accadde…oggi: nel 1832 nasce Jessie White Mario, di Laura Pisano

Jessie White Mario

Avrebbe voluto diventare medico, ma divenne giornalista: Jessie Jane Meriton White fu onnipresente sulla scena della lotta risorgimentale italiana, e antesignana del reportage sociale. La costanza del suo impegno e della sua azione è emblematica del ruolo rilevante svolto da donne anche straniere che, come Margaret Fuller, molto contribuirono con il pensiero e con l’azione all’Unita’ d’Italia, sentita come una delle cause per l’indipendenza fra le più importanti dell’Ottocento.
Jessie Jane Meriton White nasce da una famiglia inglese di ricchi armatori e costruttori di velieri che, con l’avvento del battello a vapore, va in rovina. Compie i suoi studi a Londra, dove frequenta Emma Roberts, un’amica di famiglia, ricca vedova legata sentimentalmente a Giuseppe Garibaldi. I suoi contatti con gli ambienti colti e democratici della capitale e il fascino esercitato su di lei dal pensiero liberale, emancipazionista e razionalista di John Stuart Mill, la inducono a interessarsi sempre più dell’Italia.
Prosegue i suoi studi alla Sorbona di Parigi come lettrice di filosofia e nel settembre del 1854, con Emma e su invito di Garibaldi, compie un viaggio a Nizza e in Sardegna per una caccia al cinghiale: in quella occasione visita Caprera e, fortemente attratta dalla personalità di Garibaldi, decide di restare in Italia e di dedicarsi alle lotte per l’indipendenza, di cui scrive come inviata del «Daily News». Durante la sua permanenza stringe amicizia con alcuni patrioti, tra i quali Carlo Pisacane e Agostino Bertani.

Nel 1855 torna a Londra, intenzionata a iniziare studi di medicina, ma le viene rifiutata l’iscrizione alla Facoltà, perché è una donna. Soltanto nel 1874, infatti, fu fondata la London School of Medicine for Women. Tuttavia Jessie, che ama la professione medica e dedicherà gran parte della sua vita all’assistenza di malati e feriti, in particolare durante le guerre risorgimentali italiane, non si rassegna di fronte al rifiuto del Royal College of Surgeons e così commenta: «Sono convinta che il modo migliore per far sì che altre donne lavorino è di cominciare a ottenere noi stesse un lavoro pratico. Non andrò comunque in America per seguire quegli studi che l’Inghilterra mi rifiuta. Ma per varie ragioni sono contenta di aver fatto questa esperienza. Diverse personalità del campo medico mi hanno assicurato che se un gruppo di donne chiedesse oggi l’ammissione in uno o più ospedali, dopo il vespaio suscitato fra gli spiriti più aperti dalla mia richiesta, sarebbe molto improbabile che la loro domanda venisse respinta».
Su incitamento di Mazzini, che incontra e frequenta a Londra, inizia la ricerca di denaro a sostegno delle iniziative patriottiche dell’esule per l’indipendenza dell’Italia, di cui parla nelle conferenze che tiene nelle principali città inglesi. Per contribuire a far conoscere le idee rivoluzionarie che maturavano, traduce in inglese il libro di Felice Orsini Le prigioni austriache d’Italia, che vende ben 35.000 copie, e nel 1857 si trova coinvolta nel moto mazziniano a Genova.

Arrestata e imprigionata con altri patrioti nel carcere di Sant’Andrea con l’accusa di essere fra gli organizzatori della spedizione di Carlo Pisacane nel Sud d’Italia (ed è in effetti a lei che questi consegna il suo testamento politico prima della spedizione di Sapri), conosce Alberto Mario, fervente mazziniano, patriota e scrittore, e con Alberto è liberata ed esiliata: cinque mesi dopo si sposano in Inghilterra.
Nel 1859 si trovano a New York, dove si erano trasferiti e si prodigavano per far conoscere la causa italiana attraverso discorsi e conferenze, ma raggiunti dalla notizia della guerra intrapresa da Napoleone III, i due coniugi decidono di rientrare in Italia. Alberto Mario segue Garibaldi in Lombardia, e Jessie partecipa come infermiera alle imprese garibaldine. I due vengono nuovamente arrestati ed espulsi. Si rifugiano in Svizzera ma nel 1860, lasciata Lugano, seguono Garibaldi nella spedizione dei Mille.

