sotto il cielo di Lorenzo, editoriale di Giusi Sammartino

Editoriale. Sotto il cielo di Lorenzo

Carissime lettrici e carissimi lettori,
frecce infuocate trafiggono un giovane uomo di fede. Scie luminose saettano giocose e propense ad avverare desideri, nei cieli neri d’agosto. Questo è San Lorenzo, questa è la sua notte.
Lorenzo era nato, forse l’ultimo giorno dell’anno 225 a Valencia, nella penisola iberica. Era diventato arcidiacono a Roma, nominato per occuparsi dei poveri e dei derelitti della città dal Papa, suo grande amico, Sisto II, che morirà tre giorni prima di lui, il 7 agosto. A Roma Lorenzo venne martirizzato anche lui, il 10 agosto del 258, durante il periodo di persecuzione ai e alle fedeli del Cristo voluto, nel 257, dall’imperatore Valeriano.
La celebrazione liturgica è il 10 agosto quando la tradizione racconta del suo martirio sulla graticola. I racconti sul martirio di Lorenzo sono tanti e alcuni sfiorano la leggenda. Si dice che il suo corpo fosse stato fatto a pezzi e poi dato in pasto alle folle affamate pagane, questo dedotto da una frase riportata da Ambrogio: «sembra che Lorenzo abbia detto: “Assum est… versa et manduca, “È cotto… girami e mangia”. Forse fu per via di questo passo che si diffuse nel Medioevo la credenza secondo cui il corpo del martire fu fatto a pezzi e dato in pasto alla plebe pagana vittima di una carestia».

«La tradizione dice anche in maniera più precisa che a Lorenzo fu promessa salva la vita se avesse consegnato i tesori della chiesa entro tre giorni. Il 10 agosto, quindi, Lorenzo si presentò alla testa di un corteo di suoi assistiti dicendo: “Ecco questi sono i nostri tesori: sono tesori eterni, non vengono mai meno, anzi crescono”».
San Lorenzo martire è considerato patrono dei bibliotecari, cuochi, librai, pasticceri, vermicellai, pompieri, rosticceri e lavoratori del vetro. È inoltre il patrono della città di Grosseto, della città di Tivoli, di Sant’Agata di Battiati, in provincia di Catania, di Aidone (Enna), dove si venera anche una sua reliquia. È uno dei tre patroni di Perugia e uno dei due di Viterbo. Il Duomo di Genova è dedicato al martire spagnolo, nonostante il fatto che egli non sia compreso tra i quattro santi patroni della città che sono San Giorgio, San Giovanni Battista, San Bernardo e San Siro. Nel Canton Ticino è patrono di Lugano. Una sua reliquia si trova ad Amaseno dove, come succede al partenopeo santo Gennaro, ogni anno si ripete la liquefazione del sangue conservato in un’ampolla. È il patrono di un numero considerevole di comuni e frazioni di comune in tutte le regioni Italiane (lunga è la lista di quelle lombarde). Così come si trovano ovunque le chiese a lui intitolate; da Genova a Trapani, da Mestre a Napoli (famoso il duomo), da Milano, una bellissima basilica a pianta circolare del IV secolo, a Torino e, soprattutto a Roma dove ci sono ben otto chiese a lui dedicate, da San Lorenzo fuori le mura (a bordo del quartiere omonimo distrutto, come la chiesa, dalle bombe e mitragliate alleate durante il bombardamento tragico del 19 luglio 1945), a San Lorenzo in Damaso, a quella dietro via del Corso Umberto, detta in Lucina, ora aperta su una splendida area pedonale. A Padula (Salerno) sorge la famosa e magnifica Certosa a suo nome, patrimonio dell’Unesco. In Sardegna sono numerosissime chiese a lui nominate. A Madrid c’è la Basilica di San Lorenzo dell’Escorial, una delle più importanti opere di architettura della Spagna.
Nell’arte San Lorenzo e l’atto del suo martirio sono stati celebrati dal pennello e dallo scalpello dei più grandi artisti cominciando da Gianlorenzo Bernini che ne fece una statua, oggi esposta agli Uffizi. Lo dipinse Tiziano (Chiesa dei gesuiti a Venezia), il Beato Angelico (Vaticano) e Benozzo Gozzoli (cappella dei Magi a Firenze) e per chiudere, tra i grandi, il San Lorenzo affrescato da Michelangelo Buonarroti nella volta della sua cappella Sistina. Splendido anche Il martirio di San Lorenzo di Ludovico Gimignani, ad Ariccia, vicino Roma.

