due città, tratto da Il Vesuvio universale di Maria Pace Ottieri

Ercolano vive in un tempo tutto suo, che si addice al Vesuvio, dalle cui pendici si allunga fino al mare, un tem- po geologico misurabile in millenni: tre i millenni cui as- sommano gli ergastoli assegnati in anni recenti ai capi clan della camorra che hanno a lungo dominato la città, due i millenni passati dall’eruzione del 79 d. C. che inghiottí sot- to una crosta di fango l’antica Herculaneum.

Due città speculari, la sommersa e la sovrastante, l’una composta in una serenità ritrovata, vicina, familiare, l’al- tra, disarticolata, impenetrabile, cresciutale sopra come una testa di Gorgone dai capelli di serpe, l’una il dispet- to, il rimorso dell’altra.

Il 29 giugno del 2000 un professore di Filologia greca e latina dell’Università Ucla di Los Angeles visita Ercolano. Da qualche anno ha creato una fondazione per conservare in formato digitale alcuni tesori del mondo: i capolavori della letteratura latina, le iscrizioni della civiltà greca e i testi dei padri fondatori della repubblica americana. Sceglie a suo piacere quali conservare tra le meraviglie del mon- do. A Ercolano vorrebbe salvare la grande biblioteca della Villa dei Papiri, una sontuosa dimora affacciata sul mare che si estende fino a Portici e conserva l’unica bibliote- ca dell’antichità ritrovata intatta. È ancora in gran parte sepolta venticinque metri sottoterra, ma si sono trovati i mille papiri carbonizzati che conservava, testi in greco e latino, una grande parte dei quali di Filodemo di Gàdara, maestro di cultura greca, filosofo epicureo venuto dalla Siria a Roma nel periodo in cui l’epicureismo andava di moda per il suo aspetto consolatorio, un po’ come ai no- stri tempi le varie scuole di buddismo.

Lo accompagna il direttore della British School di Ro-ma, l’amico e archeologo Andrew Wallace-Hadrill. La visita agli scavi è desolante, gran parte degli edifici sono chiusi o puntellati per rischio di crolli, gli intonaci e i muri corrosi dall’umidità, nella Villa dei Papiri hanno gettato delle lavatrici, Ercolano è stata segnalata in un convegno di archeologi come l’area archeologica nel peggior stato di con- servazione tra quelle non interessate da una guerra civile. Il professore americano è David W. Packard, figlio dell’ingegnere elettronico David Packard che con Bill Hewlett fondò negli anni Quaranta a Palo Alto il colosso dell’elet- tronica americana Hewlett-Packard: è qui come mecenate attirato dalla possibilità di scavare la Villa dei Papiri, ma si rende conto che non ha senso ampliare gli scavi e che la sola cosa saggia da fare è fermare la distruzione di quello che è già emerso.

Nasce cosí nel 2001 l’Herculaneum Conservation Project, un inedito accordo tra privato e pubblico, il Packard Humani- ties Institute, la British School di Roma e la Soprintendenza archeologica, che ha permesso agli scavi, con un contratto di mecenatismo per sostegno finanziario, metodologico e ope- rativo, di ricevere finora oltre venti milioni di euro.

La prima iniziativa di David W. Packard è creare un gruppo di lavoro agile e misto: un archeologo, un architet- to, un restauratore e ingegneri, geologi, chimici, informatici come consulenti. L’intelligente organizzazione del gruppo può riparare a gran parte dei traumi dello scavo che contie- ne in sé una contraddizione drammatica e insolubile: lascia- re sepolti e sconosciuti i resti di una civiltà o adoprarsi per farli emergere esponendoli al rischio di svanire per sempre? A distanza di quindici anni, con un quarto dei soldi ri- cevuti da Pompei, sebbene non tutti i suoi problemi siano risolti, l’ottanta per cento degli edifici di Herculaneum è dotato di coperture, molte case sono visitabili, affreschi e mosaici al riparo dal guano dei piccioni, le acque piovane canalizzate, il sistema fognario originario ripristinato, l’in- tero patrimonio è stato messo in sicurezza e grandi passi si sono fatti nella conoscenza della storia del luogo e nella sperimentazione di strategie di lungo termine per la con- servazione. David W. Packard riceve ogni quindici gior- ni una relazione tecnica sull’attività e almeno una volta all’anno viene agli scavi per un sopralluogo.

Non è il primo americano ad appassionarsi all’antica città di Ercolano. Nel 1904 l’archeologo Charles Wald- stein, docente al King’s College di Cambridge, si fece pro- motore di una vana crociata per raccogliere fondi interna- zionali con cui riprendere gli scavi di Ercolano da tempo interrotti per mancanza di risorse economiche. Politici e studiosi dell’epoca la presero per una proposta offensiva e lesiva della dignità dell’Italia. Agli sforzi straordinari di Charles Waldstein si è ispirato David W. Packard: «Il pa- trimonio culturale dell’Italia è immenso e rappresenta un dono prezioso al mondo intero. Noi che non siamo italiani abbiamo il dovere di condividere il peso di conservarlo», scrive nella prefazione a un libro su Maiuri degli archeo- logi Domenico Camardo e Mario Notomista.

Dalla ringhiera da cui ci si affaccia sugli scavi, in fondo a un viale alberato e ordinato, il mio sguardo si impiglia su un gruppo di case sbocconcellate, di fronte a noi, a picco sulle case delle insulae settentrionali. Che è successo a quella ca- sa? Sembra diroccata. Non è un meno, dice Luca, l’amico che mi accompagna, è un piú. Balconi, tende, verande, rial- zi, tettoie, terrazzi, terrazzini, passaggi coperti e ponticelli in Plexiglas, balaustre, ringhiere, infissi d’alluminio lucen- ti come denti d’oro, rialzi, oblò, soprattetti, formano una lebbra che sfigura le facciate delle case di tutte le epoche per eccesso non per difetto, per progressive aggiunte, sfoghi purulenti, escrescenze di parabole, antenne, condizionatori, liane di cavi penzolanti e avviluppati.

Si può sempre aggiungere una torretta, una casupola sul tetto, un oblò, un timpano alla facciata. Certe volte le case si intrufolano tra le tombe a casetta del cimitero.

La luce arroventata del tramonto freddo decembrino si spande sul Vesuvio alle spalle, getta sul mare una stri- scia purpurea, le ville romane affacciate sull’acqua vede- vano entrambi, la luce, la sola bellezza indelebile, doveva essere la stessa.

Sulla scarpata verticale a cui si affacciano le case pog- gia un altissimo muro che separa il lato a nord-ovest della città antica da via Mare, cuore della vecchia Resina, come si chiamava Ercolano fino al 1969, poco piú di un borgo fatto da corso Resina con il Miglio d’oro delle ville vesu- viane, via Pugliano, la chiesa.

