“Amalia Ciardi Duprè Cuore Speranza Ali” di Beatrice Bausi Busi

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Amalia e Beatrice

CUORE:

L’artista mai disgiunta dalla donna, la donna dalla sua anima, profonda e sensibilissima. Persona estremamente versatile, la cui manualità e creatività si esprimono ed espandono spaziando dalla creta al gesso,  al cemento, al refrattario, al marmo, alla fusione in bronzo o negl’infiniti studi a pastello, carboncino, sanguigna.

Traccia corpi, volti, panneggi e pose.  Ma, certo, non solo questo.

 

Come pochi altri artisti della nostra contemporaneità Amalia traccia espressioni e sofferenze, impronte lasciate nel suo animo da fatti di cronaca, dolori inenarrabili che solo l’apparente silenzio plastico di una scultura può fermare ma in realtà grida con ossa, muscoli e sangue ben percepibili alle nostre pupille.

Percorrendone le linee con lo sguardo, pare di toccare in ogni opera la dolente sapienza di quanto può essere duro il percorso del quotidiano, e assieme la commozione che sgorga dal centro del petto, da quel muscolo chiamato cuore a cui pensiamo, di cui ci rammentiamo solo nell’atto del suo accelerarsi o sobbalzare.  “Commuoversi: muoversi con”, anzi di più, commisti e in totale unione, fino alla simbiosi, fondendosi con l’altro che ha pagato con la vita le sue scelte di rigore, di un’etica ch’è purezza perseguita fino al sacrificio estremo.

 

Cuore della donna Amalia palpitante all’unisono con coloro che del proprio caro ormai hanno solo come prezioso ricordo l’ultimo saluto prima che una tormenta di morte l’abbia travolti, coi cuori straziati delle madri private brutalmente dei loro figli. Ed ecco i cicli di sculture sulle vittime innocenti della malvagità umana, che sia la droga o la mafia o “solamente” – come nel caso del giovane senegalese oppostosi a chi vessava il fornaio – la crudele, abnorme stupidità di coloro che presumono essere migliori perché SUPERIORI ad altri ed in grado perciò di imporsi loro fino al punto di punirli per il loro modo di vivere e le scelte compiute.

 

Cuore dell’artista Amalia che abbozza in pochi attimi il tormento di un volto, che modella con le dita, con  gli strumenti “amatissimi compagni di tutta la vita”,  nella postura di un corpo, nelle vesti che lo ricoprono la rassegnazione, la disfatta, l’annullamento del proprio esistere al constatare la fine di ciò che s’è umanamente perduto. Ma modella anche l’amore per gli animali ed il mare, per gli alberi e la natura, per le figure religiose cui si volge il cuore di tanti per trarne conforto, ed ecco Madonne e Santi,  un gigantesco Padre Pio in atto di accogliere il penitente, la bellezza e il calore apportati dal contatto umano nei volti di personaggi esprimenti affetto sereno ed amicizia.

La scultrice impasta nella materia il proprio condividere.

S’intuisce e sottende la passione: una passione viva unita alla maestria, ma soprattutto toccante aggregare nella materia grezza il proprio aggregarsi coll’altrui dolere o gioire.

 

SPERANZA:

La speranza in Amalia Ciardi Duprè assume molteplici forme. Una di queste si ravvisa nelle opere dedicate all’amore di coppia, alla maternità e alla cura dell’infanzia.

 

Talvolta i lineamenti sono appena accennati: l’importanza del gesto è tale che amplifica quella delle espressioni dei volti.

Gli arti in pose languide e assieme estatiche… ma al contempo così “normali”, quotidiane: le coppie allacciate si parlano, talvolta guardandosi amorosamente. Danno l’impressione di poterle udirle conversare di quelle importantissime cose da nulla che solo gli innamorati sanno dirsi,  propongono la speranza riposta in un futuro assieme che già gioisce al presente di questa insperato trovarsi e comunicare con  l’estraneo che non è più tale. L’amore ha preso con dolcezza la nostra esistenza unendola a quella del partner e uomini e donne sono all’alba di un rapporto nuovo, e come tutto ciò che sorge le possibilità che si prospettano sono infinite; lo stupore di ciò, in breve, si trasforma in appagamento. Girando attorno alla statua si gustano da ogni prospettiva i capelli delle figure che seguono i lineamenti,  le membra morbidamente disciolte, rilassate, le occhiate, anche certi sguardi rivolti altrove o il piacere degli occhi chiusi: le figure concretizzano la loro empatia col contatto di una schiena ad una gamba, di un braccio ad una coscia,  il possesso l’uno dell’altro è intensissimo perché percepiamo che non è solo un possesso carneo, fisico, ma va ben oltre. Si condividono il rispetto di se stessi e quello altrui, acuiti dalla sottile comunanza fisica percepita. Si è “coppia” eppure si rimane “persona”, nella gioia del poterselo permettere.

