Goti Bauer, i ricordi di una centenaria sopravvissuta all’orrore, di Laura Candiani

Goti Bauer, i ricordi di una centenaria sopravvissuta all’orrore
Il 29 luglio scorso Goti Bauer ha compiuto cento anni, eppure non è stanca di raccontare l’indicibile, lei che è rimasta fra le pochissime persone sopravvissute al lager, nel suo caso prima Auschwitz, poi Wilischtahl, quindi Theresienstadt. Ancor più importante darle voce perché, come ha ripetuto spesso Liliana Segre, il ricordo rimanga vivo, una volta che la loro generazione non ci sarà più a testimoniare. Dopo avremo solo parole su carta, interviste, filmati, qualche foto sbiadita, e non ci resterà che andare sul posto, in quei luoghi orrendi che mostrano le tangibili prove del loro passato, mentre altrove è rimasta ben misera traccia.
Esistono per fortuna anche musei di grande interesse in cui qualche individuo di buona volontà, negli anni, ha raccolto materiali sottratti all’oblio e alla trascuratezza colpevole di certe amministrazioni, desiderose di dimenticare e occultare. Mi riferisco fra gli altri al Museo della Deportazione e della Resistenza di Prato (località Figline), realizzato proprio dove furono uccisi dalla Wehrmacht in ritirata 29 partigiani lo stesso giorno della liberazione della città, il 6 settembre 1944. La ricca dotazione si deve alla tenacia di alcuni ex deportati (fra cui va segnalato il signor Roberto Castellani) che nel dopoguerra si sono recati in varie occasioni a Mauthausen e nel sottocampo di Ebensee (Austria), per portare in Italia quanti più reperti originali dai campi e dalle fabbriche, ora esposti in maniera suggestiva e commovente, specie per le nuove generazioni a cui va lo scopo di conoscere e di capire.
In occasione del compleanno sono state numerose le interviste a Goti Bauer e si sono susseguiti articoli dedicati alla sua figura; uno di questi è comparso sul Corriere della Sera proprio il 29 luglio ed è firmato da Elisabetta Rosaspina. Sollecitata dalle domande, ancora una volta risponde con esattezza e precisione perché «se si dimenticasse, potrebbe succedere di nuovo»; ora compie 100 anni e viene giustamente festeggiata, ma quando ne aveva solo 20 non ci fu alcuna gioia: da pochi mesi era nel lager dopo la soffiata di chi, pur pagato per condurla con la famiglia al sicuro, in Svizzera, voleva aumentare il proprio compenso, denunciando alle autorità i fuggiaschi ebrei. Le compagne di prigionia certo erano solidali e le avranno fatto gli auguri, ma era un giorno come un altro: fame, odore acre, sofferenza, paura, fatica, separazione dai propri cari; «si viveva minuto per minuto» e lei cercava di rendersi utile, visto che parlava sia tedesco sia ungherese, facendo da interprete per chi non capiva gli ordini.
Ritorniamo indietro allora e ripercorriamo l’esistenza precedente di Goti, quando era Agata Herskovits, nata a Berehova, in Cecoslovacchia, ora in Ucraina, ma cresciuta dal 1929 a Fiume, in una casa di via Goldoni, dove tornò da sopravvissuta. Dopo l’arresto sul confine, l’odissea dei suoi genitori Luigi e Rosa, del fratello e sua assomiglia a quella di gran parte delle famiglie ebree italiane: vari carceri fino a quello milanese di San Vittore e la partenza dall’ormai famoso binario 21 alla volta di Fossoli. Arrivarono ad Auschwitz il 23 maggio, dove la giovane mamma (aveva solo 44 anni) e il padre finirono subito nella camera a gas; lì Goti fu impegnata come manovale per scavare trincee per 10-12 ore al giorno. Con l’avanzare delle truppe sovietiche, fu trasportata in treno in Alta Slesia con circa 300 altre donne, per lavorare in una fabbrica di munizioni. In seguito a un bombardamento fu trasferita nel campo di Terezìn e lì il 9 maggio 1945 vide arrivare il convoglio della Croce Rossa e i militari dell’Armata rossa; dopo la liberazione, ancora terrorizzata all’idea di poter essere uccisa in qualsiasi momento, si mise in viaggio e camminò, camminò. Prima arrivò a Praga, quindi salì su dei treni per Vienna, di tappa in tappa in due mesi giunse a destinazione, senza trovare più nessuno.
