invisibilità visibile, di Loredana De Vita

Visible Invisibility

Chissà, forse il bisogno di visibilità ci rende in realtà più inaccessibili e invisibili, poiché risponde al silenzio di chi è disposto a qualsiasi compromesso pur di avere un istante infinitesimale di notorietà. 

Noti non perché si sia fatto qualcosa di bene o di male concretamente; noti non perché imitabili; noti non perché una nuova scoperta ci abbia messi in mostra; noti perché ottimi interpreti della nuova storia di moda: la denigrazione dell’altro. Noti solo perché invisibili, e sconosciuti; noti perché vilmente ci si mette in mostra senza riflessione pur di essere visti; noti perché incapaci di interpretare una storia personale, incapaci di scriverla e di viverla; noti perché se è vero che All the world’s a stage (tutto il mondo è un palcoscenico) come W. Shakespeare annuncia nel suo As You Like It, è vero anche che spesso si sceglie nella propria esistenza di essere solo delle comparse pur di esserci, pur di essere visibili oltre l’invisibile.

Non sorprende ma disgusta il mi piace al post di un assassino che rende pubblico il suo crimine. Non sorprende ma disgusta il femminicidio in sé, come pure qualsiasi forma di violenza. Non sorprende che si usi la rete per offendere e denigrare, non visti, tutti gli irraggiungibili che diventano vittime e che spesso neanche lo sanno. Non sorprende perché il bisogno di visibilità sfrutta qualsiasi cosa a qualsiasi costo, pur di soddisfare la ricerca di notorietà ci si aggrappa persino alla necrofama, cioè alla notorietà acquisita attraverso l’ostentazione del crimine come pure la complicità sommersa al crimine stesso. Nel tempo delle necessità provvisorie, dell’illusione di visibilità, la microfama che inizia e si spegne nell’attimo in cui si manifesta può bastare a soddisfare il bisogno di essere visti… il che significa essere vivi. Questo disgusta molto e preoccupa di più, ma non sorprende in un’epoca in cui tutti i sentimenti e le emozioni più private vengono messe in piazza con l’illusione di essere condivise.

Tutto diviene l’equivalente di una bravata e sono certa che se si interrogassero coloro che hanno segnato il loro gradimento, mi piace, in un post o nell’altro in cui si fa del male invisibile le cui ferite sono però visibili, molti direbbero che neanche si sono accorti che era una vera dichiarazione di intenti e azione. Già, perché in rete tutto cresce e si amplifica a dismisura e senza riflessione. Il vero può sembrare falso e il falso vero… l’importante è esserne stati parte, mi piace. Questo è scandaloso e disgustoso in un tempo in cui nulla più ci scandalizza, in cui lo schermo del computer appare proteggerci da ogni conseguenza… non ci sono conseguenze, tanto è tutto un gioco, come dimostrare che non lo fosse? Certo, c’è il cadavere straziato dell’ennesima donna, ma la mano l’ha mossa l’assassino, non quelli che con un semplice click o touch si sono resi corresponsabili del silenzio e del vuoto di una tragedia che non avrà più fine nella vita di chi quella donna la amava. Cosa resta nella vita e nell’esperienza di chi ha partecipato la sua condivisione con un mi piace? Niente, ora lo schermo è spento, il video game si è concluso e che importa chi abbia vinto o perso, tanto era solo un gioco.

Ecco, questa è la visibile invisibilità di chi, come ci ha insegnato Hannah Arendt, rende il male banale, cioè comune, fatto attraverso le comuni strategie della vita. Il male è banale e riproducibile, emulabile, tristemente ripetibile senza che ci si rifletta troppo. Philip Zimbardo, psicologo che attuò un esperimento per spiegare come fosse possibile restare coinvolti nel male e riprodurlo senza sentirsene responsabili spiega nel suo L’effetto Lucifero che tutti possiamo diventare cattivi senza pensare di esserlo, basta credere che quello che stiamo facendo sia giusto perché altri ne hanno motivo. Nella silenziosa omertà partecipiamo della violenza senza rendercene conto perché questo è quanto ci viene chiesto. L’illusione di essere visibili, di essere parte, dà l’illusione del cambiamento, l’illusione di avere un ruolo, l’illusione di non essere più nascosti… non importa quanto sbagliato sia, non importa quanto orrore si nasconda dietro un commento su un post o un semplice mi piace. Si pensa, errando, che non avendo impugnato l’arma, non avendo visto il sangue, non avendo udito le urla e i rumori del corpo che crolla, non se ne sia responsabili… invece basta un click o un touch per renderci complici colpevoli non solo dell’omicidio in sé, ma della forza culturale che quel semplice gesto comporta.

Non sorprende ma disgusta questa visibile invisibilità, disgusta per ogni episodio in sé e per l’emulazione che può provocare. Non sorprende ma fa paura l’idea che un nuovo corso stia iniziando nella perpetrazione della violenza. Le tecnologie, utilissimi strumenti per le menti sane, divengono armi violente e infallibili tra le mani e nel pensiero di chi vuole solo esibire il proprio potere, perché sia visibile, perché tutti sappiano che si è stati capaci di offendere, perché tutti sappiano quanto coraggiosi si possa essere. Intanto una persona soffre e a molti piace. 

Non si può e non si deve restare indifferenti dinanzi a questa nuova svolta che la violenza ha intrapreso, che sia contro le donne, gli uomini, gli omosessuali, i bambini, gli stranieri, quelli che hanno un pensiero politico o sociale diverso, una fede diversa… non si può consentire e bisogna intervenire prima che sia troppo tardi, prima che diventi una moda o un atto di coraggio, prima che queste bravate realizzino quel desiderio di microfama che spegne la vita si spegne e ne distrugge il significato.