 

Lo stesso ritroviamo nelle opere che parlano dell’attesa:  vi è un colloquiare silente e attentissimo d’estrema finezza e definizione nei ventri rigonfi, sostenuti o accarezzati appena dalle mani, nelle molte donne sedute o in piedi, simili a grandi “gocce” di carne-creta.

Gocce vive di speranza per il futuro, e assieme accettazione del principio stesso della VITA, della sua potenza espressa nella potenzialità che ogni essere nuovo racchiude e che non conosciamo.

E sembra di percepire all’interno della madre l’altra forma avvolta su se stessa, assorta nel formarsi, nel prepararsi a nascere per vivere al di fuori dal caro tempio che l’ingloba e sostiene, che anche nel futuro avrà sempre importanza “vitale” nella sua formazione al divenire uomo o donna, sempre lo sosterrà ricolmandolo d’amore e cura.

Una solitudine condivisa, un comprendere appieno la sacralità infinita, miracolosa di questa congiunzione misteriosa con una nuova vita.  Diversissime le posture dell’accudimento verso un figlio già nato,  presente e interagente con la madre eppure tanto bisognoso del suo grande amore, del confortevole incavo delle sue gambe, delle braccia dove accucciarsi per confidarsi o giocare, ricevendone con le coccole lezioni sull’esistenza. Certi piccoli si aggrappano invece alle vesti o al corpo materno, arrampicandosi a momenti su di esso come scoiattoli su una madre-albero dispensatrice di rifugio, cibo, ombra nella calura e tana durante i temporali: continua il  muto innamoramento della madre verso il proprio bambino e tra loro si assapora quello speciale rapporto che li porta ad essere isole di un particolare arcipelago pur se lambite, forse in potenza sconvolte, e chissà sommerse dall’Oceano del mondo attorno a loro.

 

E cosa se non la speranza ha sostenuto l’artista nel portare a termine una delle sue opere più complesse ed imponenti, l’abside della chiesa di S. Maria a Vincigliata, la cui esecuzione ha richiesto nove anni? Il sostegno della speranza, virtù teologale, dritto tutore che sorregge una pianta appunto durante la sua crescita,  il suo sviluppo. La speranza di farcela ma soprattutto di poter dare, porgere, trasmettere la parola di Dio attraverso passi dell’Antico e Nuovo Testamento e la forma, la veridicità unite alla bellezza; nove anni in una vita intensissima che non conosce noia ma si prefigge continue nuove mete, sperimentazioni di modi espressivi, materiali, patine. Nella quale emozioni e stimoli reali o momenti di riflessione interiore e sogno divengono giornate, mesi, anni di lavoro.

 

Poi, vi è la speranza dei messaggi trasmessi dai miti.

I miti ci “confortano” nel nostro pesante andare, è opinione di Amalia, proponendoci esempi di forza, abnegazione, umiltà o  tenacia premiate.

Anche di fronte all’arroganza, o all’infingardaggine il mito permette la

trasformazione della delusione in coraggio. Dello sconforto, nel protendersi ad un nuovo momento di fiducia.

Le è cara la dolcezza del mito di Filemone e Bauci, la cui vecchiaia semplice e parca, la schietta ospitalità offerta alle divinità –  in incognito, sotto l’aspetto di poveri viandanti non facilmente ravvisabili – consentì l’appagamento del loro unico desiderio: divenire custodi della loro povera capanna divenuta tempio e non sopravviversi l’un l’altro.

Quanti di noi, se abbiamo realmente amato qualcuno, vorremmo come loro finire la nostra esistenza trasformati in quercia e tiglio, uniti su un colle, le fronde confuse nell’appagante stormire, ancora, insieme….

 

E il mito di Venere, l’unione del femminino all’elemento ACQUA, al salso che par di vedere incrostare le vesti, intrufolarsi tra i capelli della bella nascente dalle onde, in un trionfo di conchiglie perfette e di spuma, tra panneggi di flutti e movenze sinuose di alghe. Veneri di creta e di bronzo, patine opacizzanti e lucentezze morbide, nudità caste eppure prorompenti e mai  – neppure ammiccante – traccia di volgarità!

La grandezza di Amalia Ciardi Duprè sta anche in questo, nel proporre sensualità e carnalità vere, tangibili eppure di una delicatezza e di un gusto squisiti. Di certe figure sembra sentire la grana della pelle, il calore della carne, vedere il corpo che procede nel suo muoversi sotto il tuo sguardo o percepirne la tensione vitale, lo sgomento, il sogno, la paura, la disperazione commisti a un pudore estremo.

