Il fuoco che abbiamo sepolto, di Alfonso Fanella, Graphofeel edizioni 2026, recensione di Daniela Domenici

Superlativamente splendido, poetico, struggente, drammatico e tanto altro è quest’opera di Alfonso Fanella, giovane scrittore siculo-genovese, che mi ha appassionato, avvinto e commosso come raramente accade.

È una storia che si svolge in un piccolo paese, Rambàgo, sulle colline pisane, dove il protagonista, il trentenne Alberto, torna dopo quindici anni; lì ha vissuto un’estate che ha segnato per sempre la sua vita.

Semplicemente perfetta la caratterizzazione dei/lle tanti/e co-protagonisti/e, dagli amici d’infanzia e adolescenza di Alberto, la cui presenza è fondamentale per lui, a Elisa, una giovane donna che è tornata a vivere a Rambàgo dall’Inghilterra dopo un grave lutto. In paese vive anche un ex combattente jugoslavo, Milan Jurevic, in fuga dalla guerra in Bosnia-Erzegovina. In una sera di quella estate di quindici anni prima durante un concerto avviene un qualcosa che cambierà per sempre la vita nel paese che ne verrà stravolta. Cito dalla quarta di copertina “Il fuoco che abbiamo sepolto diventa un romanzo emblematico sulle difficoltà che ciascuno deve affrontare per definire la propria identità, in equilibrio tra contrasti, ferite e desideri mai del tutto sopiti”: standing ovation!

Concludo estrapolando uno dei tanti, splendidi paragrafi che vorrei condividere con voi invitandovi a immergervi nella magia di questo libro “l’esistenza stessa delle mie riflessioni, delle mie angosce e della mia felicità dipendano dal fatto che riesca a raccontarle. Senza la scrittura le idee rimangono sospese come un’anima senza corpo da abitare. Manca il mezzo per arrivare da una mente all’altra e nulla di quello che viviamo esiste se non iene raccontato a qualcuno in grado di comprenderlo; e se manca la comprensione deve esserci quanto meno la voglia di conoscere senza giudicare”: grazie di vero cuore, Alfonso!