considerazioni su “Le piccole virtù” di Natalia Ginzburg, di Monica Bocelli

Oggi 14 luglio data memorabile per la presa della Bastiglia che diede luogo alla Rivoluzione Francese nel lontano 1789, centoventisette anni dopo nacque una scrittrice di importante levatura nel panorama letterario del Novecento: Natalia Ginzburg forte, seria, asciutta come la sua scrittura e coerente ai propri valori, determinata, capace di rompere schemi angusti e restare fuori da banali categorizzazioni. La sua scrittura rimane così impressa nella testa che sembra di vivere accanto a lei. La sua moralità è insolita e in controtendenza per quegli anni in cui appartenere a certi movimenti e aderire ad alcune ideologie offriva senza dubbio maggiori sicurezze ma lei non sembra temere la mancanza di rassicuranti etichette che, seppur rette, molto spesso omologanti. Tutto questo la rende rivoluzionaria, contraria ad ogni conformismo comodo e sbrigativo.

Circa un quarto di secolo fa la lettura del uso romanzo più noto ebbe un forte impatto su di me. È una delle autrici menzionate ne I buoni incontri, una delle figure amicali a cui faccio riferimento. “Ecco che qui mi viene in soccorso una vecchia “amica”, forse un’amica del cuore come i bambini definiscono i veri amici, l’ho conosciuta quando avevo circa venticinque anni grazie ad Andrea che mi fece leggere Lessico famigliare che è rimasto impresso in me con alcune battute del padre di Natalia; ancora oggi le faccio mie come “Renditi utile visto che non sei dilettevole” “Nuovo astro che sorge” riferito alle persone di cui ci si infatua, oppure ancora “Non fate sbrodeghezzi” quando i bambini si sporcano a tavola. Quindi il suo lessico è divenuto in parte anche il mio poiché quando si ama qualcuno si condivide anche il suo linguaggio.

Natalia Ginzburg un po’ di tempo fa mi è stata di aiuto mediante uno scritto che reputo importante e che dovrei rileggere con una certa regolarità al fine di imprimere dentro di me il valore che esso contiene.”[1] Si tratta di un brano che si trova all’interno di un racconto dal titolo Le piccole virtù che consiglio di leggere ai genitori alle prese con figli adolescenti e non solo. Qui l’autrice dà ottimi consigli e suggerimenti ai genitori ma, almeno per me, molto difficili da mettere in pratica. Cosa mi piace di lei? Il suo stile asciutto, sincero, vero, autentico, parla di sè e si mette a nudo. Lei stessa sostiene che “L’artista non scrive una frase perchè è bella, ma perchè è vera. Non è un’artista chi sacrifica la propria verità per amore di una bella frase o una bella parola. (…) egli dipinge il suo mondo, i suoi personaggi quali sono e non quali vorrebbe che fossero. Se no i personaggi sono falsi, il mondo costruito è falso. Generalmente questo accade a chi non possiede una sua verità, e si diverte a cucinare parole. Ma può accadere anche a chi non è sufficientemente convinto della propria verità. (…) Dire la verità. Solo così nasce l’opera d’arte.”[2] Sento di aderire molto a questo suo monito, anch’io quando scrivo ho bisogno di esser sincera, per me la scrittura ha un valore terapeutico, scrivendo comprendo quello che accade dentro di me. Altresì condivido l’uso che Natalia Ginzburg fa del passato remoto come “un modo per accogliere il dolore e il lutto dentro di sè rendendoli irrevocabili. Il dolore è così prossimo e acuto che una parte della persona che lo patisce può guardarlo con l’occhio dell’eternità, nella consapevolezza che quei pochi mesi le hanno cambiato per sempre l’esistenza. La metamorfosi completa da ricordarle quel tempo vicino come lontano.”[3]

[1]M. Bocelli, I buoni incontri, Marco Del Bucchia Editore, Massarosa Lucca, 2018, pagg. 56 e sg.

[2]N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino, 2015, pag. XIII.

[3]Ibid, pag. XXVI.

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