l’arte per fare memoria, di Maria Grazia Borla

L’arte per fare memoria

È da poco uscita la prima antologia poetica, pubblicata in Italia, a cura di Anna Paola Moretti, di testi artistici creati da donne prigioniere a Ravensbruck.
Il testo consta di tre parti: l’antologia con le poesie delle singole autrici in lingua originale e con la traduzione italiana, la postfazione della curatrice, dove espone le fasi della non facile ricerca del materiale e le biografie delle singole poete. Queste donne hanno saputo mantenere la loro libertà interiore, pur vivendo in condizioni di estrema deprivazione e sofferenza, il che mostra come i campi di concentramento e sterminio non siano riusciti a sopprimere totalmente l’umanità.
Negli anni io stessa ho avuto modo di visitare alcuni campi di concentramento e sterminio; da ragazza quello di Mauthausen, rivisto poi come docente con una classe del liceo, poi Dachau, Theresienstadt e Auschwitz, entrambi con i viaggi della memoria per studenti, come anche quello di Westerbork, poco noto, sulle tracce di Etty Hillesum.
Quello di Ravensbruck, aperto nel maggio del 1939, fu destinato inizialmente alle donne tedesche ritenute “asociali”, in seguito poi aperto a prigioniere non tedesche, in prevalenza ebree polacche e comuniste di tutta Europa, così come fu quello di Dachau per gli uomini tedeschi oppositori del sistema. A Ravensbruck arrivarono all’inizio donne tedesche e austriache, poi sinti e rom, ma con l’inizio della guerra, vennero deportate cecoslovacche, ungheresi, polacche, francesi, belghe, spagnole e italiane. Fra queste ultime ricordiamo alcune che si salvarono e portarono la loro testimonianza, quali Lidia Beccaria Rolfi, Lina e Nella Baroncini, Livia Borsi, Bianca Paganini, Maria Massariello Arata, Teresa Noce, Anna Cerchi.
Oltre a essere un campo di concentramento, Ravensbrück venne anche utilizzato come campo di preparazione per ausiliarie SS-Aufseherinnen, donne addette alla sorveglianza dei block femminili. Reclutate con appelli e giornali patriottici, attratte dalla prospettiva di un buon stipendio, si presentarono a migliaia all’esame di ammissione. Si calcola che tra il 1942 e il 1945 fossero state addestrate a Ravensbrück circa 3.500 ausiliarie, inviate poi in altri lager. La ferocia di queste aguzzine supera ogni immaginazione e ha reso ancora più penosa e insopportabile la già difficile esistenza delle prigioniere. Il desiderio di scrivere, di lasciare una traccia di sé, era presente in molte donne, ma ciò era totalmente proibito dalle autorità carcerarie; chi veniva trovata con fogli di carta era punita severamente con frustate e con sottrazione del pur misero cibo quotidiano. Non era possibile conservare nulla per sé, neppure un fazzoletto o un mozzicone di matita. Ciò nonostante la voce delle prigioniere si levava con trasmissione orale, specie durante gli appelli o prima di prendere sonno; tutte sommessamente ripetevano i versi che l’autrice lanciava e così si imparava a memoria; era una forma di resistenza, un modo per sopravvivere ancora un giorno al processo di annientamento.
A scrivere furono più di 140 prigioniere di cui non è stato semplice ritrovare anche il cognome, la provenienza e i dati biografici, dati importanti per dare loro dignità. Molte di loro hanno peregrinato, dopo l’arresto, in diversi campi di concentramento, quindi le loro medesime poesie hanno diverse provenienze. A Ravensburck il campo andò espandendosi fino al sovraffollamento nel 1944; le donne schiave lavoravano per la produzione bellica della Siemens, ma chi era incapace veniva presto inserita nell’Aktion T4, la famigerata eutanasia per chi era disabile; chi non aveva più forze veniva eliminata con armi da fuoco o con iniezioni di fenolo al cuore e poi cremata. Non furono risparmiati, come negli altri campi, gli esperimenti medici, inutili quanto crudeli; furono anche istituiti “bordelli” per i soldati e gli operai tedeschi, ma non fu in seguito riconosciuto alle ragazze, che uscirono devastate da quella esperienza, nessun indennizzo da parte dello stato tedesco, dopo la guerra.
Ai bambini e alle bambine che entravano con le loro madri non era riservato nessun riguardo; erano bocche da sfamare improduttive e venivano eliminati/e velocemente. I cancelli si aprirono il 26 aprile del ’45 e si diede inizio alla marcia della morte diretta a nord per chi era in grado di camminare e lo fecero cantando nonostante il freddo, la pioggia e le guardie agguerrite. Dopo la liberazione del campo da parte delle forze sovietiche e la fuga delle SS, le donne rimaste presero in mano l’organizzazione del campo stesso provvedendo alla cura delle malate e ai pasti caldi per chi non aveva potuto partire.
Chi riuscì a tornare delle italiane, e fra queste Lidia Beccaria, non trovò riconosciuto tra i campi di concentramento quello di Ravensburck e la guerra fredda che seguì portò all’oblio di questi fatti, in nome dell’alleanza politico economica con la Germania Federale (Ravensburck si trovava nella Germania Est e fin dopo il crollo del muro di Berlino le indagini furono complicate).
Le deportate francesi ebbero un degno riconoscimento già nel 1965, ma in Italia solo nel 1994 Lidia Beccalli Rolfi riuscì a organizzare a Torino un convegno dedicato alla deportazione femminile di cui furono le donne stesse a occuparsene, grazie ai pochi documenti da loro sottratti ai tedeschi e alla loro personale memoria. Il loro motto era: “Vivere era combattere, era non accettare ciò che volevano imporci. Sopravvivere: il nostro ultimo sabotaggio”.

