accadde…oggi: nel 1912 nasce Barbara Wertheim Tuchman, di Romano Giachetti

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1989 – Barbara Tuchman, morta l’ altro ieri a Greenwich nel Connecticut all’ età di 77 anni, sostenne anni fa che la Storia è qualcosa di fortuito, forse ciclico, e che compito dello storico è tentar di catturare le vicende umane nel loro continuo fluire attraverso un insieme di circostanze sempre mutevoli, con il buono e il cattivo che coesistono continuamente e che come negli esseri umani sono inestricabilmente amalgamati. Forte di questa sua concezione, Barbara Tuchman si accinse nel 1938 a intervenire nella catalogazione narrata di quanti avvenimenti storici colpissero il suo interesse; e se è vero che, ora che è scomparsa, è facile constatare nella sua opera l’ assenza di qualsiasi specializzazione (di qui, per certi critici, una certa mancanza di approfondimento), è anche vero che con undici libri, innumerevoli scritti minori, due premi Pulitzer e milioni di lettori la Tuchman ha saputo dare alla divulgazione storica una dignità che in America, prima del suo comparire sulla scena dei best seller, era, più che rara, inesistente. Il suo ultimo libro, The First Salute (pubblicato l’ anno scorso da Alfred A. Knopf), che ha il grande merito di esaminare la storia della rivoluzione americana nel contesto internazionale, è ancora tra i best seller del New York Times. Uno scrittore, anche uno storico, deve saper tenere desta l’ attenzione del lettore, diceva la Tuchman, aggiungendo che a questa capacità lei era giunta per mancanza di un dottorato accademico, che mi avrebbe resa prolissa e in ultima analisi statica. Su tale atteggiamento, naturalmente, potremmo discutere. Ma il lavoro di Barbara Tuchman ha importanza per ragioni diverse, tra cui due soprattutto: la sua archiviazione dell’ avventura americana in Vietnam (in The March of Folly, La marcia della follia: ne ha parlato su queste pagine Valerio Castronovo in occasione della traduzione italiana presso Mondadori), che riflette una posizione assunta ormai da una buona parte degli storici del suo paese (che, cioè, certi errori si debbano attribuire alla costante cecità di governi che testardamente perseguono una politica contraria agli interessi dei loro paesi: dalla decisione dei Troiani di portare il famoso cavallo all’ interno delle mura, alla stoltezza dei papi del Cinquecento, alla insensata politica di Giorgio III che condusse alla perdita delle colonie americane, fino, appunto, alla cocciutaggine di Lyndon Johnson in Indocina). Nata nel 1912 a New York, Barbara Tuchman crebbe in una famiglia agiata e di gran nome: il padre, Maurice Wertheim, era un banchiere; la madre, Alma Morgenthau, era sorella di Henry Morgenthau, il ministro del Tesoro nel governo Roosevelt. Nel 1933 Barbara ottenne un bachelor’ s degree (la prima laurea) al Radcliffe College. La Grande Depressione la obbligò subito a un impiego senza stipendio presso un’ organizzazione paragovernativa. L’ anno dopo cominciò a viaggiare e trovò la sua strada: Tokyo nel 1934, la Spagna nel 1937, Londra nel 1938. Fu però il caso a portarla all’ incontro con la Storia. Uno storico francese, del quale aveva recensito brevemente un libro sul Giappone, le scrisse ringraziandola e chiamandola: Chère consoeur. Barbara si sentì (con quella che più tardi definì santa ingenuità) ammessa nel novero dei veri studiosi. Lavorò per qualche tempo per The Nation (rivista di proprietà del padre); poi, in Europa, a conclusione di un periodo serio, eccitante, fiducioso, con eroi, speranze e illusioni, nel 1938 scrisse The Lost British Policy, che più avanti definirà solo un esercizio, ma che delineava già la sua posizione critica più spiccata: infatti faceva a pezzi la politica britannica nel Mediterraneo occidentale. L’ anno seguente, rientrata a New York, sposò Lester Reginald Tuchman, un medico; e quando, di fronte alla minaccia hitleriana che sembrava coinvolgere l’ intero pianeta, il marito le suggerì di attendere prima di mettere al mondo vittime potenziali del nazismo, Barbara obiettò che in tal caso avremmo forse dovuto attendere troppo. Nel 1981 scriverà: Dato che la tirannia maschile, già allora, non era così totale come oggi vorrebbero farci credere le femministe, la nostra prima figlia nacque nove mesi dopo. Ebbe altre due figlie; solo quando le bambine cominciarono ad andare a scuola tornò a scrivere. Nel 1956 pubblicò Bible and Sword, sulle relazioni anglo-palestinesi. Due anni dopo uscì The Zimmermann Telegram, su un’ azione di spionaggio tedesca in Messico nel 1917. E finalmente, nel 1962, conquistò la sua prima vasta schiera di lettori con The Guns of August, che, sebbene giudicato lacunoso, le fruttò il primo Pulitzer per la stesura intelligente, concisa e obiettiva. Da quel libro fu anche tratto un documentario. Avendo visto la prima guerra mondiale come la fine di un mondo, nel 1966 esaminò il mondo che era finito (The Proud Tower: titolo italiano Il tramonto di un’ epoca, Mondadori 1982); subito dopo scoprì il fascino delle biografie storiche, dando alle stampe nel 1971 (e ottenendo il suo secondo premio Pulitzer) Stillwell and the American Experience in China, 1911-45. Non sorprende che questo libro sia forse il suo lavoro migliore, giacché, con tocchi sicuri e psicologicamente stimolanti, rende soprattutto il lato umano delle vicende che descrive. Qualcuno ha detto che Barbara Tuchman commise l’ errore della sua vita quando, delle sue due specializzazioni scolastiche, Storia e Letteratura, scelse la prima: poteva diventare una narratrice. Sarebbe stata, però, una narratrice da best seller: meglio, tutto sommato, averla avuta come narratrice di storia. Lo dimostrano altri due suoi libri: Notes from China (1972) e A Distant Mirror (1978: la versione italiana, anche questa pubblicata da Mondadori col titolo Uno specchio lontano, è uscita nel ‘ 79: ne ha parlato su Repubblica Beniamino Placido), una fantasia (ma avvincente) del Trecento. A chi le chiedeva cos’ è la Storia, diceva (lo ha detto anche recentemente, dopo una conferenza): E’ un insieme di fatti che, se messi tutti insieme e riportati in un libro, farebbero morire di noia il lettore più volenteroso. La vera Storia, in fondo, la fanno pochi avvenimenti e pochi esseri umani. Non è forse di questi che vale la pena di parlare?.

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