lo sguardo del re, di Camara Laye, recensione di Loredana De Vita

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Ci sono romanzi che col trascorrere degli anni non solo hanno sempre una storia da raccontare, ma hanno una storia “nuova” da narrare, come se li si leggesse per la prima volta. Tale è “Lo sguardo del re” (Pàtron editore, 1983) di Camara Laye.
Il romanzo “Lo sguardo del re”, con la postfazione di Liana Nissim che aiuta a percorrerne alcune tracce più nascoste per chi non è pratico di culture africane (Camara Laye, infatti, è un eccellente autore della Guinea francese), può essere letto da più punti di vista di cui cito solo quelli che mi sono sembrati più vicini al mio modo di interpretare la lettura e la cultura.
Il primo, senza dubbio quello più evidente, è la narrazione quasi favolistica dell’incontro tra due culture, quella africana e quella occidentale, con tutte le difficoltà che questo comporta. In questa visione il protagonista “bianco”, Clarence, e i protagonisti “neri”, il mendicante, Noaga e Nagoa, il naba, Akissi e lo stesso re, sottolineano le differenze ma senza l’ambizione di far prevalere una cultura sull’altra. Si tratta di una favola, e in essa uomini, animali, natura e tradizioni sono tutti personaggi protagonisti senza distinzione o prevaricazione di sorta.
Una seconda lettura possibile è quella dello scontro culturale con preminenza della visione occidentale. In questo caso, mentre tutti i personaggi africani vivono secondo la propria cultura, Clarence (che diventa protagonista assoluto) si pone come giudice di una cultura che gli appare insoluta, infantile, incomprensibile.
Una terza possibilità di lettura pone lo scontro culturale al contrario. Questa volta è Clarence a essere giudicato da una cultura che lo reputa assente, prigioniero di sé stesso, sempre succube di un pensiero cui non corrisponde mai l’azione, eppure talmente superficiale da non essere capace di scegliere e di decidere che cosa voglia fare della sua vita.
È per questo, probabilmente, che il suo incontro con il re sarà sempre rimandato fino a quando sia in grado di poterlo ricevere. Il re, diviene personaggio di sfondo, eppure il vero protagonista, quello che può dare al viaggio di Clarence il significato della sua essenza. La figura del re, per certi versi, ricorda molto il “Godot” di Samuele Beckett, sempre atteso ma sempre assente poiché gli uomini non sono in grado di accoglierne il significato profondo.
Quale di queste letture è la più consona? Tutte e nessuna, in realtà, poiché sono convinta che il messaggio della narrazione di Camara Laye sia ancora più profondo e non abbia a che vedere con una cultura o l’altra o con lo scontro tra le stesse quanto con tutte le culture in generale e con le persone che, qualsiasi la cultura di provenienza, cercano un significato alla propria vita
Esiste, difatti, un’altra interpretazione possibile, quella che forse preferisco e che apre orizzonti nuovi di ricerca in questo romanzo nello specifico, ma anche negli altri scritti di questo autore che io definisco “grande”: il viaggio interiore verso la conoscenza di sé e degli altri o, meglio, di quale possa essere il proprio ruolo nell’esistenza propria e altrui.
In questo senso, quello di Clarence non è un viaggio alla ricerca della cultura altra da sé, ma alla scoperta di chi lui egli sia veramente a prescindere dal colore della sua pelle e dalle tradizioni sovrastrutturali nelle quali non sembra più ritrovarsi. Chi è Clarence? Sembra chiederci Camara Laye, intendendo porre a ciascun lettore la stessa domanda. Chi sei tu? Chi sono io?
Le varie prove, gli incidenti, quella sorta di sonnambulismo in cui Clarence sembra ingarbugliarsi senza via di uscita sono forme di iniziazione e rischiano di diventare la prigione di chi cerca di non vedere e non cercare sé stesso impedendosi così anche di incontrare e conoscere l’altro diverso da sé. È una prigione nella quale si preferisce fingere di non vedere e non capire, in cui l’altro è un nemico mentre il vero nemico è il vuoto di senso in cui ci si nasconde.
Infatti, solo quando Clarence riuscirà a entrare dentro sé stesso potrà comprendere e solo allora potrà incontrare lo sguardo di quel re che lo avvolge e lo accoglie stringendolo forte a sé, proprio lui, Clarence, diverso tra i diversi, cieco tra i vedenti, sordo tra i muti. Solo riconoscendo appieno la propria nudità Clarence potrà essere degno di quello sguardo e sciogliersi nel suo abbraccio.
“Lo sguardo del re” (Pàtron editore, 1983) di Camara Laye, un romanzo agile e bello, ma proprio bello.