accadde…oggi: nel 1846 nasce Anna Grigor’evna Dostoevaskaja

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Sappiamo tutti l’influenza benefica che una donna saggia e comprensiva, intelligente e sensibile riesce ad avere sul carattere, la psiche, l’esistenza stessa di un uomo, ma nel caso di Fëdor Michajlovic e Anna Grigor’evna, la sua seconda moglie, non è esagerato affermare che forse senza l’aiuto di Anna, Dostoevskij non avrebbe potuto dare al mondo i suoi cinque grandi capolavori: Delitto e castigo, Il giocatore, I fratelli Karamazov, L’idiota, I Demoni, né avere il posto che ha nel panorama della letteratura mondiale di tutti i tempi. Un’iperbole? E allora ecco, piatta piatta, la verità delle cose.
Anna Grigor’evna nacque il 30 aprile 1846 a Pietroburgo. Il padre, Grigorij Ivanovic Snitkin era un modesto funzionario, la madre, Anna Nikolaevna, una svedese di origine finnica, discendente da una famiglia di illustri scienziati.
Anna e la sorella Marija appartennero alla prima generazione di donne russe che poterono studiare nel primo ginnasio femminile di Pietroburgo; fu qui che Anna cominciò a commuoversi sulle pagine di Dostoevskij, leggendo Le memorie di una casa morta. Dopo il ginnasio, Anna frequentò dei corsi di pedagogia; non riuscì purtroppo a terminarli per una grave malattia del padre che la costrinse a trascorrere lungo tempo al letto dell’infermo. Fu però il padre stesso a insistere perché la figliola frequentasse almeno dei corsi serali di stenografia.
Quando il padre morì, le condizioni economiche della famiglia Snitkin peggiorarono e la ragazza dovette mettere in pratica le sue conoscenze stenografiche.
Proprio in quell’anno 1866 Dostoevskij, sempre oberato di debiti per colpa di avidi parenti, fu costretto – per avere degli acconti – a firmare un contratto-capestro con un editore, impegnandosi a consegnare entro un mese un romanzo di 240 pagine. Il guaio era che Fëdor stava già lavorando a tappe forzate a Delitto e castigo che doveva uscire su “Il messaggero russo” in quello stesso ristretto periodo. Lo scrittore era in preda a mille angosce. Un amico gli suggerì di assumere uno stenografo; anche se Dostoevskij non aveva mai provato a dettare, non aveva altra scelta.
Fu così che la mattina del 4 ottobre 1866 una ragazza magrolina, con un bel visetto ovale, capelli biondo cenere, occhi grigi penetranti e un sorriso incantevole bussò alla porta dell’appartamento n. 13, al secondo piano dello stabile situato all’angolo della via Malaja Mescankaja [Meschanskaya] col vicolo Stolijarnij.
Chi le aveva proposto il lavoro l’aveva prevenuta: “Voi saprete svolgere il lavoro molto bene, ma non so se riuscirete ad andare d’accordo con lo scrittore, è una persona strana!” e Anna si sentiva intimidita.
L’appartamento dove il grande scrittore viveva col figliastro Pasa [Pasha] Isaev, un buono a nulla spilla-quattrini, era semplice e lo studio addirittura disadorno (un divano, uno specchio, una scrivania; a una parete il ritratto di Marija Dimitrievna Isaeva, la prima moglie morta due anni prima).
Anna si trovò dinanzi un uomo estenuato, distrutto, sofferente, visibilmente infelice, che fumava in continuazione e beveva tè nerissimo. Ne ebbe un’impressione penosa, si sentì stringere il cuore dalla compassione. Notò subito gli occhi diversi uno dall’altro (avrebbe saputo più tardi che Dostoevskij si era ferito gravemente all’occhio destro cadendo durante un attacco di epilessia).