«Mi accolse una vicina di casa, la signora Braida, che mi voleva molto bene, forse perché aveva perso una figlia della mia età. Mi preparò un bel letto, ma io mi buttai a dormire per terra. Non ero più abituata al letto». Andò poi in cerca del fratello Tiberio, a Milano, ma in seguito venne a sapere che era morto a Buchenwald; anche la sorella maggiore, sposata in Ungheria, non sopravvisse. La giovane aveva l’idea di raggiungere gli Stati Uniti ma il caso impresse una svolta alla sua vita. Incontrò un ufficiale degli Alpini di stanza in Eritrea, Rudy Bauer; in due mesi erano già sposati, e poco tempo dopo Goti lo raggiunse in Africa. La vita scorreva, per certi versi serena e appagante, nacquero le due figlie, ma il ricordo del lager è sempre rimasto vivo nella sua mente; talvolta il marito si rendeva conto che la notte era stata funestata da incubi e al mattino raccomandava di fare silenzio, di non disturbare il suo sonno faticosamente arrivato.
Quando le viene chiesto in che momento decise di testimoniare, afferma che la volontà le venne subito, perché «tutti sapessero la verità» e vedessero che erano ancora vivi e non si erano nascosti da qualche parte, mentre sappiamo che altre persone sopravvissute hanno preferito tacere, sentendo intorno quasi ostilità, incredulità, fastidio.
Dagli anni Novanta in poi, specie dall’istituzione della Giornata della memoria, il suo impegno si è fatto più forte, anche se in una intervista a Bet Magazine Mosaico (a cura di Ilaria Myr) confessa di temere una banalizzazione di quanto avvenuto: «Non vorrei che il Giorno della memoria si stesse trasformando in un’occasione banalizzata in cui si chiama il testimone “perché si deve”: la Shoah è sacra, e un testimone, anche a distanza di 80 anni, continua ad avere davanti agli occhi quelle immagini, quelle file di bambini con un giocattolo in mano mentre andavano alle camere a gas… Il sopravvissuto rimane un’anima ferita, che non vorrebbe essere colpita ulteriormente dall’indifferenza o dalla noia». Racconta pure che nel tempo è ritornata quattro volte ad Auschwitz insieme al marito, ma intorno al 2000 ha visto tutto cambiato; non era più il campo che ricordava, era stato ristrutturato e le baracche trasformate in casette in muratura. Ha deciso che non ci sarebbe mai più andata.
Nel 1996 Bauer ha tradotto dall’ungherese, per la casa editrice La Nuova Italia, il memoriale di Oliver Lustig Dizionario del Lager. Nello stesso anno è uscito il libro Voci dalla Shoah (La Nuova Italia) che contiene le testimonianze di Bauer, Liliana Segre e Nedo Fiano, frutto di una significativa esperienza didattica nelle scuole di Milano, città in cui da tempo vive Goti.
Elegante, gentile, sorridente, le lenti lievemente affumicate, i capelli bianchi: alla sua voce anche ragazzi e ragazze vivaci prestano ascolto e si fa silenzio, un silenzio raccolto, ma lei ogni volta ha temuto di non essere stata del tutto compresa, di non essere stata efficace nel trasmettere in pieno la sua esperienza.
Nel 2003 il Presidente della repubblica di allora, Carlo Azeglio Ciampi, le attribuì il cavalierato al merito.
Insieme a Liliana Segre e a Giuliana Fiorentino Tedeschi, nel 2004, è stata intervistata da Daniela Padoan per la pubblicazione di Come una rana d’inverno (Bompiani), un bellissimo libro sulla sopravvivenza al femminile all’interno dei lager, assai diversa da quella maschile per le varie implicazioni legate, ad esempio, a una gravidanza tenuta nascosta, al parto (avvenuto in circostanze indescrivibili), alla nascita di una creatura destinata a morte certa, al ricordo pressante di figli e figlie, se lasciati in salvo in patria, alla perdita del ciclo, al taglio dei capelli, alla totale assenza di femminilità.
Negli anni successivi è stata spesso intervistata e presente a cerimonie pubbliche e manifestazioni, fino a questo 2024 in cui lo storico Marcello Pezzetti, che aveva raccolto ― insieme ad altre ― la sua testimonianza nel 2009, ne ha scritto ampiamente in un articolo sul quotidiano la Repubblica, e il Presidente Sergio Mattarella le ha voluto inviare un personale saluto e augurio, ringraziandola per la sua infaticabile attività destinata spesso alle scolaresche. Su internet e YouTube si trova molto materiale di grande interesse, dalla viva voce di Goti Bauer, a cui rivolgiamo la nostra gratitudine e dedichiamo un caloroso abbraccio.
«Qualunque delinquente comune aveva diritto di vita e di morte su noi donne ebree, generatrici di un popolo odioso». Liliana Segre
«Tutti quei bambini a cui non si è potuto portare soccorso, tutti quei vagoni che arrivavano, quei convogli infiniti che scaricavano centinaia e centinaia di persone al giorno che andavano al gas… È indimenticabile». Goti Bauer
«Le donne sono maglie, se una si perde si perdono tutte». Giuliana Tedeschi
(dal volume di Daniela Padoan, ristampato da Einaudi nel 2024, con una nuova introduzione dell’autrice)
«Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza piú forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno».
(Primo Levi)