accadde…oggi: nel 1920 nasce Federico Fellini, di Gianni Rondolino, nella giornata mondiale del cinema italiano

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Un maestro del cinema, fra realismo e fantasia, memoria e sogno

Tra i più grandi registi della storia del cinema, Federico Fellini si è imposto, in una lunga carriera che ha attraversato tutta la seconda metà del Novecento, con numerosi film di successo internazionale. Fellini ha saputo recuperare la tradizione del Neorealismo italiano e inventare un suo universo fantastico, in cui i ricordi autobiografici si fondono in un mondo fatto di sogni. Pochi mesi prima di morire, nel 1993, gli fu assegnato l’Oscar alla carriera

UNO STILE CINEMATOGRAFICO INIMITABILE

Federico Fellini non è stato soltanto un grande regista, che ha saputo convogliare nella sua opera multiforme i vari e diversi elementi della cultura popolare e di massa, dal fumetto al circo equestre, dalla caricatura alla vignetta umoristica, dal romanzo d’appendice al teatro di varietà, ma è riuscito a trasformare questa materia spesso dozzinale, ripetitiva e infarcita di luoghi comuni, in uno stile cinematografico inimitabile, in una serie di film che hanno ottenuto un successo di critica e di pubblico internazionale. Non solo, ma alcune sue immagini (Anita Ekberg che si tuffa vestita nella Fontana di Trevi in La dolce vita) e certi suoi personaggi (Gelsomina in La strada) sono diventati simboli della cultura contemporanea: icone e metafore della vita d’oggi, con le sue contraddizioni e i suoi problemi esistenziali. Un regista che si è imposto al mondo come pochi altri, non solo italiani, recuperando, da un lato, la grande lezione del Neorealismo di Roberto Rossellini e inventando, dall’altro, un suo universo fantastico che attingeva spesso alla propria autobiografia e la stravolgeva nelle storie e nei personaggi che creava.

DALLA PROVINCIALE RIMINI A ROMA CAPITALE

Nato a Rimini il 20 gennaio 1920, ragazzo sveglio e fantasioso, irrequieto e amante dei fumetti e dei romanzi di Emilio Salgari, Fellini decise, appena giovanotto, di guadagnarsi la vita da sé, e, dopo aver collaborato come caricaturista e vignettista per alcuni giornali, si trasferì a Roma nel 1939. Qui entrò in contatto con altri umoristi e disegnatori, fra cui Ruggero Maccari e Marcello Marchesi, scrisse piccoli racconti e disegnò vignette per il settimanale satirico Marc’Aurelio. A Roma Fellini frequentò anche il teatro di rivista, diventando amico dell’attore Aldo Fabrizi, per il quale scrisse dialoghi e battute, in collaborazione con Piero Tellini, per i film Campo de’ FioriAvanti c’è posto e L’ultima carozzella. In questi anni scrisse anche per la radio piccoli drammi leggeri e comici, di cui era interprete Giulietta Masina, l’attrice che sposò nel 1943 e che sarebbe diventata la sua compagna e musa ispiratrice per tutta la vita, nonché interprete di molti suoi film, come La stradaIl bidoneLe notti di CabiriaGiulietta degli spiritiGinger e Fred.

Soprattutto è in questo periodo che Fellini passò definitivamente dal giornalismo al cinema, come sceneggiatore e dialoghista. Il cinema diventò così il suo mestiere, la sua vocazione artistica. E Rossellini, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, lo volle come suo stretto collaboratore, da Roma città aperta (1945) a Francesco, giullare di Dio (1950).

IL PICCOLO MONDO DEI VITELLONI, DI GELSOMINA E DI CABIRIA

Agli inizi degli anni Cinquanta Fellini era pronto per il grande salto dietro la macchina da presa. Insieme ad Alberto Lattuada, di cui era amico e collaboratore, diresse Luci del varietà (1950), su quel mondo della rivista e dell’avanspettacolo ch’egli conosceva molto bene. Cominciava così il suo lungo cammino come regista, e cominciava anche il suo viaggio nella memoria e nell’autobiografia, da cui attinse non pochi elementi narrativi e numerose indicazioni per costruire i propri personaggi. Questi avrebbero popolato, con variazioni, trasformazioni, accenti satirici o grotteschi, elementi fiabeschi o poetici, i film che seguirono, da Lo sceicco bianco (1952), sul mondo dei fotoromanzi (molto diffusi in quegli anni), a I vitelloni (1953), sulla vita della sua giovinezza a Rimini, da La strada (1954), una storia di degrado civile e morale con riscatto finale, a Il bidone (1955), la cupa, tragica avventura di un ‘bidonista’ (cioè di un truffatore), a Le notti di Cabiria (1957), continuazione di La strada basata sul personaggio di una prostituta sfruttata. Sono tappe di un percorso poetico che dalla rielaborazione del proprio passato giunge a una rappresentazione inquieta del presente, fortemente segnata da uno sguardo che si fa, di film in film, meno limpido e più angoscioso. Sino ad arrivare alla grande esplosione artistica e spettacolare di La dolce vita (1960), che segnò la fine del primo periodo dell’attività del regista, aprendone un altro ben diverso e indicando anche una strada nuova nei contenuti e nelle forme.