Quando la strada era ancora «vico ’e Mare» il muro era poco piú di un muretto intorno al piccolo scavo a cielo aperto ottocentesco. I suoi abitanti, pescatori, il 16 maggio 1927, giorno dell’inaugurazione dei nuovi scavi di Amedeo Maiuri dopo cinquant’anni di abbandono, si affacciarono in tripudio dai balconi e dalle finestre.

Solo piú tardi l’archeologo lo fece alzare a proteggere l’area emersa della città antica, da allora altri muri, recin- zioni, barriere si sono innalzati. Via Mare è un vicolo, cie- co e invisibile, che non vede e non è visto, un unico fronte di case che sembrano rovine e nelle vecchie fotografie in bianco e nero poco si distinguono dalle case romane sot- tostanti. L’impressione è che non ci abiti nessuno, i muri scrostati, i buchi nel selciato fanno pensare a un abbando- no di lunga data. Ci vivono invece quattrocento persone, una densità abitativa tra le piú alte d’Europa, famiglie nu- merose e poverissime stipate in case fatiscenti di quaranta metri quadrati con il bagno all’esterno.

Amedeo Maiuri, soprintendente alle Antichità in Campa- nia e direttore del Museo nazionale archeologico di Napoli, deve essersi sentito l’archeologo piú realizzato nella storia dell’archeologia italiana. Ciociaro di nascita, in trent’anni, dal 1927 al 1957, anno del pensionamento, scavò Pompei, Ercolano, Cuma, Baia, Villa Jovis e il Palazzo a mare di Capri. «Solo nei primi cinque anni», mi dice Paola Pesaresi, l’architetto del gruppo dell’Herculaneum, «riportò alla luce diecimila metri quadrati dell’antica città di Ercolano, la sua impresa piú ardita, un terzo del suo impianto urbano».

A differenza di Pompei sepolta da una coltre di cenere e lapilli, Ercolano, il giorno dopo l’eruzione del 79 d. C., fu investita da sei ondate di fango vulcanico, i cosiddetti lahar, che induritesi fino a raggiungere la consistenza del tufo, avvolsero la città sotto una coltre di venti metri. Il duro strato che sigillava la città, il «pappamonte», come lo chiamano gli archeologi, era assai piú arduo da penetrare della cenere di Pompei.

Per ottenere gli ingenti fondi necessari Maiuri si rivol- se direttamente a Mussolini il quale in nome del fascino che la civiltà romana riverberava sui suoi moderni epigo- ni, acconsentí a finanziarlo.

Dalla roccia tufacea riaffiorarono muri, colonne, statue, affreschi, bronzi, «aggrumati, insozzati di scorie, spesso come illividiti e maculati di sangue o maciullati, pesti e frantumati», scrive Maiuri nella sua prosa densa e poetica, carbonizzati e intatti, gran parte degli edifici si erano con- servati fino al terzo piano. Solo alla base i muri erano mar- ci, erosi dal passaggio dell’acqua filtrata per duemila anni negli strati piú permeabili, quelli formati da lapilli. Come chi definisce il suo pensiero mentre lo esprime, Amedeo Maiuri restaurava le pareti degli edifici man mano che lo scavo scendeva e arrivava al pavimento.

Il lavoro avanzava a una velocità impressionante, l’archeologo scavava, restaurava e apriva al pubblico anche le case piú grandi in tempi oggi impensabili grazie a un effi- ciente sistema di catena di montaggio.

Per trent’anni Amedeo Maiuri ha lavorato nello stesso luogo, con le stesse tecniche e la stessa squadra di muratori locali e officine di fabbri, marmisti, falegnami che sotto la sua guida acquisirono l’abilità e la sensibilità dei Romani.

Fin dal primo giorno degli scavi decise che avrebbe te- nuto gli affreschi, le statue, gli oggetti, i mobili al loro po- sto. Nei registri della sua epoca si legge che aveva riallestito all’interno delle case piú di millecinquecento oggetti e nei trent’anni di lavoro ne accumulò quasi cinquemila, un’in- versione di tendenza radicale rispetto all’abitudine invalsa fin dagli esordi borbonici degli scavi a Ercolano.

L’inizio dell’archeologia moderna si fa risalire a Carlo di Borbone, il giovane re di Napoli che amava la caccia sopra ogni cosa, fece costruire la reggia di Capodimonte per via dell’abbondanza di beccafichi del bosco sulla collina, ma si dimostrò capace di grandi intuizioni. Fu lui, spinto dalla moglie Maria Amalia, quattordici anni lei, ventidue lui, ad affidare all’ingegnere militare spagnolo don Roque Joaquín de Alcubierre, nel 1738, la prima campagna sistematica di indagine archeologica, dopo che, anni prima, un contadi- no scavando un pozzo alla ricerca di acqua aveva ritrovato marmi e statue antichi. Il solo modo che si conosceva allora di penetrare nella spessa crosta di fango indurito era scava- re dei pozzi, calarvi con corde di canapa una manovalanza occasionale composta da scavatori, i cavamonti di Resina, ergastolani di Portici e schiavi tunisini e algerini, che nel buio fradicio aprivano alla cieca a picconate una fitta re- te di cunicoli al solo scopo di svuotare case e edifici delle opere d’arte ma anche di affreschi e mosaici.

Lo scavo si rivelò subito fruttuoso con la scoperta di uno stupefacente teatro da duemilacinquecento posti, in- tatti le gradinate, l’orchestra, il palcoscenico, il frontesce- na alto due piani, rivestito di marmi policromi e diviso da colonne e nicchie con le statue.

Una volta depredato il luogo dei suoi pezzi migliori, sta- tue, affreschi, gioielli e oggetti preziosi portati nella Reggia di Portici ad arricchire la collezione di opere d’arte del re che doveva rivaleggiare con quella del papa, i cunicoli ve- nivano riempiti e richiusi per evitare pericolosi crolli sot- to l’abitato di Resina. Ma prima tutto ciò che non passava era distrutto a colpi di piccone.

Per quanto Amedeo Maiuri si fosse dimostrato auda- ce negli interventi di integrazione − l’aggiunta di putrelle e pilastri, ferro e cemento, la scelta di non ricostruire in molti casi muri esterni, pavimenti e balconate tra un pia- no e l’altro per meglio mostrare gli interni delle case −, il suo lavoro ha segnato una svolta irreversibile nell’archeo- logia, un salto decisivo dallo scavo puramente predatorio all’interesse per la conservazione e il restauro.