Ma veniamo alle stelle, guardiamo al cielo e ai sogni da realizzare. Stelle, quelle cadenti di questi giorni, quelle delle Lacrime di San Lorenzo, che accolgono le nostre preghiere, proprio non sono. Le scie incendiate che vediamo passare in cielo in questo periodo (e non solo nella notte del 10 agosto) sono le cosiddette Perseidi, uno sciame di meteore che si incendiano a contatto con l’atmosfera. Così è sfatato: non sono stelle cadenti quelle a cui chiediamo di esaudire i nostri desideri. Poeticamente sono chiamate Lacrime di San Lorenzo, evocando il martirio nel fuoco del santo. Le nomina anche il poeta, Giovanni Pascoli «San Lorenzo, io lo so perché tanto/ di stelle per l’aria tranquilla/ arde e cade, perché sì/ gran pianto/ nel concavo cielo sfavilla…». In effetti, in quei giorni, l’atmosfera terrestre è attraversata da un numero rilevante di piccole meteore creando un fenomeno particolarmente visibile nel cielo sereno d’estate.
Scrive l’antropologo napoletano Marino Niola, docente di Antropologia dei simboli, Antropologia delle arti e della performance e Miti e riti della gastronomia contemporanea presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, editorialista, già presidente del Teatro Stabile di Napoli: «Il fatto è che noi siamo in tutto e per tutto figli delle stelle ed è dalla notte dei tempi che interroghiamo astri, nebulose e meteore nella speranza di leggervi dei messaggi segreti sulla nostra vita e sul nostro futuro. Dalle antiche civiltà europee ed asiatiche, dove non si muoveva foglia senza l’approvazione degli astrologi fino ai popoli africani come i Masai del Kenya che vedevano nelle stelle cadenti gli occhi di Dio lanciati verso la terra come droni per sorvegliare da vicino i comportamenti umani. Del resto, è proprio una cometa ad annunciare agli uomini la Buona Novella, cioè la nascita di Gesù che dà inizio ad una nuova pagina della storia. Peraltro, gli astri sono tanto presenti nella nostra vita da influenzare perfino il nostro linguaggio quotidiano. Tutti i vocaboli che hanno a che fare con la conoscenza, con il calcolo, perfino con le passioni derivano dall’osservazione della grande notte. La parola considerare, per esempio, deriva dal latino cum (con) e sidera (stelle) e significa esaminare l’insieme delle costellazioni. E desiderare vuol dire guardare qualcuno o qualcosa che ci attrae come una stella. Insomma, il firmamento è da sempre una mappa per orientarsi nei labirinti del cosmo e del destino. È quel che cercheremo di fare in queste sere quando, inquinamento luminoso permettendo, ci metteremo a contemplare la volta istoriata della notte in cerca di quel po’ di poesia ancora possibile nel nostro mondo ipertecnologico. Anche se ormai le stelle le guardiamo giusto per vederle cadere. E il cielo ci parla solo attraverso il meteo».
Se abbiamo guardato all’arte per il martirio del Santo spagnolo, vediamo le stelle espresse con il pennello dei grandi pittori e pittrici. Cieli infiniti sono stati dipinti da Vincent Van Gogh (La notte stellata), da Giotto, nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Joan Mirò ci ha donato le sue Stelle cadenti. La cometa la dipinge Albrecht Durer (Melancholia). Celebre in Tintoretto il suo Origine della via Lattea. Poi Edvard Munch con la Notte stellata e la divertente incisione di Daumier dedicata a una delle comete più famose, quella di Halley. Come tralasciare, nell’arte, il meraviglioso film dei fratelli Taviani (La notte di San Lorenzo, 1982)!

