Il buono e il cattivo, di Carmelo Musumeci, recensione di Daniela Domenici

Quasi un anno dopo “Diventato colpevole” torna a “trovarmi” Carmelo Musumeci, di cui ho recensito tutti i libri, con la sua opera più recente, “Il buono e il cattivo”, che ho divorato in un soffio e che mi ha regalato innumerevoli emozioni.

In primis per lo stile narrativo che è ormai la sua cifra distintiva e che migliora a ogni nuovo libro, è sempre più sintetico e laconico, con frasi brevissime che si alternano ai dialoghi, altrettanto stringati, in un perenne duetto ossimorico, antitetico che commuove profondamente, specialmente quando Roberto, il protagonista, parla con la mamma e con Maria le cui caratterizzazioni sono davvero struggenti. Bravissimo anche a descrivere Nunzio, Andrea, Mario e gli altri coprotagonisti di questa storia in cui è molto labile il confine tra chi sia il buono e chi il cattivo, tra chi nasce colpevole e chi lo diventa, per citare due delle opere precedenti di Carmelo che in quarta di copertina scrive “in carcere ci si raccontano tante storie per ammazzare il tempo in attesa che il tempo ammazzi noi, alcune vere, altre inventate, ma spesso quelle inventate sono ancora più vere”…come questa, intrisa di poesia; grazie a Carmelo che non ha perso la voglia di raccontarsi, di regalare sorrisi del cuore nonostante i numerosi anni trascorsi dentro “l’assassino dei sogni”, come lui definisce il carcere, e grazie anche a Nadia Bizzotto per la sua splendida prefazione.