Nonostante la prima impressione, Anna accettò l’incarico; si trattava di stenografare e poi di trascrivere 740 pagine di due romanzi diversi che l’autore avrebbe dovuto scrivere entro ventisei giorni; uno l’avrebbe scritto la mattina, l’altro nel pomeriggio. Al limite dell’assurdo.
A Dostoevskij la ragazza era piaciuta subito così femminile, modesta, dignitosa e durante le pause del frenetico lavoro cominciò ad aprirlesi fiducioso: le raccontò che in gioventù aveva appartenuto al circolo socialista Petrasevskij, che per questo era stato incarcerato, processato e condannato a morte, che all’ultimo istante la condanna gli era stata commutata in quattro anni di lavori forzati a Omsk. Le raccontò del suo infelice matrimonio con Marija malata di tubercolosi, durato sette anni che non gli avevano dato alcuna felicità, del loro viaggio di nozze durante il quale egli aveva avuto un terribile attacco di epilessia. Marija si era spaventata e lo aveva accusato di averle tenuto nascosto la malattia, ma lui non aveva nascosto nulla, aveva sempre creduto che quegli attacchi fossero crisi nervose, conseguenza della prigionia.
Man mano che Fëdor le rivelava se stesso, la ragazza si rendeva conto di trovarsi davanti a un uomo infinitamente solo, desideroso di affetto, di calore umano. Nonostante la giovane età imparò quasi subito a leggere nel cuore ferito di lui, a penetrarne i suoi aspetti migliori e ad apprezzarli.
E anche lei cominciò a parlare con Fëdor senza più timidezze, apertamente e liberamente, come a un vecchio amico. La compassione e la pietà divennero rapidamente amore.
E anche in lui era avvenuto qualcosa di strano, sentiva che quella ragazza gli era assolutamente necessaria. Vicino a lei provava un sentimento di pace, cominciò a chiamarla “colombella”.
Dal 4 ottobre 1866 lavorarono ogni giorno per parecchie ore. Di notte Dostoevskij scriveva Il giocatore, la mattina lo dettava ad Anna. Di sera la ragazza decifrava e trascriveva in bella calligrafia il testo stenografico, il giorno dopo Fëdor correggeva definitivamente i fogli che trovava pronti. Il lavoro andò bene: Il giocatore fu consegnato nei termini stabiliti.
Un romanzo in ventisei giorni! Un avvenimento inaudito nella letteratura mondiale. Dostoevskij però sapeva benissimo che non ci sarebbe mai riuscito senza l’aiuto di Anna. Era stata lei a persuaderlo a prolungare le sedute, lei a trascorrere intere nottate sul testo stenografico!
Consegnate le ultime pagine, Anna ricevette il compenso stabilito (50 rubli). Ma Fëdor non voleva perdere la sua colombella e andò semplicemente a trovarla a casa sua, disse che intendeva dedicarsi all’ultima parte dell’epilogo di Delitto e castigo e la pregò di aiutarlo.
Lei si fece desiderare un po’, poi riprese il lavoro. Fëdor si comportava in modo strano: ora era allegro, ora triste, ora agitato, ora silenzioso, ora ciarliero; sembrava molto più giovane dei suoi quarantacinque anni. Stava semplicemente innamorandosi della ragazza. L’avevano colpito il suo senso del dovere, la scrupolosità, la laboriosità, e soprattutto la bontà del cuore; lei si era perfino presa cura dei suoi abiti, della sua salute, del suo nutrimento, del suo riposo. Ma la grande differenza d’età lo tratteneva dal dichiararle il suo amore. Ricorse ad un espediente. Finse di raccontarle la trama di un nuovo romanzo che intendeva scrivere: era la sua stessa storia, riferita però a un immaginario pittore, e concluse così:
– Vi pare verosimile che un artista attempato, ammalato, povero, che ha molto sofferto e si è spesso illuso d’essere amato, incontri una giovinetta bella e intelligente, e che questa si innamori di lui? Sposando un pittore così, non sarebbe per lei un terribile sacrificio?