Prima che ritorni il tempo della Scuola, ormai incredibilmente vicino, facciamo il punto sulla maturità (si richiamerà così) di questo 2025. Hanno fatto arrabbiare non poco il ministro Valditara gli studenti e le studentesse che non si sono presentate, per protesta perché tutti e tutte bravissimi/e, agli orali. Il ministro è andato su tutte le furie, ma i e le maturande non hanno subito le “rappresaglie anti-boicottaggio” promesse da viale Trastevere a Roma. I 4 studenti “cavalieri” di questa Apocalisse scolastica, di un ministero che si definisce “del merito” si iscriveranno tranquillamente all’università valutati, come detta la regola, solo dai risultati ottenuti dai loro elaborati scritti. Hanno avuto il coraggio e il pregio di aver detto al mondo le carenze della scuola nostrana. Mariasole, marchigiana, della non facile scuola del Libro di Urbino, Giammaria, del liceo scientifico Fermi di Padova, Maddalena, del liceo scientifico Galilei di Belluno, e un altro ragazzo, che ha voluto mantenere l’anonimato e studente del liceo classico Canova di Treviso, sono stati i protagonisti di questa stupenda “protesta dei maturandi” presentandosi puntualmente all’esame orale, ma rispondendo “no” all’interrogazione della commissione: «Alla commissione Mariasole ha annunciato la sua decisione presentando un discorso stampato e chiedendo che venisse messo a verbale. Nel testo, “ho espresso la mia delusione per l’esperienza vissuta a scuola e ho criticato l’attuale sistema di valutazione basato su voti e crediti, dove il lavoro di cinque anni viene dimenticato, dando importanza solo a tre prove. L’ultima goccia è stata un sette in condotta che non ritengo giusto — chiarisce — Ho sempre dato il massimo a scuola e penso di essere stata punita per la mia attività di rappresentante”. “Buongiorno professori, non voglio sostenere le interrogazioni per la maturità, la mia prova orale finisce qui”: queste le parole alla commissione di Gianmaria Favaretto di Padova. “Ho fatto questa scelta — ha dichiarato lo studente al quotidiano Il Mattino — perché trovo che l’attuale meccanismo di valutazione, non rispecchia la reale capacità degli studenti, figuriamoci la maturità”. Maddalena Bianchi descrive così il giorno del suo orale: “Sono entrata in aula, ho pescato la traccia. Poi ho aspettato che tutti i docenti della commissione si sedessero e ho iniziato il mio discorso. Ho provato a spiegare che, sebbene nella mia scuola la parte relativa alla preparazione sia stata ottima, ritengo che sia mancata totalmente l’attenzione alle persone. Il focus dei docenti è sempre stato sui voti. Io non ho mai avuto grossi problemi, ero una ragazza tranquilla, coi voti nella media. Ma non c’è mai stata la voglia di scoprire la “vera me” da parte dei docenti”. Infine, i quotidiani locali non riportano il commento del ragazzo di Treviso, a parlare è stata la preside, Maria Rita Ventura: “Una volta entrato al colloquio non ha voluto rispondere alle domande, pur essendosi presentato in aula — ha spiegato — contestava la struttura dell’esame. E in particolare il fatto che valutasse competenze e contenuti già verificati durante l’anno”». (Dire)

Continuano irrimediabilmente i femminicidi, mentre la cronaca ricorda l’anniversario di un delitto che non è stato mai risolto, una sorta di macabro “delitto perfetto” che ha visto la morte inspiegabile di una ragazza, Simonetta Cesaroni, avvenuta nell’ufficio in cui la giovane Simonetta lavorava, in via Poma, nel quartiere romano di Prati: era il 9 agosto del 1990. Trentacinque anni e una marea di misteri.
In carcere c’è stato un suicidio, non l’unico accaduto in questa istituzione che dovrebbe proteggere e ri-educare chi qui vive consegnato allo Stato per un reato commesso. Segna le cronache di queste giornate d’agosto un ennesimo atto di disperazione. A porre fine alla sua vita in cella è stato Stefano Argentino che si era macchiato del delitto di Sara Campanella, la giovane studentessa ventiduenne seguita, e da troppo tempo perseguitata, dal ventisettenne compagno di corso dopo una lezione all’università di Messina. L’aveva con accanimento seguita e accoltellata alla fermata dell’autobus. L’avvocato di Argentino ha detto che è stata una morte che si poteva evitare (Stefano aveva già tentato il suicidio due settimane fa). Lo stesso avvocato ha scritto: «questa morte è l’ennesima sconfitta dello Stato e dell’umanità».

Per questa settimana ho scelto di leggere con voi la poesia già citata nel testo intitolata alla giornata di domani. In effetti Giovanni Pascoli ha scritto questi versi non per la notte di San Lorenzo, ma in memoria dell’uccisione del padre, Ruggero Pascoli, avvenuta il 10 agosto 1867, probabilmente per mano di briganti, X agosto fu pubblicata per la prima volta il 9 agosto 1896 su Il Marzocco e successivamente fu inserita nella sezione Elegie delle Myricae.
Poi il triste impegno preso con voi per Gaza.

X agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla arde e cade,
perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

(Giovanni Pascoli)

Per Gaza

Posso scrivere una poesia
Con il sangue che sgorga
Con le lacrime, con la polvere nel mio petto
Con i denti della ruspa, con le membra smembrate
Con le macerie dell’edificio, con il sudore della protezione civile
Con le urla delle donne e dei bambini
Con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo,

con tutti questi volti che cercano i loro dispersi,
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice: “sono ancora vivo”,
con i corpi senza lineamenti,
con l’attesa, l’attesa, e ancora l’attesa!
Posso scrivere una poesia con il fragore del tradimento
Con il silenzio nudo
Con la neutralità viscosa, con l’impotenza svelata,
con il servilismo verso l’America
Cosa può una poesia?

(Yousef El Qedra)
Nato a Khan Yunis, Gaza. Ha studiato Lingua e letteratura araba presso l’Università al-Azhar di Gaza. Tra i suoi ultimi lavori, tradotti in diverse lingue, segnaliamo la raccolta poetica Hidden in Interpretation (2014) e il diario The Dialects of Gaza (2024).

Buona lettura a tutte e a tutti in attesa di pace