La partecipazione di Jessie a questa impresa mette in luce il suo eroismo, la sua resistenza fisica, il coraggio, l’ottimismo e le sue qualità di eccellente organizzatrice, intransigente quanto caritatevole, nonché le sue capacità straordinarie nell’assistenza e cura dei feriti. Col marito segue Garibaldi dalla Sicilia a Napoli, dove si lega d’amicizia con Antonietta De Pace, patriota tra le più importanti del Comitato di quella città. Jessie sfida tutti i rischi dell’impresa, tanto che a campagna finita riceverà dai napoletani due medaglie d’oro, donate in segno di gratitudine. Mazzini la soprannomina Hurrican Jane (Miss Uragano) e con lei manterrà una grande amicizia e un rapporto di affetto sincero.
Intanto non interrompe l’attività giornalistica: scrive come corrispondente dall’Italia per «The Nation», «Morning Star», «Scotsman» e la «Naciòn» di Buenos Aires. Raggiunge ancora Garibaldi nel 1862 in Aspromonte e assiste il medico che lo cura per la ferita riportata nello scontro con l’esercito regolare piemontese.
Nel 1867 è nuovamente al suo fianco nella battaglia di Mentana. Nel 1870, in contrasto col marito che si è allontanato dalla condivisione delle strategie politiche mazziniane e garibaldine, lei accorre in Francia nella campagna dei Vosgi del Generale: ma qui si conclude la parte più avventurosa della sua esistenza, che da questo momento lascerà i campi di battaglia e il ruolo di “inviata di guerra” per concentrarsi nella scrittura di libri e memorie.
La sua vita, intensa e prolifica di scritti giornalistici e studi, suscita l’ammirazione dei contemporanei: Pasquale Villari loda la donna che «dopo aver nella sua gioventù assistito i feriti garibaldini per tutti i campi di battaglia, passa ora tutta la sua vita, sempre laboriosa, scrivendo le biografie di nostri patrioti e percorrendo le nostre province più misere per difendere nei suoi scritti la causa degli oppressi».

Il garibaldino Ernesto Pozzi così la descrive a Mentana: «Al campo non poteva mancare il più caratteristico tipo garibaldino, la signora Jessie White Mario, infermiera, medichessa, diplomatica, corrispondente di fogli inglesi e americani, soccorritrice con rischio di vita da una ad altra colonna, ambasciatrice fra gli eserciti, irrequieta e sempre britannicamente flemmatica, genio del bene e provvidenza di tutti». Il giornalista Luigi Bertelli, più noto con lo pseudonimo di Vamba, le attribuisce il merito di aver conquistato alla causa italiana l’opinione pubblica inglese, e dichiara che Jessie si prodigò nella propaganda attiva, incessante, «fatta da pochi generosi ai quali Giuseppe Mazzini aveva trasfuso la irresistibile forza della sua fede. Tra questi, prima nell’affrontare arditamente una vita tutta di abnegazione per l’ideale di un’Italia libera, fu senza dubbio Jessie White».
Scrisse anche per giornali e riviste italiani, tra cui la prestigiosa «Nuova Antologia».
Uno dei più importanti scritti della White resta a tutt’oggi l’inchiesta che condusse sulle condizioni dell’Italia meridionale, frutto di una ricerca da lei svolta proprio dietro invito del meridionalista Pasquale Villari.

Uscita in una serie di articoli sul giornale «Il pungolo» di Napoli e poi, nel 1877, rielaborata e raccolta in volume, La miseria in Napoli è la prima grande inchiesta nella storia del giornalismo italiano, svolta visitando ogni angolo della città, passando al setaccio la società in tutti i suoi aspetti, descrivendo i bassi, i brefotrofi, gli ospizi, le carceri, i luoghi della povertà estrema, della prostituzione e della criminalità. In questo libro, giunta ormai nella fase della sua vita in cui poteva guardare agli eventi vissuti con distacco, esprime anche il suo pensiero politico sulla forma di governo alla quale l’Italia deve pensare, in stretto rapporto con la necessità di dare soluzione alla disuguaglianza sociale: «Ora inutile parmi discutere sulle forme di Governo. Monarchia oggi. Repubblica unitaria o federale domani: finché le moltitudini sono condannate all’ignoranza assoluta, e ad intollerabile sofferenza, il corpo sociale non può risanare, né l’anima sociale rigenerarsi. Base del sistema del Mazzini è il dovere. E il dovere implica una cosa da farsi. Nel passato era dovere creare una patria, perciò bisognava cospirare, tentare, ritentare, sfidare prigione e morte sulla forca o sulle barricate. Oggi la patria esiste, e il dovere parmi consista nell’aiutare tutti gl’Italiani a rendersi degni dei nuovi destini, affinché quella divenga fautrice di bene e di progresso dell’umanità».
Ebbero notevole successo le sue biografie di patrioti del Risorgimento: Garibaldi, Mazzini, Bertani, Nicotera, Cattaneo, Dolfi. E dopo la morte del marito, nel 1883, si dedicò a raccogliere i suoi scritti, che pubblica postumi. Negli ultimi anni, dal 1897, impartì lezioni di inglese al Magistero di Firenze. Tra le sue grandi amiche e donne più ammirate Sara Nathan, che considera madre, donna ed educatrice esemplare per la sua coscienza civile ed il patriottismo. Ed Enrichetta Di Lorenzo, compagna di Carlo Pisacane, patriota lei stessa, protagonista di un’avventura di amore e rivoluzione tra le più romantiche e tragiche del Risorgimento, autrice di alcuni articoli sul Monitore Romano del 1849 e di un intenso epistolario.
Jessie muore in povertà a Firenze nel 1906. È sepolta nel cimitero di Lendinara accanto al marito, originario di questo comune nei pressi di Rovigo.

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