Il dramma dei 5000 ebrei di Kiev costretti all’esilio. “Per noi è una seconda Shoah”, di Veronique Viriglio

https://www.agi.it/estero/news/2022-03-04/esilio-ebrei-kiev-per-noi-seconda-shoah-15859318/

AGI – Sono una goccia d’acqua nell’oceano di oltre 1 milione di rifugiati che in una settimana sono scappati dall’Ucraina, ma per i 5 mila ebrei di Kiev costretti all’esilio, questa fuga improvvisa riattiva il doloroso ricordo della Shoah. La paura per la comunità ebraica ucraina è che la storia possa ripetersi drammaticamente, questa volta con la motivazione paradossale di una guerra dichiarata dal presidente russo Vladimir Putin a nome di una “denazificazione” del Paese vicino.

Il capo del Cremlino ha accusato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky di essere un neonazista responsabile di un “genocidio” dei russi d’Ucraina. In un reportage nella comunità ebraica di Kiev, l’inviato di Le Monde, Rémy Ourdan, dà voce ai suoi membri, a chi è in prima linea nella loro protezione. All’unisono definiscono l’invasione russa dell’Ucraina come “assurda”, risultato di un “alto grado di inversione della realtà e di disonestà intellettuale” da parte del suo artefice.

Lo stesso presidente Zelensky è ebreo, anche se nei suoi discorsi politici non fa mai riferimento alla sua identità. Albina Voronko, coordinatrice dell’operazione umanitaria di evacuazione degli ebrei da Kiev, si dice “senza voce” per le accuse sferrate da Putin contro il suo rivale dichiarato.

In un messaggio video diffuso poco dopo l’incidente, il presidente Zelensky ha accusato Mosca di “voler cancellare la nostra storia, il nostro Paese, di cancellarci tutti”. Nipotino di un sopravvissuto alla Shoah, che nel genocidio ha perso il padre e tre fratelli, il presidente ucraino non ha invocato la sua origine ebraica ma ha invitato “milioni di ebrei nel mondo a non rimanere in silenzio sull’attacco russo in Ucraina”, sottolineando che “il nazismo è nato nel silenzio”.

Per il capo dell’amministrazione presidenziale, Andrii Iermak, dei “barbari stanno cercando di massacrare le vittime della Shoah per la seconda volta”. All’estero, il presidente del Babyn Yar Holocaust Memorial Center, Natan Sharansky, ha denunciato il fatto che Putin “stia cercando di distorcere e manipolare la Shoah per giustificare la sua invasione illegale di un Paese sovrano democratico”.

Il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha chiesto il “rispetto del santuario” di Babi Yar. “Così come ci siano uniti per vincere il demenziale regime nazista, ora il mondo deve sostenere i coraggiosi uomini e donne dell’Ucraina. È la lotta di tutti noi” ha reagito l’artista serba naturalizzata americana Marina Abramovic, che nel 2021 a Babi Yar ha esposto le sua opera ‘The Crystal Wall of Crying’ per la commemorazione degli 80 anni della strage.

“Per noi ucraini e per noi ebrei, Putin è un nuovo Hitler” ha insistito Zissels, a capo di un’associazione che rappresenta e tutela più di 300 mila ucraini con radici ebraiche e che “adorano vivere a Kiev, città magnifica e tollerante”.

Il responsabile del Centro ebraico ha raccontato a Le Monde che da ex agente del Kgb, ex dissidente e prigioniero politico sovietico “non ho mai avuto illusione su Putin: ho sempre saputo che era un pericoloso criminale e che un giorno avrebbe dichiarato guerra all’Ucraina”.

Una guerra che teme possa essere molto lunga e molto dura. Gli fa eco Alexander Dukhovny, uno dei rabbini più influenti dell’Ucraina, a capo delle comunità ebraiche progressiste, rientrato frettolosamente da Londra per aiutare i suoi concittadini. “Ora che ho aiutato la mia comunità, penso di andarmene anch’io per mettermi al riparo da un assalto devastatore dei russi. Tornerò a Kiev solo in caso di vittoria ucraina poiché con Putin non ci potrà essere pace ne fiducia”, ha concluso Dukhovny.

Arrivata dalla Russia 30 anni fa per motivi di studio, Voronko è rimasta in Ucraina, si è sposata, ha avuto un figlio e vive a Kiev dove racconta di “non aver mai avuto alcun problema, né in quanto russa né in quanto ebrea”. Nei giorni scorsi diversi autobus noleggiati dalla comunità ebraica sono partiti dalla sinagoga Brodsky, con a bordo decine e decine di cittadini affranti da “un dolore profondo che fa eco alla memoria di sofferenze passate”.

Voronko ha deplorato come “ogni generazione di ebrei abbia conosciuto l’esilio. Mia nonna è dovuta scappare dal terrore di Stalin per sopravvivere. Mia madre, da bambina, a quello di Hitler, ma io ora rimango a Kiev”.

Un agente di polizia, Evgueny, ha invece accompagnato la moglie e i figli in partenza per Tel Aviv, un groppo in gola all’idea di dover emigrare in Israele mentre “noi vogliamo vivere in Ucraina. Mi rifiuto di pensare alla sconfitta, questa guerra la vinceremo”. Sin dal primo giorno dell’operazione militare russa lo scorso 24 febbraio ha avuto inizio il discreto esodo degli ebrei ucraini, finora “in 5 mila ad aver lasciato il Paese” ha confermato Josef Zissels, presidente delle organizzazioni e comunità ebraiche dell’Ucraina.

L’operazione di evacuazione si è intensificata all’indomani di un altro episodio altamente simbolico: una pioggia di missili russi che nel prendere di mira un’antenna di comunicazione della televisione ucraina è caduta sul vicino parco di Babi Yar (Babij Jar), luogo di una delle più terribili stragi della Seconda Guerra Mondiale e di memoria dell’Olocausto. Nel parco memoriale solo alcuni rami d’alberi sono caduti ma un’ondata di emozione si è alzata a Kiev: Babi Yar è stato il teatro di una delle peggiori stragi della campagna tedesca nell’Unione sovietica ma non solo, con 33 mila ebrei ucraini uccisi dai nazisti nel 1941.