accadde…oggi: nel 1902 nasce Wanda Bontà, di Francesca Calamita

Wanda Bontà

Pochi dettagli rimangono della sua vita privata ad eccezione dei dati consultabili in alcuni dizionari storico-biografici ed i brevi profili tracciati sul retro-copertina dei suoi romanzi. Pochi (tra cui Eugenia Roccella) si sono dedicati alla vasta opera letteraria di Wanda Bontà, una delle autrici di successo della sua epoca. Spesso è ricordata tra le righe di discorsi sulla letteratura popolare, rosa e del Ventennio fascista, come nel caso dell’analisi di Piero Meldini.
Rimasta orfana, Wanda vive in pensionati laici e religiosi. Autodidatta in stenografia, dopo essersi diplomata si dedica a numerosi lavori saltuari: è impiegata come assistente nelle colonie di periferia milanese e insegnante privata.

Prolifica scrittrice durante gli anni ’40 ed il dopoguerra, Bontà è stata dimenticata dalla critica contemporanea insieme a molte altre autrici rosa del Novecento. Eppure questa autrice ha scritto di donne e per le donne dal 1928, quando esordisce con il semiautobiografico La fatica di vivere. Il suo romanzo più conosciuto è senza dubbio Signorinette (1938), a cui segue, dopo il grande successo del primo libro, Signorinette nella vita (1942); entrambi i testi sono stati riproposti dalla casa editrice Mursia nelle edizioni degli anni ’60 e ’90.
Anna Banti (1895-1985) annovera Bontà tra le scrittrici “perniciose”, coloro cioè che condividevano la diffusione degli ideali mussoliniani in materia di identità femminile e tratteggiavano nella loro narrativa un modello di donna conforme a quello gradito dal regime. Ne Il diario di Clementina (1941-42), nato dagli articoli pubblicati nella celebre rubrica “Vivere in due” tenuta da Bontà sulla rivista «Grazia», infatti, l’omonima protagonista è una “mogliettina” intenta a soddisfare tutte le esigenze del marito ingegnere e dei figli; una donna che mette da parte le sue necessità e si sacrifica costantemente per l’amore della famiglia. Ad esempio, in un incontro con l’amica Irene, che ha bisticciato con il marito, per riparare la situazione Clementina suggerisce immediatamente di mostrare a quest’ultimo la sua dedizione muliebre:
«[I]n questi giorni tralascia di preoccuparti della tua bellezza e bada che la casa sia ordinata e accogliente: […] cerca di parlare con lui delle cose che lo interessano».
Durante la guerra, vicenda descritta nel volume Una moglie sola (1942), Clementina aspetta con apprensione il ritorno di Paolo dal fronte, entrando a far parte di quella vastissima categoria di italiane che durante il conflitto si arrangiavano per mantenere i figli in assenza del marito. In Signorinette, tuttavia, l’autrice milanese ci presenta delle protagoniste che non ricordano la figura della “moglie e della madre esemplare” acclamata dall’ideologia mussoliniana, ma delle giovani briose che aspirano ad affermarsi negli studi e nel lavoro.

Le protagoniste adolescenziali – Renata, Paola e Iris – propongono una femminilità diversa da quella tradizionalmente immaginata nel sentito socio-culturale del tempo e si spingono ben oltre l’identità muliebre mussoliniana. È in questo romanzo – poi divenuto un film diretto dal regista Luigi Zampa nel 1942, in cui ha recitato la nota attrice Carla del Poggio (Renata) e la cui sceneggiatura è stata curata da un altro nome illustre dell’epoca, la scrittrice Luciana Peverelli, – che l’aggettivo “perniciosa” non si addice all’autrice milanese, proprio per le descrizioni velatamente anticonformiste delle sue giovani donne, in contrasto con altri testi della sua produzione letteraria. La rotondetta Paola, ad esempio, per la sua fisicità prorompente sogna di sfilare in una parata a Roma davanti al Duce, ma soltanto per avere un po’ di notorietà tra le compagne; in realtà vorrebbe dimagrire ed acquisire una figura snella, ben diversa dai corpi femminili idealizzati dall’ideologia. Paola non solo rifiuta di prendere un ricostituente, ma la sola idea di sottoporsi a tale cura, una soluzione molto in voga durante il Ventennio, le suscita ancora più ansia; alla proposta dell’amica Iris, preoccupata per la sua spossatezza, ribatte così: «Ma non capisci che se prendo le medicine diventerò sempre più grassa?».

La popolarità del romanzo induce Bontà a scrivere Signorinette nella vita a distanza di pochi anni. Come ci ricorda la scrittrice stessa nella Presentazione: «Desideravo anch’io intrattenermi di nuovo con le mie ragazze […] l’inizio del romanzo coincise però con l’entrata in guerra dell’Italia […] meglio narrar […] una storia piacevole e un po’ distaccata dalla dura realtà». E così le lettrici sono nuovamente coinvolte nelle vicende delle “piccole donne” italiane, ormai alla ricerca del primo impiego e del primo fidanzato.
Bontà diviene direttrice de «L’intrepido» dal 1937 al 1942 e negli stessi anni è autrice di novelle e romanzi che escono a puntate su «Eva», «Grazia», «Piccola Fata» e «Le grandi firme». Si dedica anche alla stesura di testi per bambini, come I cagnolini di Perlarosa: racconto allegro per i piccoli (1944) ed è collaboratrice delle riviste «Grand Hotel» ed «Intimità» nel dopoguerra. Una scrittrice da riscoprire, dunque, i cui numerosi scritti non meritano di giacere impolverati nelle soffitte delle vecchie case. Si spegne a Milano nel 1986.

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