La cavalcata dei morti di Fred Vargas, recensione di Daniela Domenici

la cavalcata dei morti

Ho appena letto l’ultima delle 428 pagine de “La cavalcata dei morti” di Fred Vargas, pseudonimo sotto cui si nasconde un’archeologa e medievista autrice di una quindicina di romanzi che, soprattutto in Italia, hanno un pubblico di lettori affezionati e già mi mancano alcuni dei numerosi personaggi le cui vicende s’intrecciano e convergono tutte, come i raggi di una circonferenza, verso la figura del commissario Jean-Baptiste Adamsberg “dai vestiti perennemente stazzonati e l’ortografia esitante, il sognatore appassionato con il suo spirito sempre lento e un po’ vago. Adamsberg, come Colombo, accumula indizi, colleziona dettagli per meglio confondere i criminali…” (Le figarò letteraire).

Come non innamorarsi delle figure di Zerk e Momò, di Lina e Leò, di Veyrenc e Retancourt, di Hellebaud e tanti altri “personaggi che adoriamo per i loro tic, i difetti e l’intelligenza” (da Le monde magazine) in questo romanzo potente, misterioso e affascinante  in cui crimine e leggenda si fondono in un’alchimia rara e perfetta che mi ha attratto e avvinto a tal punto da non riuscire a riemergerne fino all’ultima pagina.

Il mio plauso va, oltre che all’autrice, naturalmente, alla bravissima traduttrice, Margherita Botto, che non deve aver avuto un compito facile nel rendere in italiano certi termini specifici della tematica scelta dalla Vargas ma c’è riuscita perfettamente: buona parte del fascino del libro va attributo a lei.

Ora andrò a ritroso e conto di leggere della Vargas “Un luogo incerto” precedente a “La cavalcata dei morti” di tre anni: ”sento” che anche questo sarà “un romanzo poliziesco lontano dai canoni  del genere” come quello appena terminato.