Sappiamo, certo, quanto fa più male  il dolore di chi non si straccia pubblicamente le vesti per farne mostra ma compostamente, quasi assurdamente, ripete i gesti di sempre mentre nell’intimo si sente squarciare da capo a piedi. Li compie con dignità sacrale, e con silenziosa gratitudine per quel che si è perduto ma AVUTO, piuttosto che con l’astio di molti verso il Creatore per quel che avremmo ambito avere ancora e ancora, credendo ci fosse DOVUTO per sempre.

 

Nelle donne e negli uomini di Amalia il vero grande dolore è espresso ed impresso unitamente al rigore rispettoso della proporzione, assieme al vibrare di una sensibilità che, se pure grida, non lacera i timpani ….ma i sensi interiori.

Questo emerge anche dalla “speranza” delle figure disegnate a pastello, impastate nella creta, fuse nel bronzo. Un dolore totalmente umano che si sublima nella passione accettante: chi siamo noi per conoscere scopi e metodi di Dio?

 

ALI:

Ali di angeli, attenti al dolore intimo dei loro protetti, consolatori e partecipi del soffrire fisico o morale. Nella produzione sfaccettata e vastissima di Amalia gli angeli sono creature schive, ma la grandezza del loro potere soccorritore è comparabile a quella delle loro ali.

 

Come nel messaggero di “Dialogo e conforto”, avvolte attorno alla figura che ad occhi chiusi gli si confida; l’angelo ascolta con espressione dolente e partecipativa, e delle ali sembra  volerne fare una coperta che protegga  e riscaldi dal freddo del dolore; le vesti sue e del confidente sono mischiate come da un grande colpo di vento …o forse dallo spostamento d’aria provocato dalle ali stesse nel racchiudere in un abbraccio d’amore chi gli si sta rivolgendo. Il materiale, un refrattario bianco, nei tocchi larghi di tonalità azzurrate amalgama le capigliature dei due personaggi, i drappeggi, e le ali paiono abrase sulla loro superficie, quasi nel volare a consolare   la forza del vento vi si fosse opposta o come un ulteriore compenetrarsi per assomigliare, assimilandosi, al grezzo tessuto che veste l’umano.

 

E le dritte, puntute ali dello studio a carboncino e sanguigna “Con l’angelo”, in cui quel “CON” è l’essenza stessa dello stare uniti.

La mano dell’angelo sorregge ai polso quella dell’umano che sembra abbia perduto i sensi o sia stravolto da un dolore enorme. Forse l’alato amico e compagno è accorso a salvare dall’ultima disperazione, dalla soglia di un gesto insano eppure così tanto umano da farne trasparire la drammaticità della tentazione nell’epidermide smorta e spenta del viso, nel gesto di quella mano che cede verso il basso e che colui che è giunto in volo dolcemente sostiene.

Entrambe le figure han gli occhi chiusi, gl’infiniti fili scuri dei capelli si fondono e confondono quanto i panneggi appena tratteggiati delle vesti tra il nero, il grigio ed un blu livido, le due bocche sono chiuse, consonanti le espressioni: ancora il soffrire condiviso, la più totale unione nella partecipazione.

Come ci attenderemo, come forse tutti noi nel profondo speriamo, i volti pure si assomigliano.

E’ il nostro proprio angelo, privato e unico, IL CUSTODE, che è giunto, che è “CON”, che ci sostiene perché non si debba rovinare a terra o sprofondare negl’inferi.

Allora ci accorgiamo che al di sopra dei volti, sorge un rosa che da un tono di pallido cipria volge al carnicino e poi vira al fuxia. Segno di un’alba incipiente. Che il sostegno è attesa del meglio che verrà, si è sorretti perché non si ceda allo sconforto, alla disillusione, allo schianto di ogni dolore che vorrebbe per noi “ruina e desolazione”. Si è sorretti amorosamente finché ce la faremo a riaprire gli occhi per scorgere quel caldo colore che sta su di noi, finché riprenderemo a stare in piedi da soli. Si è sorretti col cuore, finché giunga nuovamente la speranza nella vita, nel presente e nell’avvenire. Finché ritornino i giorni nei quali ci accorgeremo che anche il più misero tra gli esseri umani, il più nascosto e sofferente, può allargare ali interiori, sentirle palpitare, fremere, che sappia che il suo viaggio, comunque, ricomincia anzi: che può prendere il volo.

 

CUORE, SPERANZA, ALI.

Nella miriade delle sue opere vi è una traccia da seguire: questo il messaggio dell’arte, della fede, della vita di Amalia Ciardi Duprè.

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