accadde…oggi: nel 1869 nasce Emma Goldman, di Amaranta Sbardella

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Primo maggio 1886, Haymarket Square, Chicago. Attivisti anarchici e operai in sciopero protestano per chiedere una giornata lavorativa di otto ore, e non di dieci, dodici o ancor di più. La polizia li sorveglia, anche se la situazione sembra essere tranquilla. Finché un ordigno viene lanciato da una mano ignota e ferisce letalmente un poliziotto. Scoppiano allora i disordini, la polizia spara tra la folla e uccide alcuni manifestanti. Otto tra lavoratori e anarchici sono ingiustamente arrestati perché ritenuti colpevoli di aver scagliato la bomba, e cinque di loro verranno impiccati l’11 novembre 1887 dopo un processo sommario e in mancanza di vere prove a loro carico.

L’intero Paese è sconvolto e spaccato in due. Alcuni giustificano l’uccisione dei cinque anarchici, altri rimangono turbati dall’ingiustizia e dai metodi repressivi dello stato. Tra questi ultimi vi sono due sorelle giudeo-lituane da poco giunte negli Stati Uniti da San Pietroburgo: Elena ed Emma Goldman. Emma decide di avvicinarsi alle idee dei cinque innocenti giustiziati barbaramente: s’informa e studia mentre lavora come sarta nelle fabbriche. A Rochester, dove vive con Elena e un’altra sorella, sposa un giovane manovale e sembra essere destinata a seguire il cammino di qualsiasi altra donna povera della sua epoca.

Ma a vent’anni, nel 1889, con cinque dollari in tasca, lascia Rochester alla volta di New York: insegue il sogno di un mondo più giusto e di un’esistenza meno opprimente. Entra subito in contatto con esponenti anarchici della città e si lega a uno di loro, Alexander Berkman, che l’invita alla conferenza di Johann Most, direttore della rivista anarchica in lingua tedesca Die Freiheit (libertà). Most intravvede nella giovane del potenziale e l’aiuta a impratichirsi come scrittrice e oratrice.

Tra comizi e persecuzioni

Man mano Emma prende il volo: sostenendo la causa dei lavoratori oppressi, dei migranti vessati, delle donne di qualsiasi estrazione sociale inizia a viaggiare in lungo e in largo per gli Stati Uniti, dando conferenze, intervenendo a comizi, pubblicando articoli. Si affranca in parte da Johann Most e diviene la protagonista di una serie di lotte che mirano a liberare le donne e gli uomini dal giogo dello sfruttamento, dei pregiudizi, del matrimonio. In particolare si spende a favore delle donne, assumendo una posizione netta riguardo all’istituzione del matrimonio, nel quale legge il soggiogamento della donna al volere dell’uomo. Non solo: nei suoi discorsi e saggi si batte perché venga riconosciuto il controllo sulle nascite, il cui peso allora ricadeva essenzialmente sulle mogli, e perché si pratichi il libero amore, senza i dettami imposti dalla morale religiosa e dalle convenzioni sociali. Sono gli stessi anni della prima ondata del femminismo, che condivide parte del programma educativo e sociale degli anarchici, però Emma se ne discosta, per mantenere una visione più aperta, libera e, a detta sua, «meno borghese». È l’intera società a dover essere cambiata: il modello di stato, il ruolo di chi vi governa, vive e, soprattutto, lavora.

Tuttavia un incidente incombe sul suo cammino e su quello del compagno Berkman. Nel 1892 i due sono coinvolti nel ferimento di un industriale, Henry Clay Frick, padrone di più fabbriche siderurgiche della Pennsylvania nonché mandante della morte di alcuni lavoratori durante uno sciopero. Con la connivenza di Emma, Berkman decide di uccidere Frick. Non riesce nell’intento e viene comunque condannato a quattordici anni di reclusione. Due anni dopo anche Emma è condannata a un anno di carcere. Da quel momento rimarrà sempre sotto l’occhio vigile della polizia, che le impedisce di parlare, ne interrompe i comizi, cerca di disperdere in tutti i modi i partecipanti.