Il sogno di Maiuri, fare di Ercolano una città viva ri- costruendone gli interni, è trasmigrato nella mente di David W. Packard che vorrebbe mostrare al mondo la sua unicità aprendo un Museo della vita quotidiana. Esi- ste già lo studio preliminare commissionato a Renzo Pia- no in cui il grande architetto immagina una costruzione in parte interrata e coperta di verde che ospiterebbe con il museo anche i preziosi depositi aperti al pubblico e un centro di ricerca.

Per realizzare quello che per ora resta un sogno bisogne- rebbe demolire l’edificio che attualmente li ospita insieme agli uffici della Soprintendenza, bianco, petulante, tutto spigoli, linee aggettanti e angoli morti che fagocita soldi da decenni per gli impianti deteriorati e le pareti lesionate da infiltrazioni d’acqua. L’Italia della tutela lo protegge considerandolo a sua volta un reperto, un esempio sia pu- re minore della corrente architettonica del brutalismo che dagli anni Cinquanta per una ventina di anni ha inteso superare il manierismo del razionalismo, privilegiando la rudezza del cemento a vista. Demolire il Brutto non è nel nostro Paese meno difficile che costruire il Bello e nell’at- tesa David W. Packard ha acquistato quattro ettari di ter- reno contigui agli scavi, sotto i quali sono acquattati i muri dei piani alti degli edifici dell’antica città trascinata dalla violenza dell’alluvione verso il mare.

I bambini di via Mare crescono per la strada, i padri so- no in carcere o ammazzati, le madri si arrangiano per cam- pare. Lasciati a loro stessi, manovrano armi e droga a otto anni, spesso non vanno a scuola, capita che non vengano nemmeno iscritti o ne siano allontanati perché violenti. Si racconta che i bocciati irrompono a scuola, minacciano le insegnanti con la pistola. Crescono isolati, non sanno che Ercolano si affaccia sul mare, non sanno dov’è Napoli, non sono mai stati agli scavi.

Qui non abita la camorra ricca delle ville di lusso di San- dokan e dei Casalesi, ma una criminalità povera che sten- ta a mettere il piatto a tavola e che si organizza, se i figli sono sette si divideranno il lavoro: ci sarà chi ruba, chi fa l’usura, chi spaccia coca, chi erba, chi lavora nelle pezze per darsi una parvenza di pulizia e guadagna quaranta eu- ro a settimana, ma se cala il «panàro» dalla finestra con qualche bustina ne guadagna cento a volta. Alla povertà si aggiunge l’impoverimento, l’aspirazione a una vita di con- sumi che non si possono permettere, le rate per il Bimby, il Folletto, il frigorifero grande come un armadio.

Nelle case di via Mare si possono trovare armi, centi- naia di chili d’erba da impacchettare, sacchi di cocaina e pezzi di rame.

A una certa ora del giorno un camion si ferma all’im- bocco della strada e una fila di bambini consegna pezzi di rame rubati agli scavi in pieno giorno in cambio di un euro o due.

Francesca Del Duca e Paola Pesaresi conoscono bene via Mare. Da qualche anno, per conto della fondazione Packard il cui desiderio è riavvicinare la città antica e la città moder- na, hanno costretto le istituzioni e gli enti locali a firmare un accordo per il futuro della strada. Il progetto a cui lavorano punta a coinvolgere i bambini, a indurli a riappropriarsi di spazi del loro quartiere finora negati. Uno dei primi passi è stato trasformare un’area abbandonata in un campo da gio- co dipinto a strisce colorate, ispirato alla Favela Painting, la street art che ha cambiato le piú torve favelas di Rio in comunità aperte.

Una decina di famiglie ha dovuto abbandonare le pro- prie case, espropriate e demolite per fare spazio alla riqua- lificazione che prevede l’abbattimento del muro e la nascita di un parco. Nella divisione dei compiti, con la fondazione americana e ben due ministeri, è il Comune, aiutato all’i- nizio da un fondo europeo e poi con risorse proprie, a do- versene occupare.

Gli abitanti di via Mare sono sfiduciati e arrabbiati, non hanno ancora visto nessun risultato. La camorra è in agguato, pronta a cavalcare la delusione.

In nessun altro scavo archeologico del mondo sono sta- ti trovati tanti manufatti e materiali deperibili che raccon- tano la vita di una città come a Ercolano: la forma di pane col sigillo del panettiere, l’argano montato su un pozzo con la sua corda, la vasca da bagno in bronzo, la matrice per i gettoni che si usavano come biglietti d’ingresso alle terme o a teatro. E centinaia di brocche, vasi di vetro interi, scul- ture in bronzo.

Gli antichi non conoscevano la sciatteria, ogni ogget- to nasceva da abilità e grazia, perfino un semplice colino era trapunto da piccoli fori che compongono un disegno firmato dal marchio dell’artigiano.

Luigi Sirano è da quasi quarant’anni consegnatario del- la Soprintendenza, oggi del Parco archeologico, l’uomo che tiene le chiavi dei depositi e conosce a uno a uno le migliaia di oggetti conservati. Il momento piú emozionante del suo lavoro fu quando, nel 1992, un operaio estrasse dalla terra una doppia catena e non finiva mai di tirare, finché non si rivelò un accessorio femminile da veste, in oro, lungo un metro e ottanta con il timone e i bracciali. Faceva parte di una collezione di gioielli tra le piú belle del mondo romano che qualcuno portò con sé al momento della fuga, come il voluminoso gruzzolo di monete saldate tra loro ritrovato in una borsa.

Anche a lei capita ancora di emozionarsi? Domando a Domenico Camardo, l’archeologo della fondazione Packard.

«Oh sí, la testa di amazzone che vede mi ha emozionato mol- tissimo», si infervora. «Dalla terra spuntavano i ricci della nuca, rossastri, per le tracce evidenti del colore conservate dal fango, l’occhio sembrava vivo. Come succede sempre negli scavi è uscita un venerdí alle quattro del pomeriggio, avevamo solo mezz’ora per rimuoverla prima della fine del turno di lavoro e portarla al sicuro. L’ho scavata piano, con le mani, era incastrata dentro un muro, il mio timore era che ce ne fosse solo un pezzo, invece la testa era intera, peccato per il naso, ma gli oggetti sono stati trascinati violentemen- te dalla colata di fango per decine di metri».

Il legno è il tratto distintivo dell’antica Ercolano: por- te su battenti che si aprono e si chiudono, gradini di scale che si salgono, travi che ancora sorreggono, tutto è carbo- nizzato, ma in un caso, un pezzo di controsoffitto, il legno risparmiato dal fuoco è ancora vivo.

