accadde…oggi: nel 1919 nasce Iris Murdoch, di Irene Bignardi

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1999 – Questa è la storia di un grande amore coniugale, di una celebre scrittrice morta di un male terribile che ha cancellato la sua memoria, e di suo marito, che l’ ha amata per quarant’ anni e continua ad amarla.

Lei era Iris Murdoch, scomparsa l’ 8 febbraio scorso dopo dieci anni vissuti nella nebbia dell’ Alzheimer – ed è stata forse la più importante e la più “intellettuale” tra le scrittrici di questa metà del secolo inglese, l’ autrice di ventisei romanzi – da Una testa tagliata a La ragazza italiana, da Il rosso e il verde a Il libro e la fratellanza -, la docente ammiratissima, la filosofa oxfordiana che ha scritto di Wittgenstein e di Sartre “razionalista romantico”.

Lui, John Bayley, è lo studioso di Puskin, di Tolstoj, di Shakespeare, professore al St. Catherine’ s College, autore di un romanzo che si intitola The Red Hat, e di un libro di ricordi scritto per raccontare questo lungo amore coniugale che si intitola Elegy for Iris (St. Martin’ s Press). Come in una fiaba eccentrica il vecchio signore che apre la porta della sua villetta vittoriana di Oxford – una casa dall’ apparenza abbandonata come in un romanzo gotico per bambini della Hodgson Burnett, circondata da un giardino incolto e selvaggio, in una strada di abitazioni di professori e di praticelli curatissimi – ha gli occhiali sulla punta del naso, i capelli bianchi che svolazzano su una testa alla Archimede Pitagorico e la svagata gentilezza di chi vive in un altro pianeta su cui il tempo si è fermato.

Come si è fermato sulla casa, che è immersa in un ipnotizzante disordine in cui si sono sedimentati i libri, le carte, le conchiglie che Iris raccoglieva, i fiori morti nei vasi, i bicchieri di qualche serata la cui allegria si è spenta da anni, i cuscini a piccolo punto, le foglie del giardino che un bel giorno hanno deciso di entrare in casa e che nessuno si è sognato di cacciare, perché, John Bayley racconta, né lui né Iris avevano voglia di perdere tempo a far ordine, e non volevano nessuno attorno. Di Iris, John Bayley si è innamorato alla finestra, di colpo, una mattina del 1954, mentre lei, giovane filosofa un po’ più grande di lui – John aveva ventinove anni, lei trentacinque – biciclettava per strada.

L’ aveva ritrovata in una serata al St. Antony’ s Dance. L’ aveva conquistata portandola a nuotare nel Tamigi e offrendole un tipo di amore che le permetteva di continuare a vivere la vita con l’ intensità intellettuale di cui lei aveva bisogno. Si sono sposati nel 1956. Insieme avevano deciso di non avere figli e di occuparsi solo dell’ altro e della propria intelligenza. Iris scriveva a mano sulla sua scrivania, John sulla sua Olivetti, che si porta ancora adesso a letto e con cui passa le sue mattine a recensire libri per The New York Review of Books. Una routine senza routine e senza obblighi, la casa che andava per conto suo, un po’ di cibo (spaghetti, qualche volta una casserole) cucinato da John quando gli andava. Se no il pub, le serate in casa da soli o con qualche amico a bere vino italiano, “non costoso, però”, precisa lui con un sorriso infantile, anche se gli piace tanto il Barolo, e a sentire canzoni irlandesi, scozzesi, i Beatles “che scrivono parole così belle”. Qualche viaggio, la gentilezza di Iris per i suoi ammiratori, alle cui lettere rispondeva con una puntualità che stupisce perfino il cortesissimo John, e la sera il grande letto coniugale dove per quarantadue anni hanno dormito abbracciati, finalmente placate le gelosie di lui, che sapeva quanto successo avesse avuto Iris prima di conoscerlo, quante storie, e quante ne avrebbe potute avere.

“Era come vivere una fiaba”, racconta Bayley a proposito di quei primi tempi ormai lontani, “di quelle dai toni sinistri e non sempre a lieto fine, in cui un giovane ama una bella fanciulla che corrisponde al suo amore ma sparisce sempre in qualche mondo misterioso di cui non rivela niente”. Poi, dieci anni fa, nel corso di un viaggio in Israele, la fiaba si è incrinata. Durante un discorso in pubblico Iris non è riuscita a trovare le parole, si è impuntata. Erano i primi segni della malattia, la “nebbia insidiosa” che per dieci anni ha offuscato una delle più belle teste d’ Inghilterra, che ha portato i due coniugi, come dice Bayley citando un poeta australiano, “closer and closer apart”, separati e sempre più vicini, in due mondi diversi – anche se la malattia, racconta Bayley, ha solo ferito l’ intelligenza di Iris, non il suo carattere, che restava amichevole, gentile -, e che ha cambiato drammaticamente eppur impercettibilmente la vita quotidiana: con John a fare da mamma e da infermiera, e Iris, la grande Iris, che guarda con lui i programmi per bambini su un apparecchio televisivo comprato per intrattenerla, con John che immagina e patisce quello che Iris sta attraversando e Iris che, con un soprassalto di coscienza, cerca di nascondergli la sofferenza che prova di fronte alla sparizione della propria intelligenza.

