(Quando) saremo capaci di studiare, di Antonio D’Elia, recensione di Daniela Domenici

Quando saremo capaci di studiare faremo discorsi più sulle materie che sugli insegnanti. Faremo domande a noi stessi, e sapremo cercare le risposte. Quando saremo capaci di studiare non ci accorgeremo che è passato il tempo, e non guarderemo costantemente il telefono. Quando saremo capaci di studiare sapremo rispettare i nostri tempi, i nostri risultati, i nostri limiti. Quando saremo capaci di studiare penseremo al sapere infinito che c’è nelle pagine di un libro per scoprire poi, che non sono i libri che spiegano la vita, ma è la vita che ce li svela lentamente. Quando saremo capaci di studiare scopriremo che anche noi possiamo portare un piccolo e importante contributo al nostro mondo, al nostro tempo, alle nostre famiglie. Quando saremo capaci di studiare sarà bello continuare quello che altri hanno iniziato. Quando saremo capaci di studiare non ci saranno più le parentesi tonde, e nemmeno i verbi futuri: noi tutti siamo già capaci di studiare fin dall’inizio, dalla prima parola appresa, all’ultimo sguardo sul mondo”: con queste affermazioni, straordinariamente vere e commoventi, si conclude lo splendido libro di Antonio D’Elia, docente in una scuola superiore di Genova, che ha provato a raccontare la sua “carriera” di insegnante arricchendola con innumerevoli consigli e sempre mescolandola con la sua vita fuori da scuola, con i suoi tanti ricordi non sempre positivi, con le persone che ha conosciuto e che hanno lasciato una traccia nel suo cuore, dagli amatissimi genitori a tutti/ i/le suoi/e allievi/e e alle/i sue/oi docenti, dalle sue esperienze “sul campo” come operatore di strada in aiuto alle persone senza fissa dimora o come docente al serale, quando ha iniziato a praticare judo da bambino o a fare il runner da grande, queste e tante altre storie della sua biografia s’intrecciano con il suo essere docente-sempre studente (come la sottoscritta), innamorato della propria professione-missione, attento all’ascolto anche dei silenzi degli/lle allievi/e, ai loro segnali di disagio, pronto a progettare lezioni che attraggano, che li/le coinvolgano, che li/le stimolino a porsi domande, a essere curiosi/e, a trovare un loro posto nella vita.

Grazie di vero cuore, Antonio, sarebbe auspicabile che molti/e nostri/e colleghi/e lo leggessero con la mente e il cuore aperta/o e ne facessero un buon uso nella loro professione che, purtroppo, non sempre è una missione, come il nostro comune amico don Lorenzo Milani.