Le case conservano le strutture lignee e i mobili, mode- ste, a eccezione del fronte di ville che prima dell’eruzione si affacciavano direttamente sul mare, allora arretrato di quat- trocento metri, ma amate, costruite con sapienza e inven- zione di spazi, di luce, di prospettive da una classe di nuo- vi mercanti piú liberi e moderni degli abitanti di Pompei.

La casa di Granianus ha restituito una culla basculan- te con il materassino di foglie e lo scheletro del bambino che ci dormiva.

È emersa una decina di tavolini di legno, alcuni rivestiti di piccole lastre d’avorio proveniente dall’Africa, altri con le gambe a forma di zampe di levriero, di sfinge, d’elefan- te e di leone; un armadio dei lari, le ante che si aprono e si chiudono con le cerniere d’osso originarie e al suo in- terno un tempietto intarsiato e una serie di rare statue di lari in legno, uno stipo, un comodino con ante e cassetto, un grande letto con la spalliera intarsiata, la rete che oggi si direbbe a doghe e il materasso.

La scultura di Priapo ricavata da un ramo di fico e lo smisurato fallo con cui puniva i ladri di frutta violentando- li, il rilievo marmoreo di Ninfa che affonda la mano nella barba di un Satiro, una lucerna di terracotta decorata da una figura di uomo lascivo e definita dalla targhetta «intel- lettuale erotomane» − la definizione mi suona come lessico familiare, avrei potuto vederla nella casa di famiglia, sugli scaffali della libreria. A che tipo di oggetti corrisponde- vano nel loro tempo molti di quelli ritrovati: design? arte decorativa? arte contemporanea?

Gli archeologi Mario Notomista e Domenico Camar- do mi invitano a seguirli. Sono armati di grosse torce e di un ferro con cui solleveranno la pesante grata che copre il pozzetto d’accesso alle fogne della città. Da una scala che scendiamo a rovescio come fossimo su una barca ci calia- mo in una larga e profonda galleria. È in questo luogo in- consueto che la voce calda e partecipe di Camardo libera tutta la sua affettuosa ammirazione per gli antichi abitanti di Ercolano: «I Romani con l’acqua erano bravissimi, la presenza di molti pozzi e di poche cisterne ci fa pensare che attingessero direttamente l’acqua di falda; realizzare i pozzi era facile, per i primi dieci metri trovavano il terre- no morbido formato da cineriti lasciate dall’eruzione delle pomici di Avellino di 1800 anni prima che poggiavano sui tufi di un’eruzione ancora precedente, quella di Ottavia- no. Non li dovevano nemmeno rivestire, ma quello che ci ha lasciato di stucco è la fognatura. Maiuri l’aveva scava- ta solo per pochi metri e noi abbiamo completato lo scavo scoprendo che era una galleria gigantesca, lunga settanta metri, alta dai due ai tre metri e larga quasi un metro.

Era stata progettata al momento della costruzione del quartiere, un sistema pianificato a tavolino e articolato in modo che le latrine e gli scarichi delle cucine delle case e delle botte- ghe fossero collegati direttamente al condotto. Dal terzo piano scendeva la colonna fecale, nella stessa posizione in ogni casa o bottega, e con un sistema di dipendenze si rac- coglieva tutto nella grande galleria dove, ipotizzano i nostri ingegneri idraulici, potevano essere contenuti gli scarichi del quartiere dai tre ai cinque anni. Quando era pieno gli schiavi scendevano su assi di legno sospese e ripulivano tutto, spargendo il materiale raccolto nei campi come fer- tilizzante. Piú che una fognatura, non sono stati trovati scarichi a mare, era una grandissima fossa settica».

Ora i settecentosettanta sacchi da quindici chili l’uno aspettano in un magazzino di essere studiati, un lavoro lun- ghissimo e complesso da farsi con setacci di diverse foratu- re per intercettare anche i semi piú piccoli. Nel materiale esaminato fin qui, contenuto in una settantina di sacchi, si legge che quello scavato a Ercolano è un quartiere po- polare, di mercanti e artigiani, di cui possiamo ricostruire la dieta: fichi, noci, nocciole, mandorle, uova, olive, mol- luschi, pollo, montone, pesce.

«L’ittiologa di Oxford che ha studiato le lische», rac- conta Camardo, «è andata al mercato del pesce del Gra- natello a Portici, ha comprato tutti i tipi di pesce, ne ha confrontato le lische con quelle ritrovate e ha concluso che i pesci sono gli stessi, si sono conservati perfino i delica- tissimi gusci di ricci di mare».

E decine di monete, gemme, anelli, piatti, tutto quello che può cadere in un lavandino mentre si lavano i piatti.

L’eruzione ebbe inizio con una forte esplosione in- torno a mezzogiorno del 24 probabilmente di ottobre. Si formò una densa colonna a forma di pino, di gas liquido magma e frammenti di roccia strappati dalle pare- ti del condotto, alta tra i quindici e i venti chilometri. I frammenti di magma liquido si raffreddarono rapidamen- te per diventare pomici leggerissime che il vento sparse principalmente nella zona di Pompei. L’esplosione durò ininterrottamente per circa diciotto ore, fino alle sei del mattino del 25 ottobre. Fu in queste ore che gli abitanti di Pompei morirono soffocati dai gas emessi dalle pomi- ci calde via via che si depositavano, la triste sorte toccò soprattutto a chi si era rifugiato negli scantinati o nell’in- terno delle case.

Ercolano, e in genere il settore meridionale del Vesu- vio, erano ancora stati relativamente risparmiati quando l’eruzione entrò in una nuova fase.

La pressione del magma diminuí, l’acqua delle falde superficiali alla base del vulcano penetrò nelle fratture create dall’esplosione precedente e si mischiò con il mag- ma. Nuove fortissime esplosioni produssero nubi erutti- ve che si gonfiavano lateralmente in modo intermitten- te, lasciando lungo i pendii del vulcano una emulsione di gas, frammenti finissimi di liquido magmatico e di materiale solido. La prima colata di fango incandescen- te si abbatté sulla città. In un lampo, alla temperatura di quattrocento gradi i corpi si vaporizzarono, come avvie- ne in un’esplosione nucleare, l’alone rosso che spesso li circonda al momento della scoperta è il ferro contenuto nel sangue vaporizzato. In quell’istante i corpi si fissaro- no nella posizione in cui si trovavano, la bocca aperta e gli arti rattrappiti di chi muore negli incendi, gli arche- ologi la chiamano «posizione del lottatore». L’umidità prodotta dall’evaporazione della carne e del sangue, im- pastata con la cenere, formò una specie di intonaco che ha preservato le ossa.

Al calar della sera l’attività del Vesuvio declinò rapida- mente: l’eruzione era durata solamente trenta ore e aveva espulso un miliardo di metri cubi di materiale.

