accadde…oggi: nel 1973 muore Elsa Schiaparelli, di Virginia Ricci

Chi era Elsa Schiaparelli, genio di stile (italiano) che conquistò Parigi

C’era una volta Elsa Schiaparelli, una bambina di nobili origini, così curiosa da provare a saltare dalla finestra con un ombrello come paracadute. Era la fine dell’Ottocento. Non le bastò: a sei anni si unì protestando a una rivolta nelle strade di Roma, per poi rientrare a casa con un mezzo pubblico. Se il coraggio mal dosato è irriverente, ben usato diventa utile: lo scoprì servendo in famiglia una minestra portata da scuola, per dimostrare come là, il cibo fosse tremendo. Da quel giorno, portò in classe pasti già pronti. E quando anni dopo le consigliarono di “coltivare patate” piuttosto che inseguire il suo amore per la moda, lei, Elsa Schiaparelli, bellamente se ne infischiò.

«Un abito Schiaparelli equivale a un’opera d’arte» scriveva nel 1932 il periodico The New Yorker. A scorgerne li fascino e il talento era stato già Paul Poiret, celeberrimo couturier parigino, consegnandole capi da indossare nelle serate mondane: «Abiti neri ricamati d’argento, bianchi ricamati d’oro… A volte dettavo moda. Altre volte, con i miei vestiti di tutti i giorni, sembravo la sorella brutta di me stessa!» scriveva Elsa, ammirata seppur priva di canonica bellezza. Ma prima di arrivare a tanta notorietà, la sua vita fu a dir poco rocambolesca.

Erede d’intellighenzia piemontese e aristocrazia napoletana, Elsa nacque nel 1890. I suoi scritti d’adolescente, mistici e sensuali, provocarono scandalo in famiglia; si ritrovò a studiare in un convento di suore svizzero, così amato da iniziare (si dice) uno sciopero della fame. Il matrimonio sembrò un antidoto alla sua vivacità: per non sposare un russo e polveroso nobiluomo, Elsa fuggì a Londra in veste di tata. Lì conobbe il Conte de Kerlor, aristocratico polacco, donnaiolo (e povero) dedito allo spiritismo e alla chiromanzia: si sposarono in meno di un anno, imbarcandosi nel 1916 verso New York. Quando nel 1920 nacque la figlia Maria Luisa (detta “Gogo”), de Kerlor era già preda dell’attrice Isadora Duncan; e così nel 1922 Elsa partì alla volta di Parigi, in cerca di una fortuna che la sostenne prima del rientro: finanziato con una banconota da 20 dollari trovata per la strada.

Conosciuta sulla nave per New York, l’amica Gabrielle (moglie del pittore Francis Picabia) ospitò Elsa a Parigi, presentandola a molti artisti e spronandone la vena creativa: il successo arrivò con golf in lana realizzati da magliaie armene, i cui intarsi di fiocchi effetto trompe-l’œil conquistarono i buyer del tempo. Elsa la sognatrice, che anni dopo avrebbe ricreato su una spilla la forma dei nei sulla sua guancia (lo zio, noto astronomo, li aveva associati alla costellazione dell’Orsa Maggiore) dopo ingenti ordini di abbigliamento sportivo nel 1927 inaugurò l’atelier Pour le Sport.

Un campo, quello del tempo libero, presidiato da Coco Chanel, sua eterna (e simile) rivale: sfortunate con gli uomini, alleggerirono lo stile delle donne creando ciò che loro stesse avrebbero indossato. Entrambe non sapevano cucire né disegnare. Ma ai piccoli tailleur a spalle strette fedelissimi allo stile Chanel, la “Schiap” rispose con linee scolpite, spalle ampie per enfatizzare il punto vita e cappelli che misero il minimalismo fuori moda. «I suoi abiti erano eleganti, portabili e sexy; identificavano chi li indossava come un individualista dotato di senso dell’umorismo» scrive Meryle Secrest in Elsa Schiaparelli. A biography.

Della sua moda, le collaborazioni surrealiste hanno fatto scalpore; ovunque troverete gli abiti ipnotici ricamati da stampe create da Salvador Dalì o Jean Cocteau. Fece molto di più: nel 1935, oltre a inaugurare lo Schiap Shop in Place Vendôme, partecipò alla prima fiera commerciale francese a Mosca. Se i sovietici volevano un popolo libero dalle vesti tradizionali, Elsa organizzò una sfilata incentrata sulla praticità (la leggenda volle che fosse diventata amica persino di Stalin). Pratica divenne anche la sua couture con abiti decorati da zip, i primi blazer da sera per donna, tasche nascoste e gonne da allungare a piacere. Materiali innovativi, il primo lurex, i primi abiti a portafoglio e persino le prime sfilate di moda. Sopra tutto un colore: il rosa shocking. Durante la guerra volò in America dalla figlia, ma al suo rientro tutto era cambiato: finite le stravaganze, i look decisamente più classici di Dior e Balenciaga conquistarono le scene.
Elsa rimase il simbolo dello “chic”, nell’opinione da Hubert de Givenchy che giovanissimo lavorò nel suo atelier, chiuso definitivamente nel 1954… proprio quando Chanel tornò sulle scene riaprendo il proprio. Di quegli anni di ritiro, il ricordo arriva dalla nipote, l’attrice Marisa Berenson, che nell’autobiografia Moments intimes la descrive vestita sempre in nero Balenciaga o Saint Laurent, con turbante e gioielli. Per uscire, mantello e scarpe in pelliccia di pantera; in auto sedeva dietro lasciando davanti, con l’autista, il suo cane boxer Monsieur X con tanto di caschetto. Solo in casa osava il colore, con antichi kimono in seta. «Avevo un pensiero fisso in testa: salvarmi dalla monotonia della vita di salotto e dall’ipocrisia borghese. Per le mie idee d’avanguardia venivo considerata folle».