Anna, che lì per lì non aveva capito di essere lei l’Anna del fantasioso racconto, rispose che se la ragazza aveva buon cuore, avrebbe potuto benissimo innamorarsi del pittore spiantato e allora non sarebbe stato per lei un sacrificio sposarlo, perché quando si ama veramente non si deve aver paura né della malattia, né dell’indigenza.
– Mettetevi un momento al posto dell’Anna del racconto – riprese Dostoevskij. – Immaginate che il pittore sia io, che vi faccia una dichiarazione d’amore e vi chieda: “Volete essere mia moglie?” Dite, che cosa rispondereste?
– Risponderei – rise Anna, felice – che vi amo e che vi amerò sempre.
La madre di Anna, che Fëdor aveva già incantato con la sua conversazione e la sua cultura, non si dimostrò entusiasta, ma non avversò il matrimonio; contraria fu naturalmente tutta la parentela dello scrittore. Quanto ad Anna aveva ben capito che doveva sposare subito quell’uomo buono e generoso, ma del tutto incapace di stare al mondo, che non sapeva dare il giusto valore al danaro: avrebbe pensato lei a lottare contro i famelici parenti.
Con l’anticipo sul nuovo romanzo L’idiota affittarono un quartierino più grande, sempre nei paraggi di piazza dell’Ascensione, e il matrimonio fu celebrato nella cattedrale della Trinità il 15 febbraio ‘67. Purtroppo anche ad Anna toccò lo stesso spavento provato da Marija subito dopo le nozze. Fëdor ebbe due attacchi consecutivi, ma Anna non si spaventò, per tutto il tempo delle crisi tenne la testa di lui sulle sue ginocchia. Furono due ore strazianti.
…Assillata dai parenti che si erano addirittura stabiliti in casa loro, Anna persuase il marito a lasciare Pietroburgo e a partire per l’Europa. Impegnò tutta la sua dote (mobilio, argenteria, oggetti vari) e fu pronta: aveva capito che non si trattava soltanto di salvare il suo matrimonio, ma soprattutto il genio creativo, la pace, la salute del marito.
Per compiacere la madre, Anna le promise che avrebbe annotato quotidianamente le sue impressioni sul viaggio. Ma ben presto cominciò a scrivere tutto ciò che riguardava l’amatissimo consorte: i suoi discorsi, i pensieri, le sue opinioni sulla musica e sulla letteratura. (Questi taccuini costituiranno un vero e proprio monumento letterario alla memoria di Dostoevskij).
Prima tappa del viaggio fu Berlino, poi Dresda. E qui Fëdor si lasciò attrarre dalla roulette. Anna aveva ben capito, trascrivendo Il giocatore, che si trattava di un testo autobiografico, ma non immaginava fino a quale punto l’attrazione per il gioco da parte del marito fosse potente. Poteva giocare soltanto all’estero perché in Russia la roulette non c’era. Gli capitò di vincere anche grosse somme, avrebbe dovuto smettere, accantonare il denaro guadagnato (così almeno si sarebbe comportata una persona giudiziosa), ma Dostoevskij non era un commerciante, era una natura passionale: arrivò a impegnare anche l’anello nuziale, gli orecchini della moglie. Ebbene, Anna trovava la forza di confortarlo quando egli si disperava dopo un ennesima perdita.
A Dresda lasciò la moglie e andò a Monaco, la città più vicina dove c’era una roulette e da lì scriveva alla moglie pregandola di aiutarlo quando perdeva. Anna lo toglieva dai guai, capiva e perdonava. Ma alla fine con la sua dolcezza, la sua pazienza riuscì a guarire il marito dalla insana passione. Fëdor giocò per l’ultima volta nel 1871 a Wiesbaden e poté scrivere ad Anna: «Si è verificato in me qualcosa di grande; è sparita l’ignobile fantasia che mi ha tormentato per quasi dieci anni. Adesso che sono nato a nuova vita staremo sempre insieme, farò in modo che tu sia felice». Mantenne il giuramento, e portò a termine L’idiota, un’opera di grande tensione.