«’O muorto! ’O muorto!» gridarono gli operai abban- donando gli attrezzi al momento della scoperta.

Il compatto banco di tufo che da ogni parte imprigionava l’edificio si era aperto di schianto per la violenta pressione di una vena d’acqua lasciando intravedere, come un altori- lievo, uno scheletro rannicchiato che subito scomparve in una profonda crepa trascinato da un vorticoso mulinello. Era il 21 maggio del 1980. Due settimane piú tardi, nel duro strato di fango emersero altri due morti intatti, poi conchiglie e sabbia. La spiaggia doveva essere lí, ma per- ché quegli ambienti a volte? Il direttore degli scavi, l’ar- cheologo napoletano Giuseppe Maggi, intuisce di essere sull’orlo di una scoperta importante.

Lo scavo procedeva a rilento fino a interrompersi per mancanza di fondi. Quando riprese, nel gennaio del 1982, nello strato prima durissimo, poi friabile, simile a un am- masso di ossa frantumate, comparve una forma rotonda, un cranio con la bocca spalancata e tutti i denti. Il 16 gennaio Giuseppe Maggi ha la conferma di quanto pensa da tem- po: gli abitanti della città non si sono salvati fuggendo ver- so Napoli come si era creduto fino a quel giorno, confortati dall’esiguo numero di corpi ritrovati fino a quel momento. Affiora a poco a poco un intero gruppo di persone, accalcati negli angoli in fondo ai ricoveri per le barche: ecco cos’era- no quegli antri dai soffitti a volta. Sono dodici corpi reali, non fantasmi di gesso come a Pompei, è la prima volta che l’antichità restituisce nei particolari una scena cosí commo- vente, piccoli scheletri oppressi dal panico della lunga atte- sa, colti negli ultimi gesti di tenerezza, due persone tengono la mano sulla pancia di una donna che ha ancora i capelli, è al nono mese di gravidanza, il feto espulso, lí accanto, una donna accarezza la testa di un ragazzo mentre stringe a sé un bambino molto piccolo. Nei giorni seguenti affiorano altri corpi con i loro vestiti, i gioielli e i copricapi del momento della tragedia, un grappolo di monete fuse dal fango incandescente, alcuni sono intatti, altri hanno le ossa fracassate, devono essere stati trascinati fin lí dalla violenza del fango insieme alle case.

È uno scavo difficile, gli scheletri che oggi vedono i vi- sitatori erano schiacciati sotto altre centinaia di corpi che andavano rimossi, gli operai lavoravano sdraiati sulla pan- cia, su tavole di legno montate sopra tralicci di ferro. Da mesi emergevano indizi, ora si trova la poppa capovolta di una grande barca, i chiodi di bronzo ancora conficcati sul- le tavole, qualche giorno dopo il corpo di un uomo molto piú alto degli altri, un metro e ottanta, in cui si riconosce un soldato dal fodero in cuoio di una spada e l’elsa attac- cata, il cinturone in bronzo, sulle spalle un martello e due scalpelli, forse un militare mandato in soccorso. E decine di corpi di vittime trascinate dal fango.

Un fragore roco riempie l’aria, aggressivo e dolente, per un momento penso che provenga come un’eco dal fondo dei fornici, un verso impigliato tra la vita e la morte, l’uo- mo e l’animale, grida che non riescono a uscire dalla gola, come capita negli incubi. Le rane hanno preso dimora nel- la vasca paludosa sull’antica spiaggia, il punto piú basso di tutta la città, dove si raccolgono e ristagnano le acque di falda del Vesuvio, l’eruzione ne ha provocato l’abbassa- mento tre metri sotto il livello del mare.

A via Mare le fogne non sono altrettanto ben organizza- te che nella città antica. Fosse aperte sul selciato segnalano che sono in corso i lavori, ma tutto si è bloccato quando l’impresa ha incontrato a dodici metri dei reperti.

All’angolo con corso Resina sotto le case della stretta strada, sedici metri sotto terra, durante gli scavi borbo- nici fu trovato il teatro. Lo ricorda una lapide: mi fermo a leggerla e una signora uscita da un portone mi guarda, nell’espressione stupefatta la domanda: che cosa starà mai facendo?

Ci raggiunge Giuseppe Scognamiglio in via Mare, l’a- nima di Radio Siani intitolata al giornalista del «Mattino» Giancarlo Siani, ucciso nel 1985 dalla camorra a ventisei anni. Mi dice subito che pur essendo nato a Ercolano, non era mai stato a via Mare fino all’incontro e alla collabora- zione con la fondazione Packard.

Gli studi della radio, in corso Resina 60, occupano un appartamento confiscato al boss Giovanni Birra in cui si entra da una spessa porta in legno blindata, le pareti so- no schermate per evitare le intercettazioni della polizia.

Dell’interior decoration dell’ex padrone di casa restano le luci verdi, i rubinetti in ottone, lo stucco aggettato alle pareti e una prepotenza perpetrata ai danni dei vicini: per godere del camino costrinse i signori del piano di sopra a tenersi la canna fumaria in mezzo alla loro sala. Solo quan- do sono stati certi che il boss non sarebbe piú tornato gli spaventati vicini sono scesi a dire ai ragazzi della radio che finalmente l’avrebbero tagliata.

Ai tempi in cui vi regnava il boss il palazzo era sorve- gliato da cecchini sul tetto e guardaspalle al portone sulla strada, con le pistole appoggiate sui copertoni delle auto pronte a essere impugnate.

«Non è stato semplice venire a lavorare qui, special- mente per me cresciuto in un’altra zona di Ercolano con- trollata dai nemici storici dei Birra, gli Ascione. Erava- mo un gruppo di ragazzi che finiva l’università e non se ne voleva andare, sentivamo di dover fare qualcosa per la città. Chiesi all’allora sindaco Nino Daniele una sede per riunirci e aprire una radio sul modello di Radio Aut di Peppino Impastato».

Una radio libera c’era già a Ercolano, la prima della Cam- pania, Radio Nuova Ercolano, libera per poco, perché se ne impadroní subito la camorra per comunicare con i detenuti delle carceri di Secondigliano e Poggioreale, i messaggi in codice erano nascosti tra le parole delle canzoni neomelodi- che: pattuglie in vista, posti di blocco, riscossione del pizzo, arrivo di partite di droga o armi. Dalle frequenze abusi- ve della radio uscí l’inno alla camorra ’O capo clan, cantato con tutta l’anima dal marittimo neomelodico Nello Liberti e dedicato al boss dei Birra che conduceva la radio, Vincen- zo Oliviero: «’O capoclan è n’ommo serio che è cattivo nun è ’o vero, iss’è ’o capo e ha da sape’ cummanna’, se sbaglia è pe’ necessità e tutt’e nott’ sogna che a casa ’o stanno aspetta’. Dio t’a raccumann’, proteggi i figli mia, e se quarche vota tu nun lo poi fa’, nun te preoccupa’ proprio, che ce pienzo io, io, io che songo ’o capoclan». Uomini timorati di Dio che uccidono per punire chi tradisce e assicurano alla «famiglia», la sola istituzione in cui credono, il riscatto dalle ingiustizie e dai torti subiti, la garanzia di una protezione, il benessere.

