la legge Merlin e quella dignità spezzata (di nuovo), di Sveva Fattori

La legge Merlin e quella dignità spezzata (di nuovo)

«Gentile Senatore,
dicono che mi metteranno in galera appena chiudono le case ma io
non ho mai fatto del male a nessuno e in galera non ci voglio andare,
ci vadano i padroni che ci sfruttano il sangue a tutti noi; sono una di
quelle ma non ero così e volevo crescere onesta, invece a 15 anni in una
baracca mio cognato mi prese per forza e poi mi minacciò sempre di
dirlo a mia sorella che ero stata io; appena mi accorsi di essere grossa
scappai di casa e andai a fare la serva in una osteria. Appena si accorsero
che dovevo fare il bambino mi dissero che ero una p. e che se volevo
rimanere ancora lì dovevo lavorare senza paga perché già il mangiare
e il dormire era troppo per quello che facevo. Invece lavoravo come una
soma e quando alla maternità feci il bambino non avevo latte e lo portai
a balia e mi dissero che se non pagavo prima non me lo prendevano.
Incontrai un soldato che mi disse sei una brava ragazza e i soldi per il
bambino te li trovo io che ho la terra al paese e poi ti sposo. Allora i miei
padroni dell’osteria glielo dissero che lo avevo avuto da mio cognato e
che ero una p. e che anche lì facevo la p., invece non era vero e lavoravo
sempre come una soma e mi davano da mangiare quello che avanzavano
gli altri e dormivo sul pianerottolo con un materasso per terra. Allora
lui disse mi hai detto delle bugie e io non ti guardo più e non l’ho più
visto. Allora uno che veniva all’osteria mi ha detto se sei brava te li trovo
io i soldi basta che qualche volta vieni con me, se no niente soldi per
il tuo bambino e mi avrebbe fatto licenziare dove lavoravo; mi portava
sempre fuori e diceva che dovevo andare anche con i suoi amici se no
niente soldi per il bambino e mi avrebbe fatto arrestare perché ero una
p. Un giorno una come me mi disse va’ là stupida perché ti fai sfruttare
c è un posto che guadagni bene e poi vai in America con il tuo bambino
e nessuno ti vede più. Invece era d’accordo con lui e sono finita in una
Casa e non le dico cosa ho passato e tutti i soldi me li portano via i
padroni e lui che è d’accordo. Quando voglio scappare mi dice che il mio
bambino me lo portano via e se esco mi mettono in galera e in galera e
senza il mio bambino non ci voglio stare. Non sono vecchia, sono frusta,
ho 24 anni, il mio bambino le monache non lo vogliono perché dicono
che è bastardo e dove me lo tengono costa tanti soldi ma lui non deve
sapere che sua mamma è una p. Sono sempre malata che non ho la forza
quasi di alzarmi dal letto e sono in una Casa bassa e allora posso stare.
[…] Non mi faccia mettere dentro me lo ha detto uno
che è venuto che lei Senatore è una brava persona e allora io ho detto
ci scrivo e se è una brava persona mi aiuta. Non ho mai fatto male a
nessuno e sono una povera ragazza sfruttata sempre, sono una di quelle
ma per mio bambino farei tutto. Non dica a nessuno il mio nome perché
se lo sanno che le scrivo mi fanno ancora del male e al mio bambino che
non sa che sua mamma è una p. e mi crede brava. Il mio bambino lo
faccio pregare per lei se mi fa ritirare con il mio bambino all’ospedale in
un posto che nessuno sappia chi sono e se mi stracciano il libretto perché
è meglio morire tutti e due piuttosto che questa vita. Ce ne sono tante
altre povere signorine come me che non ci hanno colpa e che hanno
paura, hanno bambini da aiutare e gente cattiva le sfrutta, ma se invece
di metterci in galera ci aiutano tutte allora sarà una gran bella cosa».

Ministro, lei ha mai letto questa lettera? Se non esplicitamente questa, un’altra delle tante recapitate alla senatrice Angelina Merlin l’ha mai letta?
Non mi sembra lei brilli per sensibilità, ma voglio comunque credere che le sue dichiarazioni in materia di prostituzione e di case chiuse siano il risultato della mancata lettura di questi scritti. Perciò, nonostante la disistima che nutro nei suoi confronti, non verrò meno alla magnanimità che mi vanto di possedere (un valore che, al contrario di quanto appaia, dovrebbe avere anche un fervente cattolico come lei) e le lascerò, qui di seguito, il link utile per l’acquisto del libro Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse. Ragioni e sfide di una legge attualehttps://www.amazon.it/senatrice-Merlin-Lettere-chiuse-Ragioni/dp/8865791888.
Non voglia che mi si accusi di essere prevenuta nei suoi confronti, specifico che le mie ipotesi riguardo la sua ignoranza in materia sono dettate da una sua dichiarazione, risalente al 2018, in cui afferma: «Riapriamo le case chiuse e tassiamo la prostituzione. Fare l’amore fa bene […]. Per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione».

Nella speranza che leggere il libro faccia breccia nel suo lato emotivo, costringo la mia generosità a mettersi ulteriormente a suo servizio e le lascio un breve resoconto sulla storia e le ragioni della legge 75/1958 che credo (e spero) possa tornarle utile.