Purtroppo la sventura colpì i due coniugi con un terribile dolore: la morte, nel maggio del ‘68 a Ginevra, della loro prima bambina: Sonija, di tre mesi.
Quando la bimba era nata, Fëdor aveva provato una gioia travolgente, il suo sogno di paternità si era avverato; la morte della piccola lo precipitò nella più cupa disperazione, e toccò ad Anna, pur affranta, confortare il marito.
E fu un gran dono di Dio che il 14 settembre ‘69 nascesse un’altra bambina, Ljubov’; la felicità tornò a brillare in casa Dostoevskij.
All’estero si definivano ancor più i tratti migliori dei caratteri di Anna e Fëdor, il reciproco affetto li legava sempre più strettamente. Era diventato un sentimento così saldo che Fëdor poté scrivere alla suocera: «Anna mi ama e io non sono mai stato così felice in vita mia. È mite, buona, intelligente, crede in me ed è riuscita a legarmi a sé col suo amore al punto che adesso morirei senza di lei».
E anche un altro sentimento contribuì a unire i due sposi durante il loro soggiorno all’estero forzatamente prolungato: l’ardente nostalgia della Russia.
Anna e Fëdor si erano proposti di trascorrere in Europa tre mesi, invece ne ritornarono dopo quattro anni. Arrivarono a Pietroburgo l’8 luglio ‘71: otto giorni dopo nacque il piccolo Fëdor.
Anna fu sempre una devota paziente madre per i suoi figli, una collaboratrice intelligente del grande scrittore, un’acuta estimatrice del di lui talento. Seppe anche lottare contro la folla dei creditori e, spesso, di disonesti ricattatori.
Liberando il marito dalle preoccupazioni economiche, lo preservò per la sua arte; in quegli anni passati all’estero, la ragazza indifesa e timorosa era diventata una madre di famiglia che conosceva la vita, una donna volitiva e decisa.
I primi tempi in Russia furono duri; dovettero alloggiare in camere ammobiliate, perché durante la loro assenza, la casa era stata venduta all’asta da loschi individui; per di più il figliastro Pasa [Pasha] aveva venduto i libri di Fëdor, e addirittura pretendeva di aggregarsi alla famiglia del “padre”. Anna si oppose decisamente e Fëdor fu d’accordo con lei.
E fu ancora Anna a lottare per ottenere dagli editori migliori condizioni per il lavoro artistico del marito. Finalmente fuori dalle strettoie economiche, Fëdor poté portare a termine I fratelli Karamazov: riconoscente, dedicò l’opera alla moglie.
L’anno 1872 fu davvero funesto: la piccola Ljubov’ si ruppe un braccio, glielo aggiustarono male e fu necessaria un’operazione, morì la sorella di Anna, Marija Grigor’evna, appena trentenne, sua madre si ammalò gravemente e lei stessa, ebbe un ascesso in gola e i medici temettero per la sua vita.
Nel ‘78 ecco un altro terribile colpo: muore a tre anni l’ultimogenito Alësa [Alyosha], e Fëdor non si dà pace: il piccolo è morto di epilessia, la malattia ereditata da lui. Perché ritrovi calma e serenità, Anna fa in modo che il marito si rechi, con un giovane amico filosofo, all’eremo di Optina, un luogo che ha fama di dar conforto a chi soffre.
E ancora una volta Anna vede giusto: il marito ritrova tranquillità e torna al lavoro: ed ecco L’adolescente.
E intanto su Anna grava, oltre alla fatica della trascrizione dei testi, della correzione delle bozze, tutta la corrispondenza finanziaria, domestica ed economica, pesano i rapporti coi tipografi, i complicati compromessi coi creditori, mai tralasciando l’amorosa cura dei figli.