«Nell’autunno del 2009, fu sequestrata Radio Nuova Ercolano e confiscato il primo bene dei clan: l’apparta- mento di Giovanni Birra. Cosí è nata la nostra radio con lo slogan “le idee non si fermano con la paura”. Farsi ve- dere affacciati al balcone da quegli stessi individui con cui fino a qualche settimana prima si era condiviso un caffè al bar o una partita a calcetto, risultava complicato. Non è possibile crescere qui senza conoscere o giocare a pallone per strada con figli di membri e affiliati, fa parte della vi- ta quotidiana. Spesso quelle stesse persone che sono cre- sciute con noi, le abbiamo denunciate e mandate dietro le sbarre, come avrebbero reagito alla nostra sfida?»

È il momento culminante della guerra tra il clan degli Ascione-Papale e il clan dei Birra-Iacomino, le due fami- glie che da trent’anni si spartiscono la città. La strada che divide le due città è quella che dalla stazione della Circum- vesuviana porta agli scavi, via IV novembre. Ercolano è stata un campo di battaglia, un morto al giorno in pieno centro, o a domicilio, il coprifuoco alle sette di sera, mol- te vittime innocenti, l’ultima, Salvatore Barbaro, ucciso in via Mare nel 2011, perché alla guida di un’automobile identica a quella del bersaglio designato.

La posta in gioco è il piú grande mercato di droga del Sud, la migliore cocaina d’Italia arriva qui dal Sudamerica con le navi, o meglio sotto le navi. I sommozzatori sott’ac- qua staccano i carichi dalla chiglia e li portano a terra.

Giorno e notte, migliaia di tossicodipendenti si raccol- gono nella piazza di spaccio principale, nel parco della Villa Ascione, quella con le grandi A incise sulle finestre, gli spac- ciatori inventano il tre per due e offrono le siringhe gratis.

A metà degli anni Duemila il processo «Reset» mandò in carcere una sessantina di affiliati. A corto di soldi per finanziare la guerra intestina e aiutare i detenuti, entram- bi i clan presero a incalzare i commercianti della città con doppie richieste del pizzo.

Il fornaio, il meccanico, il benzinaio, il pescivendolo, il proprietario del negozio di abbigliamento, la parrucchiera, il barbiere, il gioielliere, l’ottico, il barista, nessuno scam- pava alla morsa. Nemmeno il prete della chiesa del San- tissimo Rosario.

Frattanto nel paese qualcosa cominciava a cambiare.

Nacque la prima associazione antiracket della provincia di Napoli, «Ercolano per la legalità», fondata da decine di commercianti e imprenditori che per la prima volta denun- ciavano i loro estorsori. Entrò in scena un giovane magistra- to, Pierpaolo Filippelli, figlio del poeta napoletano Renato Filippelli, che nel 2007 emanò la prima di trentotto ordinan- ze di custodia cautelare contro quaranta esponenti di spicco dei clan locali. E un tenente dei carabinieri che accettò la sfida come un antico guerriero, Gianluca Candura.

I clan reagirono con ferocia, minorenni a volto scoper- to sparavano dai motorini, una bomba esplose davanti a un panificio.

Anche i ragazzi di Radio Siani decisero di non stare fer- mi e il 21 novembre 2009 sfilarono per le strade vuote e de- solate del centro storico in una marcia anticamorra. I com- mercianti chiusero le serrande e si unirono a loro, insieme al sindaco Nino Daniele, ai carabinieri, al magistrato Pier- paolo Filippelli, e all’arrivo in via Pugliano, la roccaforte per eccellenza della camorra di Ercolano, il corteo contava mille persone.

Adesso camminiamo in tre, Giuseppe Scognamiglio, il tenente Gianluca Candura e io, lungo via Pace, un bu- dello lungo e stretto che porta da corso Resina a via Pu- gliano, un unico accesso, gli ingressi delle case blindati da portoni in ferro, un luogo inespugnabile negli anni d’oro del clan Birra.

«Qui non si può mai dire, la situazione è fluida», sus- surra il tenente, «potrebbe svegliarsi domani mattina pin- co pallino e ricominciare, senza nessuna storia alle spalle». Gianluca Candura viene da Caltanissetta: in Sicilia la mafia è piú ingessata, dinastica, le famiglie quelle sono e a quel- le si fa riferimento. Qui ci si può far da soli, vige la legge del piú forte anche se temporaneo. C’è il ragazzo che si accolla il rischio di morire pur di vivere un mese di gloria. C’è la voglia di apparire del guappo che si veste sgargian- te. Il napoletano è fatto di un io sovrastante.

«Per far bene il nostro lavoro», dice Candura, «basta osservare, è un fenomeno alla luce del sole. I clan sono stati decapitati, non ci sono capi, non ci sono gregari, non ci sono soldati».

È anche merito del lavoro capillare che negli ultimi an- ni avete fatto voi carabinieri?

Il tenente Candura tace, abbassa lo sguardo langui- do, sí, dice, e dopo un’altra lunga pausa, sí, alla fine sí, è cosí, sí, sí, ripete con voce reticente e malinconica. «Si sta procedendo su una novantina di omicidi, man mano le indagini devono essere trasformate in provvedimenti di custodia, ma fra detenuti in attesa e condannati, sono cinquecento le persone in carcere».

Il procuratore capo dell’Antimafia Rosario Cantelmo lo chiama il «Modello Ercolano», fiducia fra concittadini, fiducia nelle istituzioni, nella divisa, il capovolgimento dello schema poliziotto cattivo e camorrista buono.

Al grande processo antiracket è successa una cosa mai vista prima: il numero di denunciati e condannati era in- feriore a quello di chi denunciava, 41 a 42.

Ercolano attraversa da alcuni anni un periodo di torpi- da calma, apparente almeno, ma continuano ad avvenire fatti sconcertanti: viene arrestato un giovanissimo spac- ciatore, il padre fu ucciso per la strada quando lui era un bambino di otto anni e proprio in quel momento cammi- nava mano per la mano con lui, passa qualche anno e per chi si mette a vendere droga? Per uno dei Birra, il clan che glielo ha ammazzato.

