femminicidio, di Loredana De Vita

A sudden upsurge of a never ended violence: feminicide

Tre donne morte nello stesso giorno nella stessa regione, la Campania, per mano di un uomo che non voleva accettare la separazione, sembra veramente troppo, non credete anche voi?

E questo senza parlare delle molte donne che in silenzio sopportano l’angoscia della violenza che subiscono e di quelle che, dopo aver coraggiosamente rotto il loro silenzio, si ritrovano da sole a combattere contro quello pseudo uomo che dopo la denuncia è diventato persino più violento.

Ci sono troppi femminicidi che sono chiaramente annunciati, ma quello che le istituzioni fanno per debellarli è assolutamente irrisorio. Sia per la mancanza di fondi sia perché non c’è una preparazione che sia adeguata ad affrontare questa piaga, ciò che accade davvero è che le donne sono due volte abbandonate al proprio destino.

Non c’è preparazione perché quelli che lavorano con tutta la propria forza per sconfiggere questa violenza, devono affrontare molti livelli di intervento:

  1. rispondere al bisogno immediato. Cioè ascoltare e guidare una donna a denunciare e provvedere a una nuova sistemazione per la donna i suoi figli. Ciò che accade più di frequente è che la donna ritorna a casa, la polizia fa i controlli e l’uomo sente crescere la propria rabbia perché il suo potere è stato messo in discussione. Quale credete che sia la conseguenza di una tale rabbia?
  2. combattere le pause istituzionali. Cioè cercare di trovare una soluzione alternativa per la donna che ha denunciato, come una casa famiglia. Molte case famiglia per donne sono state chiuse a causa della mancanza di denaro e le poche che resistono devono la loro esistenza al volontariato.
  3. salvaguardare l’anonimato delle donne per proteggerle e contemporaneamente mettere la donna nella condizione di essere indipendente tramite il lavoro. Le condizioni economiche di un paese che non investe nella sicurezza dei cittadini in generale, sostenere tale necessità?
  4. contribuire alla persecuzione legale dell’uomo che ha compiuto violenza domestica.
  5. fornire il supporto psicologico  necessario a una donna abusata e ai suo figli.
  6. sostenere la famiglia parentale affidataria nel caso di assassinio della madre.
  7. lavorare per modificare l’antica cultura che considera le donne sottomesse alle inclinazioni degli uomini e alla loro volontà.

Questi sono solo alcuni dei molti argomenti che dovrebbero essere discussi, forse non i più importanti, ma nemmeno i meno importanti.

Che cosa dovremmo fare dinanzi all’ossessiva ripetizione di questi crimini? Perché, lo sappiamo, la risposta è dentro ciascuna persona; non possiamo aspettare che le cose accadano prima di fare la nostra parte.

Dovremmo lavorare con i bambini fin dal principio per mostrare loro una relazione diversa tra i sessi. Dovremmo rompere il nostro silenzio quando ascoltiamo o osserviamo qualcuno che conosciamo o che semplicemente incontriamo qualcuno che abusa psicologicamente o fisicamente o anche solo verbalmente della dignità di una donna. A scuola, dovremmo essere più attenti ai segnali che ci mandano i bambini. I bambini di famiglie dove la violenza è la regola mostrano il proprio disagio -quello che spesso è etichettato come cinestesia o, al contrario, apatia- e che a volte è la denuncia di un disagio interiore.

C’è ancora una cosa molto importante che potremmo fare: non usare mai un linguaggio che giustifichi il criminale e giudichi la vittima. Sappiamo che lo facciamo, talvolta inconsapevolmente, dovremmo imparare a non farlo più.

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