La linea del colore di Igiaba Scego, recensione di Loredana De Vita

Igiaba Scego: La linea del colore

Ho letto il romanzo di Igiaba Scego, La linea del colore (Bompiani, 2020), tutto d’un fiato e con il desiderio di ricominciare da capo. Sono come rimasta prigioniera, piacevolmente ma razionalmente prigioniera, in questa storia, anzi in queste storie che si rincorrono, si riagganciano in un per sempre che mette ciascuno di fronte a se stesso.
La linea del colore, allora, può essere una linea retta, ma anche una linea curva che si ricongiunge alla sua origine creando un circuito che, oggi, svilisce il senso della conquista di Lafanu Brown, la protagonista dal passato, e deve far sentire tutti noi resposabili per quel ritornare punto e a capo che oggi è la condizione dei migranti rappresentati da Binti. Tra questi due estremi, lotta per la libertà e negazione della libertà, c’è Leila che non è solo testimone diretta delle due storie: quella di Lafanu in quanto ricercatrice e studiosa delle sue opere, quella di Binti in quanto cugina “fortunata” (come non si dovrebbe dire poiché ogni persona deve poter essere libera di movimento) di Binti, ma è anche la voce pensante che ci rivela la vacuità della negazione di un passaporto della cui assenza il mondo occidentale, come prigioniero di un ideale di colonialismo ormai desueto e che non ha più ragione di esistere, è responsabile.
Quel libricino di carta diviene la distanza geografica, culturale e umana tra l’Africa e l’Europa, tra l’Africa e l’Italia. È dell’Italia, infatti, che l’autrice, afroitaliana, vuole narrarci e lo fa attraverso la storia, le città, i monumenti, la cecità e la negazione dell’evidenza che è sotto gli occhi di tutti.
La linea del colore è l’Arte della pittrice Lafanu Brown, ma è anche il confine fittizio tra bianco e nero, fittizio perché insussistente, fittizio perché nell’epoca della globalizzazione i confini hanno solo ragioni organizzative ma non umane, fittizio perché nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani l’articolo 13 sancisce che: 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato; 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese. Ma noi lo dimentichiamo.
Igiaba Scego nel suo romanzo, La linea del colore (Bompiani, 2020), prende spunto da due storie vere, quella di Edmonia Lewis, scultrice, e quella di Sarah Parker Remond, delle quali al termine della narrazione viene dato conto, ma quella che vuole narrarci è un’altra storia, una storia di diritti costruiti sul coraggio oltre la violenza e di violenza che può sopprimere il coraggio. C’è una storia di dolore e di rinascita, speranza e di amore, ma c’è, soprattutto, l’invito alla consapevolezza e alla coscienza di quanto poco, un passaporto, basterebbe per limitare la violenza, evitare di nutrire e arricchire i contrabbandieri di vite umane, rispettare la libertà della persona umana e i suoi diritti. Un passaporto, solo questo basterebbe per interrompere un circuito che si avvolge su se stesso e restituire alla linea la sua libertà.