Intitolata Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, la legge, meglio nota come legge Merlin dal cognome della senatrice socialista che la propose, non criminalizza e non punisce l’attività prostitutiva ma, al contrario, punta i riflettori sugli sfruttatori, tentando di creare un ambiente scoraggiante nei confronti della prostituzione (e non della prostituta) per impedire che di essa si faccia un commercio. Nel decretare la chiusura delle case di prostituzione, e più in generale dei luoghi di meretricio, la legge si richiama al «principio di uguaglianza (art.3 Cost.), al diritto alla salute, che implica il divieto di trattamenti sanitari obbligatori (se non per disposizioni di legge; art.32, comma 2) e al principio secondo cui la libertà di iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con la dignità, la libertà e la sicurezza umana (art.41, comma 2)». Tali riferimenti si comprendono meglio alla luce del fatto che, come è noto, nei “bordelli”, o “case chiuse”, le donne vivevano essenzialmente come recluse: potevano uscire esclusivamente se accompagnate dalla tenutaria, erano sottoposte a visite mediche obbligatorie, se affette da malattie veneree confinate nei sifilocomi e schedate per tutta la vita.
Il principio generale che si ricava dalla disposizione di Angelina Merlin è che, nonostante le recenti opinioni in favore della neo-regolamentazione promuovano la legalizzazione della prostituzione così che le lavoratrici e i lavoratori del settore siano obbligati a pagare le tasse, contribuendo alla crescita del Pil (opinioni che lei stesso, ministro, condivide), è che il corpo di una donna non può essere oggetto di una regolamentazione pubblica che la porrebbe, inevitabilmente, in una condizione di marginalizzazione.

Il possibile fraintendimento del testo di legge si insinua lì dove viene a mancare la qualificazione stessa dell’attività prostitutiva. Il fatto che la legge non giudichi, in nessun modo, la prostituzione come un contratto non vuol dire che la consideri lecita o legittima: in contrasto con quanto sostengono i fautori e le fautrici della prospettiva neo-regolamentarista, la prostituzione non viene riconosciuta come espressione di libertà perché, se fosse così inquadrata, la libertà primaria sarebbe quella degli speculatori di trarne profitto economico. Il mancato disciplinamento dell’attività prostitutiva e del reato di prostituzione ha dato luogo, negli anni, a prassi abusive e contrarie agli intenti e allo spirito della legge. Ne sono un chiaro esempio i regolamenti e le misure di prevenzione di cui oggi le prostitute sono ancora le destinatarie principali. Si tratta di quei regolamenti, adottati da molti comuni, che sono espressione di una svolta securitaria e che vengono adottati col fine di tutelare la sicurezza pubblica, intesa come decoro pubblico. Alcune di queste disposizioni antiprostituzione prevedono l’utilizzo da parte delle autorità pubbliche di poteri amministrativi di prevenzione, esercitati non nel tentativo di interrompere la commissione di un reato quanto piuttosto di prevenirlo. Ricordiamo, a tal proposito, il foglio di via, un provvedimento con cui il questore intima a un soggetto ritenuto pericoloso per la sicurezza pubblica di non fare più ritorno nel comune dal quale viene allontanato fintanto che, dopo un certo numero di anni, non sarà concessa un’autorizzazione che gli permetterà di rientrarvi.

I detrattori e le detrattici della norma, ne ritengono il contenuto contradditorio in quanto, pur prevedendo otto fattispecie di reato, accomunate dal fatto di riferirsi a condotte volte a istituire la prostituzione come una forma di impresa, traendone un profitto, non punisce la prostituta. A loro dire, ciò sarebbe espressione di un attentato al diritto delle donne di esercitare la loro libertà sessuale e di monetizzare col proprio corpo. Tale lettura viene smentita, oltre che dalla ratio stessa della norma, anche dal più recente comunicato con cui la Corte costituzionale ha anticipato il contenuto della sentenza 141/2019 concernente il dubbio di un giudice della Corte d’appello di Bari sulla legittimità di alcune parti dell’art.3 della legge in relazione all’organizzazione di attività di escort su cui l’imputato lucrava. Il giudice, facendo propria una visione per cui l’oggetto tutelato dalla legge Merlin sarebbe la libertà sessuale, ne sostiene l’illegittimità utilizzando come parametro costituzionale l’articolo 2.
Al contrario, la Corte, riconoscendo quale bene che si intende tutelare la dignità della persona che offre prestazioni sociali, sentenzia la costituzionalità della legge Merlin, negandone la contrarietà tanto all’articolo 2 quanto al 41: «Il fatto che il legislatore individui nella persona che si prostituisce il soggetto debole del rapporto spiega la scelta di non punirla, a differenza di quanto avviene per i terzi che si intromettono nella sua attività».

Come afferma Niccolai in La legge Merlin: eredità femminile da riconoscere, oggi, il contratto sessuale contro cui si scagliava la Senatrice, è stato recuperato per interpretare la relazione tra prostituta libera e cliente nei termini di un contratto a causa illecita, «quali sono, ad esempio, quelli contrari al buon costume, […] con l’effetto che non può essere riconosciuta dai tribunali italiani l’obbligazione di pagare dopo aver ricevuto servizi sessuali». Qualificare questo rapporto in tal senso «ha significato, sul piano materiale, negare alle donne azione contro l’uomo che non paga e, su quello simbolico, che la prostituta non è degna di rispetto».

Ciò a cui oggi si assiste è uno svuotamento, un’alterazione noncurante della natura e delle ragioni della legge Merlin che alcuni/e, compreso lei, operano, con obiettivi di lucro, senza tener conto che, così facendo, quella dignità che la Senatrice intendeva restituire e proteggere viene, di fatto, nuovamente spezzata.