Gli amori dei Medici: Lucrezia e Simonetta, di Barbara Belotti

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Lucrezia e Simonetta, due donne divenute celebri per l’amore che i giovani fratelli Medici, Lorenzo e Giuliano, provarono nei loro confronti: un sentimento casto e puro, nobile e ideale, vissuto non come un’attrazione terrena ma, secondo gli ideali cortesi, come una passione profonda capace di elevare spiritualmente e moralmente l’essere umano.
Lorenzo amò a lungo Lucrezia Donati, fin dagli anni dell’adolescenza, anche dopo il matrimonio con Clarice Orsini e nonostante Lucrezia si fosse sposata con un mercante facoltoso e sempre lontano per affari, Niccolò Ardighelli. Il matrimonio era un dovere familiare, un legame che sanciva alleanze, equilibri dinastici, che rafforzava i patrimoni e garantiva prosperità economica, non erano necessari la passione e i sentimenti. L’amore e la fedeltà erano, invece, i valori degli ideali cortesi che i due giovani vivevano, celebrati in un’incisione in rame raffigurante un uomo e una donna giovani, Lorenzo e Lucrezia secondo le interpretazioni. La figura maschile, a sinistra, indossa una giubba decorata con un anello con diamante e tre piume, l’insegna medicea; la figura femminile a destra, come il compagno, sostiene una sfera armillare e trattiene con le dita uno dei due lembi di un nastro svolazzante con su scritto: “AMOR VUOL FE, E DOVE FE NONNE, AMOR NON PUO’”.
Secondo gli ideali cavallereschi dell’amor cortese, Lorenzo partecipò a un torneo combattendo per la sua dama Lucrezia. Il 7 febbraio 1469, in piazza Santa Croce a Firenze, il giovane Medici sfidò altri rivali coraggiosi e prestanti sfoggiando una ricchissima tenuta, la più sfarzosa di tutte; sull’elmo una corona di violette donatagli dall’amata. Le cronache raccontano che lo stendardo di Lorenzo aveva impressi i lineamenti di una figura femminile, forse Lucrezia. Naturalmente sulla sua vittoria non si discusse neanche, era pur sempre un Medici, la nuova figura emergente di Firenze come testimoniano le ottave della Giostra di Luigi Pulci e lui, erede della casata, dedicò la vittoria alla donna amata.
Non fu la sola occasione di festa e celebrazione per Lucrezia: nell’ambiente mediceo erano frequenti i balli e i festeggiamenti in suo onore, durante i quali la sua bellezza e la sua eleganza furono oggetto di ammirazione ma anche di invidie e sospetti. Ma, nonostante le voci, nessuna testimonianza certa riuscì a provare che i due giovani fossero anche amanti.
Lucrezia fu musa ispiratrice di versi d’amore, quelli che costituiscono il nucleo iniziale del Canzoniere laurenziano: il suo nome e la sua figura sono richiamati da figure allegoriche, simboli, giochi verbali; anche nel Corinto, un poemetto bucolico scritto da Lorenzo a 15 anni e rielaborato intorno al 1486, il Magnifico canta il suo amore per Lucrezia immaginandola come la ninfa Galatea.
Lucrezia Donati ebbe quattro figli da Niccolò Ardighelli, uno dei quali fu tenuto a battesimo da Clarice Orsini, ormai divenuta moglie del Magnifico; morì nel 1501, anni dopo il suo Lorenzo e dopo anche la scomparsa del marito.

