accadde…oggi: nel 2002 muore Giovanna Sandri, di Sara Mostaccio

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Poetessa, pittrice e artista sono tre definizioni che in Giovanna Sandri finiscono per coincidere, senza più ordine temporale o di priorità: il mezzo espressivo che Giovanna sceglie parte dalle parole per dargli spazio fisico (e metafisico) e non solo sonoro.

Giovanna nasce a Roma il 16 Dicembre 1923 e a Roma vive, dipinge, scrive e muore nel 2002. Si laurea a Napoli con una tesi sull’Estetica di Ruskin, poi inizia a insegnare letteratura inglese al liceo classico Giulio Cesare della sua città. Nel contempo, e fino al 1989, accudisce la madre malata. Non si sposa ma tra 1955 ed il 1959 allaccia una burrascosa relazione sentimentale con lo scrittore Giorgio Manganelli. Ne resta traccia nell’epistolario Costruire ricordi che raccoglie 26 lettere dello scrittore e una memoria della poetessa. Restano amici fino alla morte di lui, nel 1990.

Si lega presto alle avanguardie degli anni ‘60 e ’70 accogliendone gli sperimentalismi e la portata dirompente nella lingua letteraria, nell’arte, nella musica. A partire dal 1960 si occupa di pittura e di poesia concreta, poi passa alla poesia visiva sia come artista che come critico. Compone immagini con le parole su immensi spazi bianchi da cui le lettere emergono con forza iconica. Si serve di tecniche pittoriche e grafiche per condurre chi guarda/legge al cuore delle cose, oltre il significato, all’essenza stessa del segno.

La sua amicizia con Emilio Villa la avvicina a molte figure dell’ambiente artistico d’avanguardia italiano, specialmente a nomi della poesia visiva come Mirella Bentivoglio. Quella con Topazia Alliata la lega al mondo letterario. Le prime sperimentazioni di poesia concreta virano rapidamente verso la poesia visiva che con maggiore libertà associa alfabeto e immagine.

Le lettere diventano nuclei di energia carichi di simbolismo, strumento e allo stesso tempo punto di arrivo di una ricerca metafisica. Gli spazi bianchi ne sono parte integrante, creano il ritmo poetico come nella musica i silenzi. Uno dei sodalizi artistici più intensi è quello con il musicista Giacinto Scelsi a cui dedica nel 1994 Le dieci porte di Zhuang-zi ispirato al testo mistico cinese. Le poesie dell’opera trattano il suono e le dieci porte si chiamano Intelligenza, Articolazione (!), Benevolenza, Discorsività, Quintessenza, Discordanza, Individualità, Abbandono e Grazia, Ondulazione ontologica, Connessione.

Espone in mostre personali e collettive (anche postume) e partecipa a esibizioni internazionali prestigiose come la Quadriennale di Roma nel 1968, la Biennale di Venezia del 1978, la Biennale di San Paolo nel 1981. Scrive per RadioRai 3 e con saggi e poesie contribuisce a riviste sia italiane che internazionali ed entra in molte antologie sulla poesia avanguardista, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti. Non a caso: l’inglese è seconda lingua madre ma anche ulteriore spazio di ricerca linguistica.

Scrittura e pittura sono sfaccettature di un’unica espressione poetica e del medesimo percorso di ricerca spirituale. Anche quando il suo lavoro è di una semplicità disarmante, con semplici Letraset su un foglio bianco, il lavoro di Giovanna è profondo, certosino e paziente.

Emilio Villa la definisce una “monaca di clausura” totalmente dedita ai suoi ricami di lettere la cui disposizione sulla pagina e nello spazio bianco crea geometrie esatte come in un mandala. Non è un mistero l’interesse di Giovanna per le filosofie orientali. In un caso cita le parole di Abhinavagupta: “Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire.” È questo potere creativo che hanno le sue parole sullo spazio bianco perché capaci di attingere a un senso ulteriore che non è solo dato dal significato della parola ma dalle sue trasformazioni.

da una stele egizia

(XVIII dinastia)

i cuori degli uomini

sono deboli

hanno cessato di

creare

la memoria non è più

ritorno

d’armonia (inganna)

non si loda più

(non si canta)

l’originario

c h e p e r m e t t e

Sono volute le spaziature dell’ultimo rigo, rimandano al bisogno di riappropriarsi di uno spazio interiore perduto soffocati come siamo dalla ricerca costante di qualcosa di esteriore per colmare il senso di vuoto ma finendo per riempirlo di rabbia, invidia, insoddisfazione. La lingua diventa un mezzo per accedere nuovamente a questi spazi, o per crearli. È strumento per la ricerca del Sé. Lo spiega in una dichiarazione pubblicata sul catalogo della mostra Post Scriptum. Artiste in Italia tra linguaggio e immagine negli anni ’60 e ’70 a Ferrara nel 1998:

Io non esistevo, esisteva la facciata esterna che era articolata, che lottava… Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, dal non-esistere all’essere, all’articolarmi e sono passata prima dalle immagini che sono quelle psichicamente impersonali, e poi dopo sono arrivata al linguaggio.

A Giovanna interessa più produrre che mostrare, più essere che apparire. Perciò resta nota solo nell’ambiente degli addetti ai lavori. È schiva, non partecipa quasi mai a festival ed esibizioni che allarghino il suo pubblico. Continua a vivere per tutta la vita nella casa dei genitori nel quartiere Trieste di Roma. Aggiungendo solo, accanto ai quadri ottocenteschi alle pareti, le sue candide poesie visive.

Durante la guerra perde un fratello e dopo la liberazione vede abbattersi sul padre, generale dell’Aeronautica, pesanti colpe politiche. Prova un “disorientamento ancora latente in me dopo i devastanti anni della guerra… che mi portava a chiudermi in un difensivo non-esistere.” Ma sa essere anche molto spiritosa ed esercita spesso l’autoironia.

È minuta ma attira l’attenzione con la sua vivace intelligenza, occhiali scuri costantemente sul viso e un altrettanto costante sorriso, a volte beffardo quanto le sue dichiarazioni che spostano il baricentro di ogni argomento, accendono una luce negli angoli meno esplorati. Come fanno le sue poesie. Sin dagli enigmatici titoli: Capitolo zero, Clessidra: il ritmo delle tracce, Dimora dell’asimmetrico.

La norma linguistica viene smantellata secondo la lezione delle avanguardie. Poesia e immagine diventano tutt’uno e il linguaggio viene manipolato in ogni modo: lettere spostate, tagliate, piegate, messe in moto. La lingua non è più normativa ma creativa, porta di accesso a connessioni inattese. Sulla pagina come nel parlato Giovanna si lascia sedurre da un’assonanza o un gioco di parole e si spinge fino al nonsense per scardinare con l’immaginazione una lingua sclerotizzata tornando al senso primigenio. Perché non è con la logica che si comprende la poesia ma abbattendo la razionalità e lasciando vagare spirito e mente tra suoni e segni.