DA LA DOLCE VITA

Il successo, ma soprattutto lo scandalo di La dolce vita, che occupò per mesi le pagine dei principali giornali italiani e stranieri, nacque in primo luogo dal modo in cui Fellini riuscì a rappresentare un aspetto rivelatore dell’Italia del miracolo economico, quello appunto della ‘dolce vita’ intesa come vita dispersiva e dispendiosa, superficiale, tra feste e amici, incontri casuali e amori fuggevoli, senza spessore e moralità. Un film che recuperava alcuni valori della sua educazione cattolica, ricordi della sua giovinezza, ma li calava in una rappresentazione fantasmagorica della realtà che sconcertò pubblico e critica, scandalizzò i benpensanti e la stessa Chiesa cattolica. Un discorso sul presente che egli riprese, in chiave ancor più autobiografica, in 8 1/2 (1963), che era appunto il suo ottavo film (il 1/2 era l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio per il film antologico Boccaccio ’70, del 1962). Un’opera ambiziosa, che ruota attorno al personaggio di Guido, un regista in cerca di ispirazione e che non riesce a girare il suo film, e si smembra in una serie di fatti e situazioni, fra commedia e dramma, memoria e desiderio.

… AD AMARCORD

Con 8 1/2 si affermava un nuovo Fellini, meno provinciale, più aperto alle correnti innovative della cultura contemporanea, alla psicoanalisi, alla letteratura della crisi. E sul piano formale si affermava uno stile personale, in cui l’immagine risulta dominante, con i suoi toni, le sue luci, il suo taglio, con il ritmo del montaggio. Uno stile che si sviluppò in altri film, in differenti contesti drammatici, da Giulietta degli spiriti (1965), che riprende il discorso femminile dei film con Giulietta Masina, a Fellini Satyricon (1969), che rilegge il romanzo latino di Petronio in chiave moderna, da Roma (1972), un omaggio alla città amata e odiata, ad Amarcord (1973, in romagnolo “mi ricordo”), che conclude il lungo cammino della esplorazione della propria autobiografia, con risultati artistici di grande valore. Un film che ha al centro la forza della memoria individuale e collettiva, ma nel quale emerge anche il bisogno di fare il punto sulla propria esistenza.

VERSO LA FINE DELLE SPERANZE

Nella maggior parte dei film di Fellini non è difficile rintracciare fra le pieghe del racconto o nel destino dei personaggi elementi di speranza (per un futuro migliore, un riscatto morale o materiale). Ma anche l’apparire di un pessimismo di fondo che tende a negare quella speranza, a superarla in una visione più drammatica e tragica della vita. Dopo Amarcord, ma già in alcuni momenti dei film precedenti e soprattutto nel sottovalutato Il bidone, sembra inseguire non più il sogno dell’infanzia o della giovinezza, e nemmeno quello di una vita leggera all’insegna della fantasia e della poesia, quanto piuttosto il problema dell’esistenza come questione fondamentale. Di qui il progredire del pessimismo, la sfiducia non solo nella società e nelle sue regole, ma nell’uomo stesso. Lo si vide in Il Casanova di Federico Fellini (1976), biografia fantastica del grande amatore settecentesco; in Prova d’orchestra (1979), metafora dell’anarchia e della perdita dei valori sociali; in E la nave va (1983), un viaggio su un transatlantico che si trasforma nel simbolo della fine del mondo, della distruzione totale a opera dell’uomo; in Ginger e Fred (1986), doppio ritratto di due vecchi ballerini impossibilitati a vivere nella ‘società’ televisiva, da cui sono esclusi i sentimenti autentici; in La voce della luna (1990), suo ultimo film, melanconico poema cinematografico sulla crisi dell’uomo in un mondo privo di poesia. Era come se il ciclo della sua opera, un tempo aperta alla speranza, si fosse chiuso quasi nella disperazione, tre anni prima che il regista morisse a Roma il 31 ottobre 1993.

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