il diritto a morire, di Loredana De Vita

The Right to Die

Il diritto di morire, in certe condizioni, non è un suicidio ma auto determinazione.

Lo so che può essere difficile da comprendere perché molte influenze culturali si dividono sull’argomento e l’amore e i sentimenti sono qualche volta più egoisti di quanto si pensi, tuttavia dobbiamo pensare a questo tema dal punto di vista di chi soffre.

Le persone che soffrono non sono le cavie da laboratorio della nostra moralità, esse non devono aiutarci a comprendere quanto siamo forti o umili, amorevoli o patetici, collaborativi o egoisti. Una persona che soffre è una persona che sta facendo i conti con la propria vita, una persona che ha il diritto di decidere se il tempo della morte sia il tempo di vivere la propria morte senza essere forzati a vivere un’esistenza che obbliga il proprio corpo a vivere sebbene non ci siano possibilità di guarigione. Una persona che soffre è una persona che ha il diritto di scegliere la propria dignità senza essere trattato come una macchina di vita.

Qualcuno dice che questa sia una scelta egoista, altri che la religione afferma che Dio ci ha dato la vita e Dio deve riprendersela. Mi sembra che questa sia la visione di un Dio alquanto capriccioso e persino cattivo che a caso fa morire i bambini alla nascita e decide di far vivere una non-vita attraverso le macchine a persone che la natura di per sé chiama alla morte. Quanto sono superficiali e di mente ristretta queste persone.

La scelta di morire quando il proprio corpo diventa la prigione della propria dignità e le infinite sofferenze che si è costretti a subire diventano la nuova rotta da percorrere senza via di ritorno o uscita, non è egoismo, ma la libertà di scegliere quale direzione dare alla propria consapevolezza di se stessi; è la scelta di stabilire un limite non solo alle proprie sofferenze, ma a quelle di quelli che ci sono accanto, mentre si diventa prigionieri di una ostinazione terapeutica inutile quanto indegna.

Per quanto riguarda la religione, ricordo che molte religioni credono nella vita dopo la morte che rappresenta una specie di riconciliazione con l’essenza originaria della creazione; molte religioni suggeriscono di non avere paura della morte perché la vita continua dopo la morte e la morte non è che il passaggio a una nuova vita.

Naturalmente, come ho detto all’inizio, parlo di «certe condizioni» che riflettono una scelta libera e responsabile. Non parlo di suicidio, non dico che sia il malato sia le persone intorno debbano mettersi in azione alla prima proposta di morte. È una scelta che non dipende dalla depressione o dalla solitudine, o da circostanze casuali, ma da una determinazione consapevole e ben ponderata, una determinazione che deve essere preparata e vissuta pienamente prima di essere praticata con discernimento e amore.

Il diritto di scegliere la morte non è il capriccio di scegliere la fine, poiché la persona che si è davvero non muore con la fine dei propri giorni.

Ciò che vorrei evitare per me se mi trovassi in quelle «certe condizioni», è di chiudere il mio spirito libero nella gabbia di un corpo che chiede di riposare perché consumato dalle medicine, dalla chirurgia o dall’accanimento terapeutico senza che ci sia la possibilità di restituire quel corpo alla sua dignità umana.

Rifiuto che si sia diventati così materiali da non dare all’anima e allo spirito il ruolo che meritano rendendoli prigionieri e schiavi senza via di fuga perché, si sa, le sofferenze e le umiliazioni inutili non sono sacrifici che si fanno per lottare in favore della vita, ma torture che modificano e brutalizzano il pensiero libero e la sua sopravvivenza.