Pianto di pietra – La Grande Guerra di Giuseppe Ungaretti, di Nicola Bultrini e Lucio Fabi, Iacobelli editore, recensione di Daniela Domenici

Un titolo che è una perfetta sinestesia per questo splendido saggio storico-poetico che mi ha interessato e affascinato perché riunisce due tra le tematiche che amo di più, la poesia e la storia e lo fa con grande cognizione di causa perché Fabi è uno storico e con leggerezza poetica essendo Bultrini un poeta.

Ho avuto la fortuna di avere una docente, nel biennio del liceo (ancora la ringrazio, seppur virtualmente) che mi ha fatto conoscere e innamorare di Ungaretti e delle sue liriche stupendamente dolorose, le so ancora a memoria a distanza di nove lustri.

I due autori sono riusciti a dosare le ricostruzioni dettagliate dei luoghi di guerra in cui è stato presente il soldato Ungaretti con le sue poesie e le sue riflessioni e con brani tratti delle lettere che quasi quotidianamente il poeta inviava dal fronte agli amici Prezzolini, Soffici e tanti altri e ricostruendo così il percorso psicologico di questo grande della nostra letteratura che viene riassunto, in sintesi, con le seguenti parole in quarta di copertina “viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra”; a loro vorrei aggiungere questo paragrafo tratto dal discorso di apertura di Ungaretti al convegno del 1966 a Gorizia quando il poeta torna sui luoghi di guerra dopo cinquant’anni “ho sbagliato tante volte, chi oserebbe contarle tante sono, e sono difatti un uomo, posso vantarmi di essere stato sempre un uomo anche sbagliando, sono un uomo, sono in ogni momento che passa, fallibile; patisco, come ogni altra persona umana, d’abbagli”: quante/i di noi avrebbero il coraggio di ammettere una cosa simile?

Concludo con queste parole degli autori che mi trovano pienamente concorde “Ungaretti è poeta di guerra per eccellenza anche perché più di altri ha saputo tradurre, sperimentando la lingua, la frammentarietà delle percezioni, ovvero l’istantaneità della realtà materiale” e vi lascio con due delle sue liriche più brevi, ermetiche eppure straordinariamente dense di significato

Si sta come d’autunno

Sugli alberi le foglie

M’illumino

D’immenso

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