la schiava del sesso che ha commosso Mattarella e tutti noi, di Titti Marrone

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Poi sopra gli ori, i velluti e i soffici tappeti del Quirinale, come una cantilena amara si è alzata la voce malinconica di Stefania. E il presidente Mattarella si è impietrito, come accartocciato in una postura sofferente, e gli sono venuti gli occhi lucidi. E i presenti si sono tolti dal viso i lieti sorrisi da Otto Marzo al Colle. E tutto è diventato silenzio. Perché lei ragazza bulgara di 24 anni, lei costretta a fare la prostituta appena arrivata in Italia quando ne aveva 17 – “da persone che credevo amiche dei miei familiari” – ha detto le parole dello strazio, della devastazione, della profanazione massima per corpo e anima di donna. Poche parole semplici e terribili, affilate come pugnali.
“Mi trascinavo per entrare nelle macchine dei clienti. Mi sentivo anche sporca e bruttissima perché mi avevano strappato i capelli e si vedeva la cute. Le mie mani erano gonfie, così anche le ginocchia e avevo dei buchi nella faccia che mi avevano fatto saltandomi sopra con dei tacchi a spillo”.
Si chiama tratta delle donne, è attiva e fiorente nelle nostre città, è alimentata da una domanda maschile fortissima, trasversale, interclassista e produce fatturati incalcolabilmente alti. I fatturati dell’industria del sesso macinano centinaia di migliaia di esistenze e inchiodano quelle come Stefania e Hope, l’altra ragazza che la accompagnava ieri al Colle, alla definizione di prostitute. Cioè al massimo disdoro sociale accompagnato dal pregiudizio ipocrita, alimentato dagli stessi fruitori di quel mercimonio, che si tratti di un’attività esercitata dalle donne per scelta. In fin dei conti “il mestiere più antico del mondo”, come recita un’insopportabile ammiccante definizione che da sempre serve a minimizzare.
Invece il punto è: no che non c’è scelta. Al Quirinale, Stefania lo ha spiegato in poche parole. “A casa nostra non c’erano soldi e non si mangiava tutti i giorni, queste persone mi hanno promesso un lavoro e io ho accettato. Mi hanno buttato sulla strada con la forza. Calci, pugni, minacce, torture delle quali porto ancora i segni nel corpo. I magnaccia mi hanno tagliato brutalmente le orecchie. Ero distrutta fisicamente e psichicamente, mi trascinavo, mi sentivo sporca, bruttissima e con i capelli strappati.”
Altro che Pretty Woman, altro che la favola della ragazza bricconcella dalla parrucca riccioluta che batte sui marciapiedi di Beverly Hills (nel film era Julia Roberts) e poi si trova come cliente un maschio veramente Alfa, strabiliante annoiato infelice e ricchissimo, con la faccia adorabile di Richard Gere. Che quel lieto fine su cui pure abbiamo sorriso e ci siamo commossi sia una totale falsificazione della realtà lo spiega bene la giornalista e scrittrice inglese Julie Bindel nel libro-inchiesta “Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione”, recensito da Donatella Trotta e presentato a Napoli nei giorni scorsi. Proprio la Bindel ha spiegato bene quanto pericolosa sia l’ipotesi della riapertura delle cosiddette “case chiuse” spacciata come modalità di controllo della prostituzione, che la Lega ha tentato di riproporre per fortuna non riuscendoci: illustrando l’esempio tedesco, la giornalista d’inchiesta ha raccontato a Napoli di pause pranzo in cui magioni appositamente predisposte offrono, a prezzo modico, il pacchetto “panino con hamburger, birra e corpo di donna”.
Ed è stata ancora Stefania ieri a farsi – a farci – la domanda decisiva a riguardo: come può qualcuno che si dice uomo arrivare a questo? “Questi uomini che voi chiamate clienti – ha aggiunto – sono persone che vanno a fare la spesa per comprare qualcosa di cui hanno bisogno, di cui sentono la necessità di appropriarsi. Così anche io sono diventata una cosa da comprare, come quando si va dal macellaio.” Poi ha concluso così: “Non riuscirò mai a capire come una persona che si definisce uomo possa non avere pietà di una ragazza che sanguina, che piange e che soffre facendo finta di niente, comprandola per fare sesso quando piange e sta male”.
Alla fine, il presidente l’ha ringraziata, insieme con Hope, e ha fatto un’altra cosa importantissima. Ha ricordato Lina Merlin, la senatrice che chiuse le case dette “di tolleranza” (ma poi quale tolleranza?) e abolì in Italia la cosiddetta regolamentazione della prostituzione, introducendo i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento per un’attività che non è “il mestiere più antico del mondo” ma solo, come dice il libro di Rachel Moran, stupro a pagamento. Ma Mattarella ha anche ricordato quanto “la partigiana e costituente” Lina Merlin sia stata osteggiata da parlamentari “che sostenevano persino che alcune donne nascevano prostitute e pertanto non sarebbero mai cambiate”. E ha concluso alla grande segnalando che, secondo lui, oggi Lina Merlin sarebbe in prima linea contro la tratta di questo nostro tempo”. Non c’è dubbio, presidente.

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