“Brendulo, ovvero il Che Guevara delle colline” al Nexus Studio di Firenze

Uno spazio teatrale minuscolo, raccolto, il Nexus Studio di Firenze, in cui davvero tante persone si sono, poche ore fa, volentieri “stipate”, alcune anche sedute per terra, per assistere, accogliere dentro di sé per emozionarsi profondamente e applaudire con un calore prolungato da vera standing ovation, il bellissimo monologo creato, interpretato e diretto da Silvia Frasson con le musiche eseguite dal vivo da Stefania Nanni alla fisarmonica.

Un’ora ininterrotta in cui Silvia ci ha regalato con la sua arte attoriale colorata anche da una gestualità straordinaria la storia di Brendulo, figlio di contadini che lavorano a mezzadria i terreni intorno a una fortezza di proprietà di ricchi conti. Brendulo inizia a giocare con Giulio, il figlio dei padroni, hanno la stessa età, e un giorno i due iniziano a fare un gioco diverso, giocano al maestro e l’alunno perché Giulio può andare a scuola, lui è ricco, mentre Brendulo deve lavorare “faccia a terra” nei campi. E grazie a Giulio Brendulo impara a leggere e a scrivere e questo lo porta ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda. Inizia così la storia di una rivoluzione.

L’autrice-attrice ha scelto di raccontare la storia di un rivoluzionario che aveva capito, nonostante il finale dolorosamente tragico della sua storia, che l’unico modo per guadagnare la libertà di essere umano è conoscere: cultura è libertà. E mai come in questo momento storico sociale in cui il diritto alla cultura viene messo da parte come se fosse un bene secondario, un lusso per pochi questa storia raccontataci da Silvia Frasson si rivela profondamente attuale.

Come dicevo prima ci ha talmente emozionato che siamo stati quasi in apnea per tutta la durata del suo monologo e alla fine a molti/e di noi è spuntata più di una lacrime di commozione, evento, vi garantisco sulla base della alla mia ormai lunga e vasta esperienza di recensore teatrale, alquanto raro e quindi ancora più prezioso perché la funzione del teatro è anche questo e infatti Silvia afferma “Credo che il contributo che può dare il teatro sia questo: avvicinarci a cose o eventi o personaggi che altrimenti rimarrebbero lontani dal nostro vivere. Far luce su aspetti del nostro vivere che a volte rimangono distanti, illuminarli col nostro sguardo, ognuno con il proprio, differente, particolare, personale. Recuperare una memoria collettiva che spesso viene messa da parte. In ogni storia che racconto c’è qualcosa di me, del mio vivere e vedere, è questo per me un modo di sentirmi testimone, discepola devota di un storia, di un personaggio, di un evento. Ogni volta che scelgo cosa raccontare e cosa no, effettuo una scelta e scegliere ci rende presenti, attivi, vivi. E per proseguire nel nostro vivere con coscienza e responsabilità è necessario conoscere da dove veniamo, cosa della storia che ci precede non vogliamo ripetere, cosa abbiamo guadagnato e non vogliamo perdere”: grazie a Silvia di vero cuore.

 

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