le/i mie/i studenti/esse e io, di Loredana De Vita

My Student and I

Mi manca tanto la letteratura inglese. No, non il leggerla e studiarla che continuo a fare moltissimo, ma mi manca insegnarla. Mi manca trasmettere la mia passione, grazie a una parola, un verso, un’esperienza, sviscerare quella parte di uno scrittore che può essere comprensibile e lasciare il resto al desiderio di ricerca e di approfondimento personale restando in dialogo. Mi manca lo sguardo dei miei “ragazzi” quando gli si accendeva una luce negli occhi perché l’autore nelle mie parole riviveva e poneva loro nuove domande per crescere. Mi manca anche lo sguardo perso di quei ragazzi che non comprendevano la lingua e poi, con il tempo, cominciavano ad afferrarne il segreto. Mi manca la voce di chi, curioso, voleva saperne di più e di chi, invece, avrebbe voluto subito tutte quelle risposte che io non davo perché imperativo era la ricerca personale. Mi mancano persino lo sguardo ostile di chi “non se ne importava niente” perché altri interessi lo coinvolgevano o, ahimè, l’interesse per nulla era il loro calvario. Conquistare i loro sguardi era un capolavoro di incontro, affascinare l’interesse degli altri la gioia di un dialogo in grado di proseguire anche nel silenzio e a distanza. Ricordo di una volta che sorpresi la Preside e i ragazzi stessi perché, uscendo di classe dichiarai “oggi ho fatto una pessima lezione”. I ragazzi erano perplessi, perché erano rimasti incantati come sempre, ma io sentivo che avrei potuto dare di più e non lo avevo fatto. La Preside anche era perplessa perché mai aveva sentito un docente dichiarare la propria insufficienza. Io ero perplessa dalla loro perplessità, soprattutto da quella della Preside, credo che dichiarare i propri errori sia l’inizio di un percorso di miglioramento e di crescita, cosa che non ho mai smesso di fare nei 28 anni che ho insegnato e se sono sempre cresciuta, come insegnante e come persona, lo devo proprio ai “miei ragazzi”. Ieri, nel pomeriggio, facendo lezione online, una ragazza ha interrotto la lezione perché aveva bisogno di parlare e così, in questo modo così poco privato che è la telecamera, abbiamo accantonato la lezione di lingua e abbiamo parlato del bisogno della persona. Mi ha detto che le mancavo tanto, anche se il mio sorriso e incoraggiamento le arriva attraverso lo schermo e la mia voce riesce comunque a tranquillizzarla. Le manca, diceva, la dolcezza della mia presenza (vabbè, non sono così dolce, ma lei mi percepisce così) e la sicurezza di sentirsi accolta a casa mia. Mi ha colpito molto questa dichiarazione e, ripensando alle riunioni con lei in quelle ultime settimane mi è venuto alla mente il rumore della sua casa. Porte che si aprono e si chiudono sbattendo, voci che parlano tra loro indifferenti al suo impegno, una parete pallida alle sue spalle in questa casa dove “ancora non abbiamo finito i lavori” e intuisco il suo disagio a fare lezione così, la sua impossibilità ad attirare l’attenzione sui suoi dubbi di adolescente. Lo schermo che co collega, allora, mi è sembrato, in questo momento, più importante di quello che ho sempre pensato, come una finestra che ci consente di guardare l’una nel cuore dell’altra. La lezione, anche in queste condizioni precarie, è per lei un importante momento di confronto e credo che i docenti, nonostante le difficoltà indubitabili, debbano dare conto a questi ragazzi e rendersi responsabili del loro percorso di crescita anche se obbligati a casa da una zona rossa. Il lock-down non chiude l’anima delle persone né il loro bisogno di crescere, è un’occasione per rendersi consapevoli che, qualsiasi gli strumenti usati, i ragazzi guardano a noi con speranza e con il bisogno di non essere lasciati soli. La mia lezione di letteratura era Su W. Shakespeare, Midsummer-Night’s Dream, per me è stato spontaneo citare e leggere con lei alcuni versi dal secondo atto (versi 220-226) che qui riporto affinché ciascuno, da qualsiasi parte dello schermo sia, qualsiasi il legame e la storia, possa ripetere forte nel suo cuore le parole che Helena dedica a Demetrius:

La tua virtù è la mia sicurezza. E allora non è notte se ti guardo in volto, e perciò non mi par d’andar nel buio, e nel bosco non manca compagnia perché per me tu sei l’intero mondo. E come posso dire d’esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla?

Ecco, nessuno deve essere solo, ciascuno nel suo piccolo può e deve saper essere accanto, non “stare” che indica una presenza fisica, ma “essere” che è segno della presenza dell’anima, del pensiero, del bene e di tutto se stessi.