accadde…oggi: nel 1900 nasce Marisa Mori, di Valentina Biondini

immagine tratta da http://www.futurismo.org

Who’s next?… Marisa Mori

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Marisa Mori, all’anagrafe Maria Luisa Lurini, è una pittrice italiana che si è avvicinata all’arte da autodidatta, ma che ben presto dell’arte ha fatto la propria ragione di vita. Principalmente pittrice ed esponente di movimenti artistici lontani fra loro, passa dalla scuola torinese di Casorati al Futurismo, allargando col tempo i suoi interessi anche alla fotografia e alla scenografia teatrale.

Via Lanfranchi

Nata a Firenze nel 1900, alla fine della Prima Guerra Mondiale si trasferisce a Torino con la famiglia. La vocazione artistica la raggiunge fin da ragazzina, tanto che comincia a prendere lezioni di pittura, pur senza grande entusiasmo da parte dei genitori. Nel 1920 sposa Mario Mori, cugino di primo grado, tecnico minerario, agronomo e topografo alle dipendenze del governo argentino e per questo spesso all’estero. Di conseguenza, dopo la nascita del figlio Franco, la separazione sopraggiunge repentina.

Cabine sulla spiaggia

La pittura diventa allora la sua occupazione principale: dipinge in ogni momento diversi soggetti di natura morta e ritratti, tra cui il figlio piccolo. Il suo più intimo desiderio è quello di entrare a far parte della scuola di Felice Casorati, cosa che avviene nel ‘25. Lo stile delle sue opere di questo periodo (1925-1931) è molto vicino a quello del maestro, sia per i temi che per le scelte formali e cromatiche che Mori interpreta con soluzioni delicate e sensibili: un languore malinconico che pervade tanto i ritratti familiari quanto le desolate marine, stese in una materia luminosissima, calcinata e un po’ rugosa.

Ebrezza fisica della maternità

Abbandonato lo stile di Casorati, negli anni ’30 Mori abbraccia con entusiasmo il Futurismo e comincia per lei un’attività espositiva molto intensa. Nel ’33 viene invitata alla I Mostra nazionale futurista a Roma e ottiene il terzo posto al premio di pittura Golfo di La Spezia con il trittico intitolato Sintesi del golfo. Benché nessuna delle Futuriste possa essere considerata un’antesignana del femminismo, Mori si distingue per la sua determinazione nell’affermare la connotazione femminile della sua arte. All’interno del volume La cucina futurista (1932) scritto da Filippo Tommaso Marinetti e Fillia, decide ad esempio di contribuire con la ricetta, e il relativo disegno, delle spregiudicate e sensuali “mammelle italiane al sole”, una delle più note ricette della cucina futurista. Mentre nel ’36 firma un quadro dal titolo emblematico “Ebbrezza fisica della maternità”, che può essere letto come la rivendicazione di una dimensione carnale della donna, altrimenti relegata dalla propaganda di regime allo stereotipo dell’angelo del focolare.

Ritratto

Tuttavia sul finire degli anni ’30, dopo l’emanazione delle leggi razziali, mette in discussione il suo rapporto con il Futurismo e inizia il suo progressivo distacco dai gruppi futuristi. Inoltre dà rifugio alla celebre Rita Levi Montalcini e alla sua famiglia, in quanto amica di Paola, sorella gemella di Rita, che era stata a sua volta allieva di Felice Casorati. L’uscita dal movimento la spinge a tornare a una figurazione di matrice classica, ritrovando temi e modi di Casorati, come il ritratto, le nature morte, le maschere, i nudi. Inoltre insegna Storia del Costume presso l’Accademia dei Fidenti a Firenze, scuola di recitazione che aveva già frequentato come attrice, e riprende a studiare seguendo i corsi di Arturo Cecchi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. A partire dagli anni ‘50 conduce una vita ritirata, con rare occasioni espositive legate alla sua ultima produzione, riprendendo a dipingere nature morte, nudi e ritratti, in solitudine, fino alla morte, avvenuta a Firenze nel 1985.

La divisione meccanica della folla

Su di lei l’oblio si è interrotto nel 1980 quando due suoi quadri sono stati inclusi a Palazzo Reale, a Milano, nella mostra “L’altra metà dell’avanguardia”, la prima grande rassegna dedicata alle donne del Futurismo. Una curiosità: negli anni ’30 Mori diventa un’aeropittrice riconosciuta. Passaggio obbligato, per poter esprimere l’emozione del volo nelle sue pitture, fu appunto l’iniziazione al volo, esperienza su cui si espresse così: «Eccomi allora qua, pronta a volare in questo piccolo apparecchio che mi fece vedere in audaci giravolte tutto il paesaggio rovesciato. Ero legata al sedile e quelle acrobazie, quella visione insolita della terra, mi ha stimolato a lavorare e sono diventata aeropittrice». In virtù di ciò, nel ’32 partecipa alla mostra sugli aeropittori futuristi a Parigi, dove ha l’onore di conoscere Picasso.

Composizione

Ma per sondare la ricca e complessa interiorità di questa grande artista, non c’è modo migliore se non quello di interrogarla direttamente. Andiamo allora a trovarla nella sua grande casa di Firenze dove, intenta a dipingere, ci sta attendendo…“Ai miei tempi la gente si stupiva di come fossi passata dalla scuola torinese di Casorati al Futurismo di Marinetti. Invero si trattava di ambienti assai diversi tra loro, come d’altra parte lo erano i loro mentori: Casorati era posato e icastico, Marinetti invece vulcanico e caleidoscopico. Entrambi però, a mio avviso, erano accomunati da una medesima impostazione androcentrica dell’arte… Nonostante il disappunto di Casorati, il Futurismo sembrava rispondere perfettamente alla mia esigenza di libertà e di dinamismo, rimasta troppo a lungo imbrigliata nel rigore della sua scuola torinese. Quindi sì, posso affermare che il futurismo per me è stato una gioia, perché potevo inventare, arricchire di colori e di ritmi ciò che prima studiavo dal vero! In altre parole questo passaggio che, visto da fuori, poteva sembrare assurdo, avvenne per mera necessità, quella di trovare una nuova forma espressiva.

Le due fanciulle

Tuttavia, quando durante la Seconda Guerra Mondiale vennero promulgate le leggi razziali, non potei restare indifferente. Non ho mai appartenuto a nessun partito, non ero né fascista né antifascista, ma quando ci fu la persecuzione razziale presi posizione ospitando degli ebrei, i fratelli Levi Montalcini: i pittori Paola e Gino, e il futuro premio Nobel Rita. Quella frattura morale divenne, ancora una volta per necessità, anche artistica. Non riconoscendomi più nel movimento, tornai ai soggetti e ai paesaggi del mio primo periodo. E decisi di produrre i miei quadri qui a Firenze, nella quiete di questa casa, esponendo solo di rado le mie opere: nature morte con rose e giardini, maschere, vasi ricolmi di fiori e diversi ritratti di donne d’ogni età. Donne in alcuni casi dall’aspetto pensieroso e malinconico, quello di chi non è rimasto indifferente alle intemperie della vita e ne porta i segni nello sguardo e nel volto, proprio come me.”

Grazie Marisa…