accadde…oggi: nel 1804 nasce Giuditta Bellerio Sidoli, di Lucetta Scaraffia

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Il nome di Giuditta Sidoli, oggi, non dice più niente a nessuno: la sua vita è caduta in un totale oblìo, benché sia stata una protagonista importante nella storia del nostro Risorgimento.

E’ stata sacrificata ad un eroe della patria, dimenticata per permettere al mito di Mazzini di affermarsi senza ombre, senza offrire appigli per una critica. L’eroe doveva apparire, pallido e mesto, interessato solo all’unità d’Italia, alla democrazia, triste e perseguitato dall’incomprensione dei più, soprattutto solo, come un eremita che ha rinunciato a tutto per l’ideale, certo non amante riamato di una donna coraggiosa e combattiva come Giuditta, e padre di un figlio illegittimo.

Giuditta era lombarda, nata in quell’aristocrazia liberale, i Bellerio, che l’educò alla libera scelta ed al coraggio delle sue opinioni. Giovanissima infatti, a soli 16 anni, volle sposare un patriota di Reggio Emilia, Giovanni Sidoli, con cui per anni divise gli ideali, le lotte e l’esilio, le difficoltà economiche sempre più forti dopo la nascita dei quattro figli.

Stavano finalmente rientrando a Reggio Emilia nel 1828 quando Giovanni morì, e Giuditta si ritrovò sola, vedova a 24 anni, a contendere l’educazione dei figli alla famiglia Sidoli, che simpatizzava per gli austriaci. Continuò a cospirare, partecipando alla congiura di Ciro Menotti, ed ebbe il coraggio di scendere in piazza per incitare i cittadini durante i moti del 1831. Ma la cospirazione fallì, e Giuditta fu di nuovo costretta a fuggire, lasciando i figli al suocero, prima a Genova e poi a Marsiglia.

Fu a Marsiglia che avvenne l’incontro con Giuseppe Mazzini, con cui condivise amore e ideali, nonché la difficile vita dell’esilio, suscitando nella madre di Mazzini la speranza di un matrimonio per il figlio. Ma forse non era un progetto ambito da nessuno dei due: negli anni di Marsiglia, Giuditta compì varie missioni politiche, anche in Svizzera, partecipò attivamente a tutte le discussioni e confortò l’eroe quando giunse Eleonora Ruffini, con il figlio Agostino, ad accusarlo di esser il responsabile morale della morte dell’altro figlio Jacopo.

Da questa relazione nacque un figlio illegittimo, che venne subito affidato a una famiglia marsigliese, presso la quale morì nel 1837. Di questa drammatica realtà la corrispondenza fra Giuditta e Giuseppe fornisce poche notizie: era il padre ad occuparsene, ma spesso non riferiva alla madre le novità, e soprattutto sembra particolarmente restìo a darle la notizia della morte.

Giuditta accompagna ancora l’eroe a Ginevra ma poi si fa fare un falso passaporto per tornare in Italia, probabilmente per rivedere i figli, nonostante i divieti del duca di Modena e del suocero.

Sotto il falso nome di Paulina Gerard riesce a raggiungere Firenze, poi Roma da dove, grazie ai buoni uffici del cardinale segretario di stato, poté raggiungere Reggio, dove infuriava il colera, e rivedere i figli, che per fortuna sopravvissero all’epidemia.

Successivamente si recò a Genova, per visitare la madre di Mazzini, e poi ottenne la possibilità di sistemarsi a Parma, nel regno di una donna, Maria Luigia, vicino ai figli che, appena poterono, la raggiunsero e vissero con lei.

Incontrò di nuovo Mazzini solo nel 1848, quando egli era di passaggio a Modena. Dopo la caduta della repubblica romana, quando Mazzini era tornato in esilio, riprese il suo impegno politico facendo della sua casa un luogo di discussione e di incontro, tanto da finire di nuovo arrestata per un mese ma poi, come cittadina elvetica, venne liberata e accompagnata alla frontiera.

Dalla Svizzera riuscì a rientrare a Torino, dove viveva la figlia sposata, e dove continuò la sua militanza patriottica repubblicana. Nel 1859 tornò a Milano e a Reggio Emilia, mantenendosi sempre fedele agli ideali mazziniani, e in corrispondenza con il suo antico amore. Fu trovata morta con in mano una lettera di Mazzini su cui era scritto “Non ho mai cessato di pensare a voi, di stimarvi ed amarvi come una delle migliori anime ch’io abbia incontrato sulla mia via”.

Una donna intelligente e avventurosa, che aveva provato forti passioni e forti delusioni, e aveva sperimentato la lacerazione tipica delle donne moderne fra i suoi progetti di vita e la vocazione materna. Non merita certo di essere cancellata per salvare il mito di Mazzini.