La ricerca per la stesura del libro è durata dieci anni ed è stata resa possibile perché Anna Paola Moretti, la sua curatrice, ha incontrato Giovanna Massariello, figlia della deportata Maria Arata, che le ha rivelato l’esistenza di poesie, lettere e disegni; ciò ha dato vita a un progetto di ricerca multimediale delle donne di Ravensburck a livello europeo. È così che con molta fatica ha potuto venire alla luce il materiale che è poi stato tradotto in italiano dalle diverse lingue in cui era scritto, con una maggior difficoltà per le lingue slave. Benché la deportazione sia stata a lungo rimossa (anche quella maschile) per la difficoltà a raccontare ciò che non trovava riscontro nel vissuto comune, negli anni ’90 e ancor di più nei primi anni 2000 si è assistito a una sua sempre più forte riemersione dal silenzio nel panorama editoriale italiano. Per le donne inoltre era diffuso anche il sospetto e il pregiudizio che si fossero salvate perché avevano rappresentato uno sfogo sessuale per i soldati tedeschi.
Cinquanta sono le poete di quindici nazionalità, in maggioranza polacche, francesi, austriache, tedesche, slovene, olandesi, danesi, russe, spagnole e italiane. Le autrici italiane hanno scritto solo dopo il loro ritorno in Italia; erano ostacolate dalle altre perché identificate come “fasciste”, benché fossero triangoli rossi. Il rammarico per tutte è stato quello di non essere ascoltate al loro ritorno. Scrive Lidia Beccaria Rolfi: «Capii che non avrei potuto raccontare. Non si racconta la fame, non si racconta il freddo, non si raccontano gli appelli, le umiliazioni, l’incomunicabilità, la disumanizzazione, il crematorio che fuma, l’odore di morte dei blocchi, la voglia di solitudine, il suicidio che entra nella pelle e ti incrosta. Un muro si leva tra me e il mondo».
Le poesie sono state collocate dalla curatrice seguendo un ordine: arrivo, vita quotidiana nel campo: appello, oggetti, lavoro, desolazione e morte, sguardi su altre donne, affetti lontani, compagne, resistenza e speranza, ritorno. Il ricorso alla poesia non significava solo fare esercizio di memoria, ma fungeva da potente affermazione di senso; il recitare poesie consentiva di resistere in piedi ferme per la tortura dell’appello. Qualcuna riusciva anche ad entrare in infermeria a recitare poesie per dare conforto alle ammalate. Recitare poesie era evadere da quel luogo, come dice Zofia Gorska, una di loro. Leggiamo ora qualche verso per far sorgere il desiderio di leggere tutte le loro poesie, come bere da una coppa, come… stare per un po’ sedute accanto alle loro autrici.

Da Appello al lager di Zofia Iwanicka: «Pomeriggio di maggio. Domenica. Piove. E poi arde il sole. E noi in piedi per l’appello punitivo. Ci pare il giorno non finisca mai. Per una piccola violazione, per un letto rifatto male, per un appello indisciplinato, per un fazzoletto mal legato, in piedi per ore, al vento, alla pioggia, al gelo, la sera o la mattina».
Da Posate da campo di Maria Musso: «A Ravensbruck non avevamo posate: la brodaglia si poteva solo sorbire dalla gamella di alluminio ammaccato. Qualche rapa o patata un miracolo. Da un bidone buttato ho con la pietra ricavato delle posate. Cucchiai preziosi che ci servivano per evitare un nutrirsi animale».
Da Al figlio di Maria Rutkowska: «Figlio mio! Non so più come scriverti parole piene d’amore. Non posso scriverle più, né dolci né piene di calore. Il mio cuore sofferente, le ha cancellate via, più tardi, forse guarirà quando in silenzio ti prenderò tra le braccia».
Da Quarantena di Zofia Gorska: «Qui il cielo è straniero: come posso pregare? Come posso chiamare Dio, come commuoverlo? Mi hanno trafitto i piedi e anche le mani. M’hanno sottratto il corpo e tolto l’anima».