le donne della notte, di Marlon James, recensione di Loredana De Vita

“Le donne della notte” (Frassinelli, 2016) di Marlon James è un romanzo che arricchisce la mente sebbene ferisca il cuore per la barbarie narrata e per il linguaggio esperto e diretto con cui questo viene fatto; talmente diretto da sentire sulla propria pelle quelle parole come fossero i colpi di frusta inferti agli schiavi.
Credo che la prima cosa da fare sia non lasciarsi deviare dal titolo che, d’istinto, fa pensare che la storia parli della vita delle donne che prostituiscono il proprio corpo. No, è una falsa pista e il titolo in inglese rende meglio l’idea che non sia questo il tema trattato: “The book of Night Women”, Il libro delle donne di notte.
È un libro, infatti, che accompagna la narrazione, per la precisione “Joseph Andrews” di H. Fielding nel quale l’autore del Settecento narra le vicende di questo ragazzo, Joseph, uno sguattero nella casa di un ricco signore, che si trova a subire la seduzione anche violenta della padrona di casa. Per capire il significato della presenza di questo libro è necessaria una piccola digressione letteraria. Fielding scriveva con ironia in contrapposizione a S. Richardson, creatore del romanzo di maniera in Inghilterra e fautore della moralità femminile da preservare a tutti i costi anche dinanzi alla violenza del padrone presso cui prestano servizio (ne siano esempio i suoi romanzi “Pamela” e “Clarissa”).
Ora, perché questo riferimento nel romanzo di James e non un altro? Perché nel suo racconto della vita presso una piantagione di schiavi in Giamaica, siamo nel 1760 e seguenti in cui molti schiavi si ribellarono e ottenero la libertà fino a configurarsi come Repubblica (la Repubblica Dominicana), sono diversi i personaggi che giocano a ruoli invertiti (un sovrintendente che si innamora di una schiava, una padrona che fa abusare del suo corpo come fosse una schiava, una schiava in grado di proteggere e salvare il padre bianco che aveva abusato di sua madre appena 15enne e morta nel darla alla luce, un irlandese che viene trattato come uno schiavo, etc.).
Il libro, allora, diventa occasione per le donne schiave che di notte, da cui il titolo, si riuniscono di nascosto in una grotta nella piantagione per imparare a leggere, per raccontarsi, per avere notizie dalle altre piantagioni e per mettere in moto un progetto di ribellione che causerà molto più dolore di quanto fossero state in grado di immaginare.
Nella piantagione di padron Wilsons tutte le donne hanno nomi tratti dalla tragedia e dalla mitologia greca e latina, a prescindere dal sesso. È così, infatti, che l’anziana Homer, con il suo nome maschile, si trova a essere guida della rivolta come se progettasse un viaggio di ricongiungimento tra sé e i suoi figli venduti e assassinati dai padroni. Solo la protagonista, Lilith, non ha un nome classico, ma anche il suo prende certamente spunto dalla Bibbia ebraica e la tradizione mesopotamica rappresentando la prima moglie di Adamo, infedele e oppositrice.
Lilith, infatti, non comprende il piano di Homer o, forse, comprende che è solo un piano di vendetta personale e non è su questi principi che si possa ottenere la libertà sentendosi davvero e pienamente liberi dentro di sé. Lilith prova a far capire la differenza a Homer narrandole della sua situazione di prigionia interiore per aver usato la violenza del sangue per difendersi.
Sono molti gli spunti e le riflessioni che suscita questo romanzo, a partire da quello su che cosa sia stato essere schiavi, condizione di cui si edulcora la violenza per renderla forse più accettabile ai propri occhi. Non si trattò solo di frustate e stupri, ma di violenze sadiche per dimostrare la propria supremazia e il potere.
Un libro che fa desiderare di approfondire la Storia, di dare voce a tanti silenzi mai narrati che ancora troppo spesso urlano il nome dei colonizzatori senza scrupoli. È anche un libro molto violento nella descrizione, ma non poteva essere altrimenti.
La voce narrante, di cui solo alla fine si comprenderà l’identità, ha un tono malinconico e cantalinante, frequenti all’inizio dei capitoli le ripetizioni di espressioni («Ogni nero cammina in tondo. Prendetela così e fate quello che vi pare. Però a volte quel tondo non è del nero ma del bianco (…)») che, però, si ampliano di volta in volta fino a trascinare il lettore e coinvolgerlo nella scelta di una parte da accogliere, poiché sospesi non si può restare.
“Le donne della notte” (Frassinelli, 2016) di Marlon James è un romanzo di cui potrei dire ancora tantissimo, ma è giusto che ciascun lettore tragga da solo le proprie riflessioni. Lo consiglio.