accadde…oggi: nel 1849 nasce Emma Lazarus, di Joseph Tusiani

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Più che dalla Statua della Libertà, questi saluti, caro Antonio, ti giungono dalla baia di New York, scoperta, nel 1524, dal fiorentino Giovanni da Verrazzano, che con queste parole colorite la descrisse nell’aprico mattino del suo arrivo: “Al termine di leghe cento, trovammo un sito molto ameno, posto intra dui piccoli colli eminenti, in mezzo dei quali correva al mare una grandissima riviera, la quale dentro alla foce era profonda… e saria passata ogni oneraria nave.”

      Al centro di questa baia, tra Manhattan e Staten Island, sull’isoletta rocciosa di Bedloe, di appena quattro ettari di superficie, si erge, col suo nome ufficiale, la “Libertà che illumina il mondo”.

      Alta 93 metri, compresi i 47 del piedistallo, e visibile fino a 40 chilometri di distanza, la statua rappresenta una maestosa dea vestita di ampia toga, che con la mano destra fieramente solleva una fiaccola accesa e nella sinistra gelosamente stringe un libro su cui è incisa la data del 4 luglio 1776, giorno dell’Indipendenza Americana.

      Questi saluti, però, te li mando non per ricordarti quello che già sai, ma per rivelarti qualcosa che possa esserti finora sfuggito. Per la mente ti sono già passati i tre nomi associati alla storia di questo monumento americano, che è tra le meraviglie del mondo: René de Laboulaye, lo statista ideatore della Statua; Auguste Bartholdi, lo scultore, e Gustave Eiffel (il creatore della omonima Torre) ingegnere, diciamo, logistico. Già, perché non era impresa ordinaria la spedizione del Nuovo Colosso nel Continente americano. Ci fu infatti bisogno di una nave che, in più di una traversata oceanica, trasportò, in ben 1.883 casse, numerate e catalogate per il futuro assemblaggio, i blocchi di granito in cui era stata composta la “Liberta”. E ci fu, soprattutto, bisogno di cento milioni di dollari per la costruzione del piedistallo su cui posarla ed esporla alla venerazione dei secoli.

      E qui comincia la storia che entusiasma te e me, ma che invece parla al mondo con la voce della poesia, anzi di una giovane poetessa di nome Emma Lazarus, figlia di un ricchissimo mercante ebreo di New York. Nata nel 1849, alcuni mesi prima della morte di Edgar Allan Poe, Emma aveva trentadue anni quando, ai primi di agosto del 1881, sbarcò a New York il primo “carico umano” di ebrei, cacciati dalla Russia dopo l’assassinio dello zar Alessandro II. Per la prima volta, quel giorno, Emma poté assistere al doloroso spettacolo di gente lacera, digiuna, malmenata, perseguitata; e fu quello spettacolo che fece sorgere sulla timidezza della giovane studiosa reclusa, completamente e morbosamente soggiogata dal padre, la fiamma della donna combattiva. Si può dunque immaginare come Emma accogliesse la notizia di una statua della Libertà nella baia di New York, e con quale ardore rispondesse all’invito, da parte del presidente del Comitato per l’accoglienza della “più grande statua del mondo”, di donare un suo manoscritto che, assieme a quelli di letterati quali Longfellow, Walt Whitman, Mark Twain e Bret Harte, sarebbe stato messo in vendita, per la raccolta dei fondi necessari, a un’asta pubblica in una galleria d’arte all’angolo della Fourth Avenue e della Twenty-third Street.

      Lo stesso Comitato aveva bandito un concorso per il miglior sonetto da incidere sul piedistallo della statua che veniva “costruita” in Francia. Lo vinse lei, Emma Lazarus, lei che, più di tutti, sulla sua pelle viveva la tragedia di un popolo oppresso da secolari pregiudizi, il terrore di gente costretta ad emigrare in cerca di pane, di libertà, di sicurezza politica, di fratellanza umana; lei che tutto questo riuscì, in un momento di grazia, ad affidare al suo talento poetico.

      Il sonetto, The New Colossus (Il Nuovo Colosso), fu composto nel 1883, quando Emma non aveva ancora veduto la statua di Bartholdi. Tre anni dopo il 28 ottobre 1886, il Presidente degli Stati Uniti, Grover Cleveland, scoprì la “Liberta che illumina il mondo”, ma Emma si trovava in Europa, alle prese col terribile male che doveva portarla alla tomba alcuni mesi dopo, il 19 novembre 1887. Soltanto nel 1903, per opera di Georgiana Schuyler, vecchia ammiratrice della giovane poetessa, fu inciso su una lapide affissa al piedistallo il sonetto che il venerando letterato e poeta James Russell Lowell aveva ammirato più della stessa statua.

      È questo sonetto che rende oggi secondario e quasi superfluo ogni altro particolare della vita di Emma Lazarus: che, cioè, visitò l’Inghilterra dove conobbe Robert Browning e William Morris con gli altri Pre-raffaelliti; visitò anche l’Italia dove più di una volta tornò alla tomba di Keats e Shelley; parlava tedesco e italiano perfettamente, e tradusse da entrambe le lingue, specialmente dall’italiano di Dante, Petrarca, e Carducci, la cui ode In una Chiesa Gotica ella finì di tradurre sul letto di morte.

      E, allora, cosa c’è di grande e straordinario in questo sonetto della Lazarus? Rileggiamolo attentamente, sia pure in questa mia imperfetta traduzione del fatidico 1947, e ci troveremo tutto: precisione geografica, caratteristiche essenziali del personaggio scolpito, l’improvvisa apparizione, viva e palpitante, di tutti i diseredati e reietti della terra, e, finalmente, il bagliore immortale di quella lampada accesa sulla porta d’oro.

Il Nuovo Colosso

Non come il greco bronzeo gigante

Sopra ogni sponda despota predace:

Qui, su le soglie ove son l’onde infrante

S’ergerà la gran Donna dalla face

Che fe’ prigione il lampo, e un nome santo

Avrà: Madre degli Esuli. Il vivace

Suo faro invita il mondo, e il pio sembiante

Scruta il mar che tra due città si giace.

Antiche terre, – ella con labbro muto

Grida – a voi la gran pompa! A me sol date

Le masse antiche e povere e assetate

Di libertà! A me l’umil rifiuto

D’ogni lido, i reietti, i vinti! A loro

La luce accendo su la porta d’oro.

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