Senza contare che fin dal ‘73 la donna aveva incominciato con successo un’attività commerciale ed editoriale, ricavandone una fonte di guadagno modesto, ma costante.
Nel giugno dell’80, Fëdor pronunciò l’orazione per l’inaugurazione del monumento di Puskin a Mosca. Quel discorso fu il suo testamento spirituale, il suo canto del cigno, l’ultimo raggio della sua gloria tardiva. Ma l’entusiastica ovazione del pubblico, a lui e al suo talento, gli diede «momenti di somma felicità: indimenticabili».
Purtroppo però l’enfisema polmonare contratto durante i lavori forzati progrediva, e Fëdor lo sapeva. Il 25 gennaio, domenica, Fëdor andò a consegnare in tipografia Il diario di uno scrittore, poi ebbe una spiacevole discussione con la sorella Vera Michailovna circa l’eredità di una zia. Fu questo colloquio a provocare l’emorragia che colpì Fëdor quel giorno stesso? (Anna non ne parla nei suoi taccuini, certamente per un riguardo ai figli di Vera: preferì scrivere che l’emorragia era cominciata dopo che Fëdor aveva spostato una pesante etagère); Quando – per la rottura di un’arteria polmonare – Fëdor perdette molto sangue, egli capì che stava per morire, volle confessarsi e comunicarsi, chiese un Vangelo, ma non aveva più la forza di leggere. Volle vicino i figli spiegò loro come avrebbero dovuto vivere dopo la sua morte, come amare la madre, l’onestà, il lavoro, come amare i poveri e aiutarli. Anna, in ginocchio davanti al marito, era in preda a una folle disperazione. I due figli, spaventatissimi, si segnavano continuamente.
I funerali del sommo scrittore furono un avvenimento storico. Più di trentamila persone accompagnarono il feretro al monastero di Sankt Aleksandr Nevskij. La morte di Dostoevskij era sentita da ogni russo come un lutto nazionale ed un dolore personale.
Molto più tardi Anna scrisse a un’amica: «In quei momenti terribili del distacco mi sembrò che non sarei riuscita a sopravvivere alla sua morte, che mi si sarebbe spezzato il cuore, tanto forte mi batteva nel petto, che sarei impazzita. Perdevo l’uomo migliore del mondo, la gioia, l’orgoglio e la felicità della mia vita, il mio sole, il mio idolo».
Da quel momento – aveva soltanto 35 anni – si dedicò anima e corpo al servizio del grande nome di Fëdor Dostoevskij. Nessuna moglie di scrittore ha mai fatto tanto per perpetuare la memoria del marito e diffondere la sua arte quanto lei. Non si contano le opere culturali che realizzò nel nome di Dostoevskij, le edizioni che curò (anche un’opera omnia), le mostre organizzate, le biblioteche fondate, le scuole a lui intitolate, le serate letterarie. Anche un museo creò, per non parlare dei manoscritti, delle lettere, dei taccuini che ordinò. Nel 1916 pubblicò i Ricordi, il racconto più vivo ed attendibile relativo al periodo 1866-1881 quando furono creati i cinque grandi capolavori.
Anna si spense a poco a poco, in completa solitudine (a parte la donna che la vegliava di notte). Vicino al letto teneva una cesta colma, in pacchetti ben ordinati, delle lettere che Fëdor le aveva scritto durante i felici quattordici anni del loro matrimonio.
Morì il 19 giugno 1918. A causa della guerra civile in atto, la sua morte passò quasi inosservata. Fu sepolta a Jalta; soltanto nel 1960 la sua tomba fu casualmente ritrovata.
Il 9 giugno, nel cinquantesimo anniversario della sua morte, le ceneri di Anna Grigor’evna furono traslate da Jalta al monastero di Sankt Aleksandr Nevskij. Sulla tomba di Dostoevskij, sul lato destro del monumento, una semplice scritta:

ANNA GRIGOR’EVNA DOSTOEVSKAJA
1846-1918

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