Nel mostrarmi gli aspetti piú ardui e impenetrabili del vivere in questa misteriosa città, la povertà, non solo eco- nomica, il suo ripetersi immutabile di generazione in gene- razione, l’assenza di un teatro, di un cinema, di una scuola superiore fino a pochi anni fa (il tasso di analfabetismo è il piú alto tra i comuni vesuviani), di un autobus affidabi- le, la mancanza di lavoro e di prospettive, le prepotenze, le soperchierie, la ferocia dei clan, l’indifferenza compli- ce di chi governa, i miei interlocutori sembrano mossi da un amaro compiacimento per quella che insistono a defi- nire come «eccellenza del negativo», un desiderio di stu- pire con l’eccezionalità del luogo: tutto è deprecabile, ma eccezionale, sorprendente.

Salta agli occhi una forte complicità fra Giuseppe e Gianluca, allusioni, rimandi, familiarità che rimbalzano dall’uno all’altro: il tenente Candura è l’inatteso, la miccia, il cata- lizzatore che ha acceso e protetto la passione civile dei ra- gazzi; alle spalle sono anni rischiosi ed esaltanti di una lot- ta comune e il tenente, calmo, protettivo, implicito, è una figura del potere del tutto nuova e opposta a quelle a cui si è abituati qui.

Il tenente Candura saluta a ogni passo, un vecchio di ritorno dal mercato con due borse cariche di verdura, il padre di un morto ammazzato, si avvicina e chiede quan- do avrà giustizia.

«Dieci anni fa io non avrei potuto parlare amabilmen- te con le persone con cui stamattina mi intrattengo qui al mercato delle pezze, sono tutte persone di quel tipo».

L’assenza dalle strade di quelli che sono in carcere fa moltissimo. La gran parte della gente è brava gente, che lavora o cerca di lavorare.

L’importante è non dare loro l’impressione di una guer- ra personale, c’è modo e modo di arrestare, bisogna sem- pre tenersi in un alveo di rispetto.

Riscendiamo all’inizio della salita di via Pugliano, il grande Palazzo Capracotta, uno dei piú antichi e belli del- la città, è vuoto e transennato da decenni.

Rimasta sola, mi inoltro nel giardino interno inselvati- chito, mi aggiro al piano terra, al buio, tra i ponteggi, i muri diroccati e gli antri dei venditori di pezze. Compare un uo- mo prestante e strafottente di una cinquantina di anni, mi viene incontro e per mostrarmi chi è, con un gesto enfatico si alza il giubbotto di pelle marchiato Gucci e spingendo il pube in avanti mi fa vedere la fibbia della cintura. «È d’o- ro, 24 carati, me l’ha regalata un americano, ralphlorèn, io ho tutta roba buona, molto buona».

I magazzini a piano terra ce li aveva già suo padre, le pez- ze sono il mestiere di famiglia, anche se di quattordici figli è rimasto solo lui a mandarlo avanti.

«So’ cresciuto con le pellicce», dice A., «le balle di pel- licce erano le piú pregiate, costavano centocinquantamila lire l’una e venivano fuori pellicce di rat mousquet, caval- lino, opossum, opsum, come lo chiamavano gli americani, puzzola. Ho imparato guardando, vedete, queste sono mie creazioni, borchie, lacci, piacciono di piú cosí a giubbotto, specie alle ragazze». Oggi si è rifornito, il mercoledí è giorno di acquisti nei capannoni vicino a Caserta, qualche volta si spinge anche a Prato e in America. «Nel New Jersey facevo solo ’stu gest’», dice, sollevando tra indice e pollice l’orlo di un collo di pelliccia da un mucchio e lasciandolo cadere con studiata lentezza nel mucchio accanto, «solo chist’, ’o clinico, facevo». La sua casa si affaccia sugli scavi, li cono- sce a palmo a palmo, quando scende lui le guide si fanno da parte. Dalle finestre sorveglia tutti i giorni la gru che si in- nalza dagli scavi, è sempre ferma. L’esuberante venditore di pezze abita a via Mare, venticinque metri quadrati legali e duecentocinquanta aggiunti dal suo estro, alle spalle tie- ne un piccolo agrumeto, e poiché la casa è costruita su una rampa, approfittando del dislivello, dal secondo piano at- traversa la pasticceria ed esce su corso Resina, lasciando a occhi aperti i turisti americani, australiani, italiani.

Benché il mercato delle pezze non sia piú come una volta, è ancora frequentato da costumisti, registi e attori e a lui, dice, lo conoscono tutti. Lo viene a trovare spesso Monello, il grande intenditore del vintage romano, uno che mangia solo mele e ti sa dire toccando un bottone o una chiusura lampo da dove viene il vestito, chi l’ha fatto, quando, come, insomma «tutt’e cose».

  1. è anche nel cinema, ha fatto molti film come com- parsa, è iscritto al collocamento dello spettacolo, quando lo chiamano lui corre, recitare gli piace moltissimo e non ne fa mistero.

Il prossimo obiettivo è vendere la sua collezione di abiti e oggetti nazisti, vuole ricavarne duecentomila eu- ro e un gommone con due motori da 250 cavalli per an- dare a Capri con il vento nei capelli. Per ora gli hanno offerto settantamila euro e lui non cede. Un po’ piú su una sua collega espone un manichino con una divisa fa- scista. Racconta che due turiste polacche si sono ferma- te indignate e le hanno chiesto se non si vergognava. Ma di che cosa?

Il duce. «E chi è ’stu duce? Che ne sacc’io? Mi è uscito quello dal magazzino e l’aggio messo».

Il gruppo si riunisce e quando riprendiamo a camminare sulla via dei negozi un altro venditore poco piú in là ci chia- ma nel suo negozio lungo e stretto come un pezzo di vicolo. Vuole mostrarci i suoi quadri, è ancora sotto l’incantesimo di una vocazione freschissima, appena nata, da pochi mesi dipinge quadri astratti, coloratissimi, sguaiati. «Che ne dite signo’, guardate chisto, vi piace? Mi è uscito con tutto io, lo mettete il mio nome nel vostro giornale?»

Nei primi mesi del 1944 Resina era già diventata una capitale internazionale del commercio al minuto dell’usa- to. Il paese brulicava di gente, venivano da Napoli, dai dintorni, ma anche da Roma e altre città per rivestirsi a buon mercato e con indumenti americani che erano sino- nimo di qualità.