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Simonetta Vespucci è stata la donna amata Giuliano de’ Medici, ma ammirata anche Lorenzo, ispiratrice dei versi di Poliziano, dei dipinti di Botticelli e di Piero di Cosimo. Bella come nessun’altra, secondo i pareri dei contemporanei.
La sua comparsa a Firenze avvenne dopo il matrimonio con il giovane Marco Vespucci, alla fine degli anni Sessanta del ‘400. Simonetta apparteneva alla casata dei Cattaneo, famiglia nobile genovese in condizione di esilio trasferitasi a Piombino. Qui venne combinato, sempre seguendo logiche economiche, il matrimonio fra Simonetta e Marco: la giovane portava in dote probabilmente le concessioni per l’estrazione mineraria del ferro; lui, così vicino alla famiglia Medici, offriva uno status di prestigio oltre che una salda posizione finanziaria.
Il vero colpo di fulmine fu con Giuliano de’ Medici che non le dedicò versi e poemi, ma le donò la vittoria ottenuta nel torneo svoltosi in gennaio nell’anno 1475. Come per la giostra di sei anni prima, il torneo ebbe luogo in piazza Santa Croce di fronte a un pubblico numeroso. Giuliano partecipava indossando un’armatura d’argento con l’elmo realizzato su disegno di Andrea Verrocchio; Simonetta era raffigurata sullo stendardo, forse opera di Botticelli, come Pallade Atena accanto a Cupido, legato a un ulivo sul quale era dipinto un cartiglio con il motto in francese antico la sans par. L’amore contemplativo, sembra indicare la simbologia della raffigurazione, vince sul desiderio amoroso e infatti Cupido non è libero ma legato all’albero; lo stesso messaggio trasmettono le Stanze di Poliziano che, celebrando la vittoria, inneggiano a Giuliano (definito Iulo) e al suo sentimento ideale e intellettuale per Simonetta. Un ritratto letterario rimane nei versi delle Stanze che così la descrivono: “Candida è ella, e candida la vesta,/ ma pur di rose e fior dipinta e d’erba;/ lo inanellato crin dall’aura testa/ scende in la fronte umilmente superba”.
Scriveva Menandro “Muore giovane chi è caro agli dei”. L’anno successivo, il 26 aprile 1476, Simonetta scomparve, giovane e bellissima. Durante gli ultimi giorni di vita della donna Lorenzo stesso chiese alla famiglia notizie sulle sue condizioni di salute e alla morte le dedicò quattro sonetti. La paragonò a una stella (“O chiara stella, che coi raggi tuoi togli alle tue vicine stelle il lume […] o nuova stella che tu sia, che di splendor novello adorni il cielo”) trasformandola in breve da donna terrena in figura ideale, icona assoluta della bellezza neoplatonica.
Simonetta ebbe l’onore del funerale a volto scoperto come testimoniano le parole di Bernardo Pulci “Ma forse che ancor viva al mondo è quella/ poi che vista da noi fu, dopo il fine,/ in sul feretro ancor più bella”. Era un onore concesso per legge ai cavalieri e che fu riservato a Giuliano esattamente due anni dopo, quando il 26 aprile 1478 morì nella Congiura de’ Pazzi.
Non sappiamo con certezza se le figure di Afrodite nella Nascita di Venere o di Flora nella Primavera, entrambe opere di Botticelli, siano ritratti di Simonetta Cattaneo Vespucci; si ritiene che lo siano il dipinto nelle sembianze di Cleopatra di Piero di Cosimo, il busto marmoreo attribuito a Verrocchio, i dipinti eseguiti da Botticelli (i Ritratti di giovane donna custoditi nella Gemäldegalerie di Berlino e nella Städelsches Kunstinstitut und Städtische Galerie di Francoforte) e molte altre immagini, tutte realizzate dopo la sua morte.

Come scrive Paola Ventrone «ciò che fece di Simonetta “la sans par” fu la rapidità della successione degli avvenimenti che la videro, probabilmente suo malgrado, protagonista, dalla idealizzazione iniziatica della giostra alla morte improvvisa poco più di un anno dopo, che ne proiettò l’acerba immagine in un mondo ultraterreno privandola della consistenza umana e della sua stessa personalità. Paradossalmente, potremmo dire che Simonetta diventò un’icona proprio per l’inconsistenza della sua persona reale, e non è un caso che le notizie biografiche su di lei siano così scarse: perfetta per essere solo la rappresentazione di un’idea platonica».

http://www.dols.it/2016/12/10/gli-amori-dei-medici-lucrezia-e-simonetta/