoprire e lanciare con Riso amaro e Non c’è pace tra gli ulivi, offrì ad Elena la parte di Adriana, la giovane dattilografa scampata per miracolo al tragico crollo della scala ma che si porta dentro, ancora più atroce, il segreto di una ragazza sedotta, messa incinta e abbandonata dal suo datore di lavoro. Riportata a casa dal padre vetturino offeso nell’onore e deciso a ripudiarla, Adriana viene infine perdonata e riammessa in famiglia.
Nello stesso anno, la Varzi prenderà parte al film di Mario Camerini Gli eroi della domenica, ispirato agli scandali del calcioscommesse e tagliato su misura sull’ex calciatore professionista Vallone. Per poi comparire, a breve distanza, e sempre insieme a lui, nel cast di Siluri umani, ricostruzione piuttosto fedele di una missione storica della Marina italiana, del regista Antonio Leonviola (a cui subentrò, non accreditato, l’allora suo assistente Carlo Lizzani).
Tra i film della coppia Varzi-Vallone diretti da registi internazionali, sono da ricordare Delirio di Pierre Billion e Uomini senza pace di José Luis Sáenz de Heredia. Nonché il tardivo Toni, di Philomène Esposito. Il film, girato nel 1999, vede accanto ad Alessandro Gassman, impegnato nella parte di un giovane killer mandato in Francia dalla mafia calabrese per un regolamento di conti, i due anziani coniugi ancora in perfetta forma, nonostante gli acciacchi dell’ultraottantenne Vallone (che nel film interpreta il ruolo di un vecchio saggio con un passato criminale costretto da tempo alla carrozzella). Elena, che a differenza di suo marito era ormai diventata estranea al mondo del cinema, così ricordava l’episodio. << Da circa quarantacinque anni non ero più stata davanti a una macchina da presa e avvertivo perciò una certa ansia, avevo paura di non essere più capace di dire le battute come avevo imparato da giovane. Ma al primo ciak la prova riuscì miracolosamente, tanto è vero che la regista non credette opportuno dover ripetere la scena>>. E Raf, durante i nostri incontri preparatori al suo libro di ricordi (Raf Vallone, Alfabeto della memoria, a cura di Franco Sepe, Gremese 2001) – libro alla cui stesura, soprattutto quando il passato da rievocare improvvisamente si velava e nomi e date languivano, non poco contribuì la sua amata consorte – di Elena continuò per mesi a lodare, non senza un certo rimpianto, quella prova di autentica professionalità, casualmente offerta dalla performance, che dell’attrice di un tempo, dotata ancora del suo genuino istinto, aveva magicamente richiamato il flair.

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