Caterina Berlinguer, la prima donna a dirigere un giornale in Sardegna, di Federica Ginesu

È stata intrepida, coraggiosa e rivoluzionaria. Di lei si sa ben poco, ma è rimasto negli archivi il suo giornale, “La Donna e la Civiltà”, il primo in Sardegna che si occupò di donne e della loro istruzione.

Proveniente da una casata di lontane origini spagnole, Caterina Berlinguer con il suo inchiostro ha lasciato un segno indelebile nella storia.
Figlia di Maria Marogna Satta, appartenente a una famiglia benestante di Sorso, e di Giuseppe Berlinguer ufficiale di carriera, capitano della Guardia sarda e combattente nelle guerre di Indipendenza, Caterina nasce a Sassari il 14 settembre 1839. La famiglia Berlinguer fa parte della borghesia progressista sassarese.

Studi dalle suore, Caterina è insegnante in una scuola privata, presiede un circolo femminile, traduce dall’inglese e dal francese, ama leggere e scrivere. Il suo compagno di vita è l’avvocato ed esule politico veneto Antonio Faccion Valentini arrivato in Sardegna per sfuggire alla persecuzione asburgica. «Era segretario del Comune di Sassari e autore di pubblicazioni di carattere giuridico e amministrativo» scrive Federico Francioni in “I Giornali Sardi dell’800”.

Caterina è intraprendente e volitiva. In famiglia ha già un esempio forte e carismatico: la sorella Edoarda Berlinguer, fervente attivista mazziniana. Unica donna del movimento repubblicano sardo e firma del giornale “La Giovane Sardegna” che viene trovato tra le mani di Giuseppe Mazzini morente a Pisa. Anche in Caterina vibrano quei primi palpiti di indipendenza ed emancipazione.

Appartiene a quelle donne che si nutrono di storie impregnate di audacia e coraggio. Forse uno dei suoi libri preferiti è “Donne Illustri Italiane proposte ad esempio alle giovinette” di Eugenio Comba, un compendio di biografie femminili eccezionali.

A ispirare uno spirito impavido come quello di Caterina sono le vita di Cristina Pisani che salvò la propria famiglia dalla miseria grazie ai successi delle sue opere, la pittrice Maria Robusti, la compositrice Tarquinia Molza o l’umanista Cassandra Fedele che nel 1500 “maneggia il libro al posto della lana, la penna al posto del belletto, la scrittura al posto del ricamo e che non ricopre la pelle con il bianchetto, ma il papiro con l’inchiostro” così la descriveva Angelo Poliziano.
Ed è proprio lo scrivere che diventa atto sovversivo e trasgressivo – un diritto spesso riservato solo agli uomini – perché permette di comunicare ed entrare nella sfera pubblica, capace di conferire alle donne il potere di ripensare, attraverso la parola scritta, un destino diverso.

I tempi sono però bui. Nel 1865 è entrato in vigore il codice Pisanelli che prevede l’autorizzazione maritale. Una norma di stampo patriarcale che affida la gestione dei beni della moglie al marito inchiodando le donne sposate in una condizione di eterne minorenni.

Le donne in Italia non si arrendono. È proprio in questo periodo che nascono le prime iniziative editoriali al femminile. Non solo moda o letteratura. Ma anche politica e lotta per diritti da rivendicare.

A Sassari, Caterina deve impegnarsi per trasformare il suo sogno in realtà. «Molte difficoltà mi si pararono dinnanzi, perché non era facile, dopo l’esperienza di tanti periodici nati e morti quasi ad un punto, farne sorgere uno nuovo, specialmente di donne e senza mezzi materiali» scrive in un editoriale.

Coltiva il suo desiderio tra istanti di esaltazione e momenti di totale sconforto e apatia. Ad accrescere il suo turbamento si aggiungono le parole di alcune persone che la scoraggiano dicendole che l’idea di aprire un giornale e affrontare un pubblico di lettrici e lettori è sconsiderata e imprudente. È una donna, che se lo ricordi bene, questo il senso degli ammonimenti, non potrà mai essere colta e preparata come un uomo. Rischia di coprirsi di ridicolo.

La costanza e la determinazione le consentono invece di portare a termine l’impresa.

Nell’ottobre del 1875 viene stampata e distribuita la prima copia del mensile “La Donna e la Civiltà”. Caterina si appoggia alla tipografia Dessì.
Quando poi non arriveranno le entrate previste sarà lei stessa a provvedere, in parte, alla confezione del giornale. Ha in casa un bancone, un torchio e altri strumenti tipografici. Non solo giornalista quindi, ma anche direttrice ed editrice.

Ildegonda Buy Mulas, Maddalena Saragat, insegnante alla scuola magistrale di Tempio Pausania e Angelina De Petro Marogna che traduce dal francese il romanzo Eugenio di Rothelin della scrittrice Adélaïde Marie Emilie Filleul de Souza, sono le collaboratrici giornaliste che la affiancano.