Elegy for Iris – che è diviso in due parti, il passato felice, il diario del doloroso presente della malattia – è stato scritto su sollecitazione di un giovane editore americano, e ha suscitato in Inghilterra (dove è intitolato Iris, A Memoir of Iris Murdoch) qualche borbottio di disapprovazione (insensata), e una marea di lettere che, dopo la morte di Iris, investe adesso John, da parte di chi ha delle persone care che soffrono di Alzheimer, e si sentono rasserenate dall’ esempio di amore e di pace che trasmette la loro storia. Le manca Iris, signor Bayley? O prevale il sollievo di non vederla più star male? “Difficile dirlo, no, non mi manca, purché io possa stare qui, in casa, dove la sento presente”.

Preferisce parlare dei bei tempi: “Parte di quello che cerco di dire nel libro è che Iris ed io abbiamo fatto veramente una scelta: non ho mai pensato che potessimo avere altre storie – anche se Iris ne aveva avute tante. Tutti e due volevamo fare il nostro lavoro. Ci comportavamo come se fossimo uno il figlio dell’ altro, e non ci siamo mai preoccupati di cose come pulire la casa, cucinare, o via dicendo. Vivevamo come due bambini in una fiaba”. Ma non deve essere stato semplice vivere accanto a una figura popolare come Iris Murdoch.

“Non è vero. Anzi, godevo di essere il marito di una moglie famosa. E spesso mi paragonavo con Iris a quel signore francese dell’ ottocento che si vantava perché sua moglie era stata l’ amante di Lord Byron. Be’ , mi sentivo anch’ io orgoglioso di lei, immensamente orgoglioso, e qualche volta ho pensato anche di avere qualche merito, perché dopo che ci siamo sposati Iris si è messa a scrivere sempre di più, si divertiva, sembrava avere una fonte infinita di ispirazione. Il nostro matrimonio era la situazione giusta per lavorare. Non abbiamo mai interferito uno nel lavoro dell’ altro, non ci leggevamo niente prima che andasse in stampa… salvo una volta, prima che ci sposassimo, quando Iris stava scrivendo The Bell, e, stranamente, si sentiva insicura circa un certo personaggio di ragazza, e mi chiese consiglio, sostenendo che sulle ragazze giovani io la sapevo lunga, e quando le detti qualche idea mi disse, quella sola e unica volta, perché non scrivevo io quel personaggio. Ho raccolto la sfida, e nel libro è rimasto così”. Sorride. “Non credo che sembri una cosa di Iris, ma a modo suo è un bel pezzo”. Con il tempo sono diventati, come lui dice, “closer and closer apart”, e più vicini come persone che come intellettuali. “Ma penso di aver influenzato parecchio uno dei suoi libri filosofici.

Ero molto interessato a una teoria sui personaggi romanzeschi, una teoria semplice, così semplice che ho quasi vergogna a dirla, che però piaceva molto a Iris. Ecco: i grandi scrittori amano molto i loro personaggi, e amandoli li capiscono, anzi, li amano prima di capirli, non li fanno nascere come personaggi che possano essere compresi a forza di intelligenza dall’ esterno, ma come persone che conoscono intimamente. Be’ , all’ epoca ero molto interessato ai russi, e ho scoperto che stranamente sia Tolstoj sia Puskin avevano teorizzato la stessa cosa”. Quella sui caratteri romanzeschi deve essere stata una conversazione eccezionale. “L’ altro giorno mi è capitato di scrivere che sono stato sposato per quarant’ anni con la donna più intelligente d’ Inghilterra e non abbiamo mai avuto una conversazione seria. Perché Iris discuteva molto con gli altri, ma mai con me. Noi percepivamo quello che l’ altro sentiva, senza che abbiamo mai avuto una discussione formale. Da brava filosofa, Iris non era molto spontanea per natura, amava pensare prima di parlare, si sentiva spesso, come dire?, in servizio. Con me invece era rilassata – e forse per questo non sentiva il bisogno di parlare. Però mi diceva che se era diventata una scrittrice, quella metà della sua testa era tuttavia separata dall’ altra, la filosofica. Cosa curiosa, perché il tipo di intelligenza che ha fatto di lei una filosofa è visibile in tutti i suoi romanzi – eppure Iris avrebbe respinto l’ idea di essere nel senso più ampio l’ autrice di romanzi di idee”. Ricordando Iris dopo la morte qualcuno ha detto che era “quietly subversive”, tranquillamente sovversiva. “Una buona definizione: quieta certo era, e sovversiva, se con ciò si intende la capacità di cambiare il mondo circostante. Sono rimasto stupito ricevendo una quantità di lettere, di giovani soprattutto, che dicevano come la loro vita fosse cambiata per via dei libri di Iris. La sua influenza è stata grande, perché è stata un’ insegnante molto amata, una scrittrice capace di capire le persone diverse da lei. Per esempio, non penso che Iris fosse propriamente bisessuale, ma aveva molta simpatia e la capacità di capire la bisessualità, di rassicurare le persone sulle proprie scelte, e molti dei suoi amici erano omosessuali nei giorni prima che l’ omosessualità diventasse normale ed accettata anche in questo paese arretrato che si chiama Inghilterra. E ha sempre pensato che il matrimonio sia una bellissima cosa, che si tratti di due uomini o di due donne… Ma forse il suo aspetto sovversivo più importante sta nel fatto che non si è mai presa troppo sul serio, né come donna, né come intellettuale”. E adesso, professor Bayley? “Adesso ricordo. E siccome sono un uomo di gusti semplici, leggo e rileggo Jane Austen e Barbara Pym. Lo facevo con Iris, lo faccio da solo. Quelle due sono una grande consolazione”.