Tutto era cominciato con l’andirivieni di camion carichi di vettovaglie per i soldati di stanza nel paese. Il guidatore era costretto a fermarsi davanti alle sbarre del passaggio a livello della ferrovia circumvesuviana e in quel momento, agilissimi e fulminei, alcuni individui saltavano sul camion e lo svuotavano. I sacchi contenevano cioccolato, farina, burro, vestiti, pantaloni, camicie, calzettoni di purissima lana, scarpe, rotoli di suole, lenzuola, scatole di valvole per radio, cassette di orologi di precisione per piloti e tutto quel ben di Dio che gli americani si portavano appresso. Nonostante il rumore delle balle che venivano strappate e scaraventate fuori, per un lungo periodo i guidatori non si accorsero di niente. O forse scelsero di trovare un accordo, avevano imparato a vivere e a lasciar vivere. Cominciò cosí la fortuna di contrabbandieri e speculatori, mentre gli altri abitanti lavoravano con gli Alleati come sterratori o inter- preti, camionisti o cuochi, custodi o infermieri, sguatteri o scaricatori, spazzini o uomini di fatica.

La quantità di merci che sparivano non faceva che au-

mentare, le autorità alleate se ne accorsero e istituirono un servizio di sorveglianza.

Accompagnati da un interprete, i militari della te- muta Military Police della 82a divisione, rovistavano nei cassetti e negli armadi degli abitanti di Resina alla ricerca di cibi, oggetti e vestiti rubati all’esercito ame- ricano. Non sempre le perquisizioni sortivano l’effetto voluto, la merce rubata era nascosta nei luoghi piú im- prevedibili.

Intanto, in America gli emigrati napoletani organizzarono una campagna di raccolta di vestiti da mandare ai familiari rimasti a Resina con l’appoggio di un comitato di parroci di New York guidato dal cardinale Spellman.

Arrivarono le prime grosse balle di indumenti e i primi pacchi di viveri a cui si aggiunse, dopo l’8 settembre, il saccheggio di un deposito militare di Portici e l’acquisto di coperte, tende, teloni, pneumatici nei campi Arar. Do- ve si raccoglievano i residuati della guerra.

Nel documentario La tratta degli stracci del 1963, Ser- gio Zavoli racconta che ogni mese l’America mandava nel porto di Napoli centottanta quintali di stracci. I donatori erano grandi magazzini, lavanderie, la Croce Rossa e altre associazioni benefiche.

Uomini, donne, vecchi, bambini, tre quarti della popo- lazione attiva di Resina si gettò nel mercato degli stracci che subito diede loro da vivere. Si aggiravano per le strade del paese sotto il peso di gonfi sacchi di stracci, qualcuno addirittura portava sulla testa cumuli sfusi.

«’A licenza? Ccà nissuno ha fatto ’o militare, nessuno è in regola, con la mano di Dio facciamo i cenciaiuoli».

Nei vicoli, uno attaccato all’altro, erano allineati ban- chetti con le macchine da cucire e i ferri da stiro per ag- giustare e stirare gli indumenti trovati nelle balle: un mo- do per far bello il brutto, dicevano i venditori, che spes- so dopo il trattamento li vendevano per nuovi. Cappotti per bambini erano appesi alle edicole della Madonna e dei Santi come tanti ex voto.

Dai balconi e dalle finestre a mezzogiorno calavano pa- nari con scodelle di spaghetti fumanti.

Nei trecento metri di salita da piazza Fontana al passag- gio a livello della Circumvesuviana, dalle prime ore dell’al- ba, ricorda Amedeo Maiuri, si concentrava una folla di per- sone e di stracci impressionante che culminava dalle dieci alle due. La folla procedeva lentissima, gomito a gomito, tra le fila di venditori e di imbonitori a cui si mischiavano venditori ambulanti di frittelle, arancini, croquets, semi, noccioline, pizze e gazzose, vicoli e vicoletti tutti ingombri di balle e banchetti, ogni metro, ogni centimetro quadrato era occupato da qualcuno o da qualcosa, l’aria risuonava di voci, di frastuono.

«Ho accompagnato un giorno, dopo la visita agli scavi, una signora americana di gran classe in mezzo a quel cafar- nao», scrive Maiuri. «Per la salita di Pugliano una doppia fila di rivenditori straripava con panche e panchetti dal marciapiede sulla strada.

«Tra la merce di pani facevano spicco a quel tempo, an- cora di pasti magri, alte pile di pani croccanti e rosolati co- me sul banco del panettiere in una pittura pompeiana, men- tre dalle porte e dalle finestre delle povere case pendevano strani parati multicolori come drappi e tappeti distesi per la festa del Santo. Io con i miei poveri occhi non afferravo bene cosa fossero quelle stoffe rasate multicolori, arlecchi- nesche; ma la signora aveva capito: erano i paracadute colo- rati delle ultime incursioni aeree che avevano semidistrutto e seminato di morti Torre del Greco, Torre Annunziata e bombardato gli scavi di Pompei. Non voleva credere ai suoi occhi. “Cara signora, diss’io, prima si son prese le bombe e ora fanno festa e quattrini con i paracadute”».

L’apertura di ogni balla era il momento culminante di un lungo e atteso rituale: in agguato fin dalle prime luci dell’alba la folla si lanciava all’assalto con la voracità di uno sciame di termiti. In un mulinare di mani e di braccia, un rotear di gomiti, uno smanacciare convulso che si sarebbe detto inconsulto, nel giro di poco tempo la balla veniva squartata e i capi divisi e selezionati.

Alla fine ciascuno si trovava quasi sempre tra le mani quello che cercava, una camicia, dei pantaloni, una giac- ca, un cappotto. Nelle tasche sigarette, fazzoletti, dime, i centesimi, ma qualche rara volta anche mille dollari, una volta memorabile tremila.

Dal tessuto si capiva se l’abito veniva dal Nord ed era migliore o se veniva dalla California ed era leggero e che mestiere avesse fatto chi lo aveva indossato: l’autista o il tassista se era liso sul sedere, il muratore se le maniche del- le camicie erano molto larghe.

Per le divise militari Resina era diventata una piazza piú importante del mercato di Shanghai, venivano a cer- carle dall’Inghilterra, perfino da Tripoli, perfino divise di soldati della Guerra di Corea bucate dai proiettili.

Ma dietro il formicolio dei venditori ci fu fin dall’inizio chi tirava le fila. Sergio Zavoli intervista l’«industriale», di spalle, contro una finestra che affaccia sul porto di Na- poli. Dice che comprano a New York e in altre città ame- ricane, che si esamina la merce e la si fa imballare, la mer- ce arriva all’ordine a Napoli e da lí va a Prato e a Resina.

«Quante balle sfuggono?» chiede l’intervistatore.

«Lei ora mi chiede troppo», risponde il grande commer- ciante. «I rischi sono tanti. Noi ci sentiamo nella legalità, non è mai stato un traffico di copertura».

«Resina ha due strade, un porto, due ferrovie», con- clude Zavoli: «Basterebbero due attività industriali, per risollevare la popolazione di Resina dalla guerra».