“donna che scrive” dipinto di Oscar Ghiglia

È un rischio quello che corre Caterina Berlinguer con il suo giornale.
Il pubblico a cui si rivolge è esiguo. L’istruzione, alla fine dell’800 è un miraggio per quattro donne su cinque in vaste zone dell’Italia Meridionale e Insulare E lo scegliere di informarsi è una scelta di campo. Come spiega la storica Annarita Buttafuoco nel suo lavoro ″In servitù regine. Educazione ed emancipazione nella stampa politica femminile″: «Scrivere per le donne comporta una presa di distanza dallo stereotipo dell’arrendevolezza e della passività per assumere un punto di vista proprio e guardare con occhi nuovi il mondo». Senza dimenticare poi quali pericoli potevano rappresentare tali letture per la reputazione delle donne.

L’impresa di Caterina raccoglie pochi abbonamenti, ma sembra comunque mietere consensi e plausi ed è letta anche fuori dai contorni dell’Isola. La volitiva sassarese riesce a rompere l’isolamento terribile (così lo definisce) di cui si lamenta nel primo numero del giornale. Una forma di prigionia che attanaglia soprattutto le donne:

«Che sarà della donna tenuta in soggezione dall’uomo e dalle sue leggi, dotata com’è di mente fervidissima e più dell’uomo obbligata alla solitudine?».

Caterina sigla amicizia con la giornalista piemontese Olimpia Saccati che condivide la sua stessa linea di pensiero: l’emancipazione della donna vista come processo di uscita dalla condizione di ignoranza, unica causa, o per lo meno quella principale, dell’oppressione femminile. Ed è la direttrice di un educandato di Muggia, Giuseppina Martinuzzi, a instillare con le sue poesie, pubblicate nelle pagine de “La Donna e la Civiltà”, la voglia di indipendenza femminile raggiungibile attraverso il lavoro. I suoi versi insegnano che la scarsa cultura è l’unico ostacolo alle nuove aspirazioni delle donne: «All’ignoranza dunque, unanimi facciam guerra e non soltanto agli uomini. Schiava sarà la terra: ma pari a lor ne’ vincoli. Serve un diritto egual».

Caterina non è da meno: «Le donne devono unirsi in unico scopo, il quale sia l’istruirsi e l’educarsi sempre più».
Caterina ha letto il testo dell filosofo britannico Stuart Mill “The Subjection of Women” (la servitù delle donne). Opera che in Italia traduce la pioniera del femminismo Anna Maria Mozzoni. Il libro ha un portato innovativo. Si focalizza su come le donne apprendano sin da piccole la sottomissione e la interiorizzino imparando a essere schiave e non padrone delle proprie esistenze.
È quindi necessario che si emancipino attraverso lo studio da questa condizione servile per diventare libere.

Caterina dedica un appassionato articolo al tema “L’ampia e profonda istruzione non si devono paventare alla donna”
Il sapere, secondo Berlinguer, è la luce che sgombra la mente della caligine dell’ignoranza, dai pregiudizi, dall’errore e insegna a guidare le passioni.
«Molti insinuano – dice ancora – che troppa di questa luce offenda e sconvolga le idee, insuperbisca, travi e che sia quindi pericolosissima sicché è preferibile la semiluce ossia la mezza istruzione e questo specialmente riguardo alla donna. Ben dimostrando quanto si paventi che la donna sia illuminata perché conosca i veri limiti dei diritti e doveri e perché essa è una potenza immensurabile ove le sue facoltà abbiano il loro pieno sviluppo e siano ben dirette».

Molti erano i genitori che preferivano non istruire le proprie figlie credendo così di aver risparmiato loro i mali di una troppa istruzione. Le defraudavano invece di un impareggiabile bene: il poter perfezionare le loro facoltà per conquistare la libertà.

C’è spazio, nel giornale, anche per il disprezzo della superficialità. Le donne non devono contare solo sulla loro avvenenza, ma soprattutto sul loro intelletto. Perfino una coraggiosa denucia dell’egoismo degli uomini e della violenza domestica definita come prepotente ed ingiusta.

«Berlinguer scrive “I maschi e le femmine” un lungo saggio di critica a un articolo di Giovanni Siotto Pintor – dice Simonetta Soldani, docente di Storia contemporanea, politica e sociale all’Università di Firenze e curatrice del saggio “L’Educazione delle donne”.

«Il periodico ha vita breve – dice ancora Soldani, docente di Storia contemporanea, politica e sociale all’Università di Firenze, che ha visionato tutti i numeri pubblicati. Chiude nel giugno 1876 per mancanza di abbonati. Ci è voluta però una gran dose di coraggio a varare un giornale aperto all’idea dell’emancipazione femminile nella Sassari del 1875».

I fondi scarseggiano e Caterina si arrende. Non smetterà mai di scrivere e di credere in quegli ideali che l’hanno animata fino alla morte avvenuta a Sassari il 17 ottobre 1909. Una donna, femminista antelitteram, che non si sentì mai sconfitta. Consapevole dei suoi versi incancellabili:

Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun’ arte, ove hanno posto cura;
E qualunque all’istorie abbia avvertenza
Ne sente ancor la fame oscura.
Se ‘l mondo n’è gran tempo stato senza
Non però sempre il mal’influsso dura ;
E forse ascosi ha lor debiti onori
L’invidia e il non saper degli scrittori

 

Si ringrazia Viviana Tarasconi, direttrice della Biblioteca Universitaria di Sassari, per aver concesso la riproduzione del materiale d’archivio

 

 

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