“La profezia della curandera” di Huarache Mamani, recensione di Daniela Domenici

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Un libro non facile, sicuramente, non è un romanzo nell’accezione più classica del termine; se potessi in qualche modo paragonarlo, situarlo in una qualche categoria, non me ne vogliate per l’ardita comparazione, vi direi che è intriso della splendida fantasia, dell’incredibile visionarietà di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, il grande scrittore che condivide con Mamani l’appartenenza a quella terra così particolare che è il Sud America.

E’ la storia di Kantu, una giovane ragazza che dopo essere stata colpita da un fulmine ed essere rimasta viva scopre di avere dei nuovi “poteri” che, all’inizio, non comprende e che la spaventano ma di cui, poi, grazie all’aiuto e ai consigli di alcuni curanderos, acquisirà la consapevolezza e che cercherà di potenziare, attraverso dure prove a cui verrà sottoposta da questi maestri, per diventare lei stessa una curandera, colei che aiuta e cura gratuitamente i malanni fisici e psichici di chiunque si rivolga a lei; ma diverrà, soprattutto, una vera donna perché, secondo la tradizione delle Ande, solo le donne possiedono un’energia straordinaria che è l’unica capace di riportare pace ed equilibrio nel mondo. “…la donna è capace di sopportare i sacrifici più tremendi perché sa di essere la base del Tempio, la leva che solleva la terra, colei che semina le idee nel cervello dell’uomo, facendone un essere positivo o negativo…la salvezza dell’umanità è nelle mani della donna…la donna è il ponte teso verso l’eternità, è il senso dell’ordine morale, intellettuale, spirituale, è uno stato di coscienza…(pagg 246-247)”. Ma attraverso la storia di Kantu, del curandero Tata Condori e della curandera Mama Maru arriva a noi un messaggio importante