i giorni di vetro, di Nicoletta Verna, recensione di Paola Naldi

Il titolo ha doppia valenza: da una parte si riferisce a Vetro, personaggio maschile centrale, gerarca fascista sadico e crudele, dall’altra a quel ventennio fascista in cui la vita diventa fragile, precaria, in cui tutto sembra facilmente distruggersi.
Questo romanzo storico è ambientato tra Castrocaro e Forlì, luoghi che l’autrice conosce bene, essendo originaria di quei posti. Ha inizio il 10 giugno 1924, giorno del delitto Matteotti, con cui inizia la vera e propria dittatura fascista. È anche la data di nascita di Redenta, la bimba che sembrava destinata a morire, come i fratellini che l’hanno preceduta e si salva contro ogni previsione. Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta, prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’
Redenta sembra muta, perché inizia a parlare solo a 6-7 anni, a 6 anni si ammala di poliomielite, per cui avrà una gamba matta, che non le impedirà di darsi da fare come tutte le donne del tempo. Considerata in paese la purina, ha una grande forza morale, uno sguardo attento e pietoso su chi la circonda. Suo riferimento è nonna Fafina, con cui passa quasi tutta l’infanzia, mentre la mamma deve faticosamente fare i conti con un marito inaffidabile, tornato dalla guerra con il desiderio di riprendere a combattere. Fafina, infermiera, donna forte, coraggiosa, si occupa delle nipoti e di altri orfani o bastardi, tra cui Bruno, che crea con Redenta un legame particolare. Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia, difende Redenta in ogni occasione e da adulto diventerà un partigiano coraggioso, quasi leggendario per le sue imprese.
Siamo nel periodo del fascismo, con la violenza, i soprusi, le persecuzioni verso i dissidenti…Vetro è Amedeo Neri, così soprannominato in paese, un gerarca fascista cui Redenta viene data in sposa per volontà del padre. Quest’uomo, che ha commesso ogni tipo di nefandezze nella guerra in Etiopia, è bellissimo, con un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, una medaglia al valore e un posto di prestigio. In realtà è sadico, crudele, abietto. Redenta con lui deve sopportare ogni tipo di orrore, ma pur seviziata e bistrattata, mantiene una propria dignità.
Altro personaggio femminile, antitetico a Redenta è Iris: bella, volitiva, ha studiato da maestra e cerca una propria emancipazione. Aderisce alla Resistenza ed è disposta a tutto per i suoi ideali. La troviamo nel secondo capitolo del romanzo, accanto alla mamma, che ha creato una scuola per dare un minimo di istruzione ai bambini del paese.
Bruno e Iris scompaiono per alcune pagine, mentre prevalgono altri episodi legati a Redenta e alla sua famiglia. Riappaiono nel momento in cui inizia la lotta della Resistenza.
Sarà Redenta ad essere figura salvifica sia per Bruno che per Iris…
Intorno a queste figure centrali si muove la gente del paese, con i suoi sacrifici, gli eroismi e le vigliaccherie, i pettegolezzi e la solidarietà…: le contraddizioni di ogni gruppo umano, rese estreme in situazioni di guerra e indigenza. Abbiamo una storia raccontata dal punto di vista delle donne, il che è importante e abbastanza originale nella narrativa italiana.
Questo romanzo ci catapulta nel momento del fascismo (richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943, al Grand Hotel Terme, ci fu la riunione dei gerarchi fascisti, da cui prese le mosse la Repubblica di Salò), poi della Liberazione, ma nello stesso tempo è un romanzo che ci parla della dicotomia umana tra luce e oscurità. Lascia la speranza finale che prevalga la luce su ogni atrocità, ma ai sopravvissuti manca la voglia di vivere, faticheranno a superare i traumi e per alcuni la morte sarà una specie di liberazione. Questo avviene in tutte le guerre ed è valido anche nel presente.
Particolare è lo stile narrativo della Verna, poetico e crudo nello stesso tempo, vero e realistico, con l’inserimento di parole dialettali romagnole, che ci riportano a un tempo passato e a un modo di concepire allora la vita. Il registro linguistico si adatta alle voci narranti, che si alternano.
Un bel romanzo, che ti coinvolge e aiuta a ricordare un passato troppo spesso giustificato…
“Alzando gli occhi c’è il campanone che si staglia contro il cielo, e l’armonico dispiegarsi delle tombe bianche regala un immenso senso di quiete. Qui è dove tutto termina, dove cessano le sofferenze. Dio li perdona e loro perdonano lui. È l’unico luogo in cui la guerra è davvero finita.”
“Le speranze sono gli scarti della felicità: ciò che ci tiene vivi quando il resto si decompone.”