accadde…oggi: nel 1981 muore Gianna Preda, di Maria Latella

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Nel dar notizia della sua morte, il 7 agosto 1981, un giornale allora di sinistra titolò: «Una penna di destra ma non conformista». Infatti. Maria Giovanna Pedrassi, Gianna Preda come la ribattezzò Leo Longanesi, poteva essere polemica, sprezzante, anche visceralmente “contro”, ma conformista non fu mai, e tra i tanti giornalisti italiani che, nei decenni, si sono autodefiniti, a torto o a ragione, “scomodi” lei scomoda fu sul
serio e fino all’ultimo.
La sua carriera, i suoi articoli, sono lì a dimostrarlo. Era di Coriano di Rimini, terra di gente sanguigna, cresciuta tra un nonno anarchico e un padre invece fascista e pure clericale. Negli anni del fascismo, raccontava di sé Gianna Preda, lei leggeva,
scolpiva, disegnava, ascoltava musica. Soprattutto «facevo l’amore col mio ragazzo». Così, per amore, sposando un gerarca che aveva aderito alla Repubblica sociale, scelse di stare dalla sua parte e, da allora, accettò il marchio dell’emarginazione, «ma soltanto per una forma di selvaggia civetteria. Io di destra sono diventata dopo, col MSI di Almirante, per intenderci».
Civettando con la sua diversità, Gianna Preda rimase fino alla fine fedele al suo stile, fiera dell’anticonformismo che l’avrebbe
relegata al giornalismo di attacco, a una notorietà da circuito
ristretto che non consentiva, di fatto, una carriera nei giornali dell’establishment o della Rai allora democristiana.
Non fu mai corteggiata dai salotti engagé, come Camilla Cederna negli anni Sessanta: non era quello il suo mondo.
Non diventò l’icona delle giovani giornaliste che, scrivendo i primi pezzi, arrossivano sentendosi prendere in giro dal caporedattore: «Ecco la nostra Cederna dei poveri». No, Gianna Preda poteva contare su un pubblico appassionato ma, come lei, marginale. Le piaceva così. Aveva cominciato a scrivere per Il Resto del Carlino che, nel primo dopoguerra, si chiamava Giornale dell’Emilia, poi lavorò a Bologna con Enzo Biagi, a Cronache, e  ancora ad Epoca, al Giornale d’Italia.
Fin quando, nel ‘54, Leo Longanesi la chiamò al Borghese, il giornale del quale diventò vicedirettore e nel quale fino alla fine rimase, mantenendo un rapporto costante col gruppo dei lettori che l’adoravano, quelli che per nessuna ragione avrebbero perso mai una puntata della sua posta.
Com’era, Gianna Preda? Ruvida e ribalda. Se fosse vissuta negli Stati Uniti, lei, così poco reverente in un’Italia di media invece sempre reverentissimi o, al massimo, “contro” perché sostenuti dai nemici della parte avversata,
(mai, per carità, “contro” e basta), se fosse vissuta negli Stati Uniti, insomma, sarebbe forse diventata una celebrità nazionale, un’Elda Maxwell applicata alla Casa Bianca, invece che a Hollywood.
Tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta, dedicò la sua prosa affilata ai potenti veri, ai politici: in quegli anni, la politica contava e l’establishment doveva scendere a patti. Finirono così sotto le sue cure tutt’altro che affettuose uomini forti, come Amintore Fanfani, indotto a dimettersi, e soggetti più deboli come un altro democristiano, Fiorentino Sullo, letteralmente scorticato e, in questo caso, davvero all’americana.
Gianna Preda puntò dritta sulla vita privata di lui, che era un signorino e dunque oggetto di vasta congerie di pettegolezzi. L’omosessualità, in quegli anni, era peccato avvolto nel mistero: Gianna Preda squarciò il velo, ma anni dopo capì di essersi forse prestata a un gioco manovrato da altri. Comunque, se ne dispiaceva: «Poveretto –
diceva – l’ho persino costretto a sposarsi». Sullo a parte, sul Borghese dedicò attenzione ai potenti più potenti, da Andreotti a Berlinguer.
Erano i primi anni Settanta e Gianna Preda, giornalista fascista, godeva ormai di una fama non scalfita da invidie: stava nel ghetto di destra e dunque non era una concorrente, non dava fastidio. Non era nemmeno bella, Gianna Preda, cosa che forse le consentì di sopravvivere in un mondo che, anche allora, soprattutto allora, mai
avrebbe lasciato sopravvivere una giornalista bravissima e pure sexy. «Aveva poco di femminile – scriveva di Gianna Preda il collega Antonio Ghirelli, direttore di Tg e portavoce di Sandro Pertini al Quirinale – Fin quando non imparai a conoscerla bene, mi meravigliavo che Mario Tedeschi, il direttore del Borghese, potesse essersi
innamorato di lei. Quando diventai suo amico, capii che ero stato un imbecille a meravigliarmi.
Tutta la bellezza e la femminilità che il padreterno le aveva negato esteriormente, Gianna ce l’aveva dentro. Era una donna tenera, una creatura sensibile e vulnerabile che nascondeva la sua dolcezza dietro la foga e, talora, la volgarità della scrittura». Ghirelli ne descrive la collera capace di atterrare i potenti, «quando le parevano inetti o
corrotti, indegni dei loro privilegi, incapaci di affrontare la tremenda responsabilità di governare il Paese»
Era una giornalista, Gianna Preda, una mujer vertical, capace di rompere col Msi, con Almirante, che pure aveva ammirato, per ragioni ideali, perché Almirante era contro il divorzio, e lei no, perché il Msi degli anni ‘70 era favorevole alla pena di morte e lei considerava la posizione un’idiozia. Fosse ancora in vita, sorriderebbe sprezzante registrando i pettegolezzi su questo o quel giornalista che, dopo anni di contiguità a questo o quel Polo, di colpo rompe perché non l’hanno nominato direttore.
Lei, la Gianna, direttore non diventò mai, forse neppure ci aveva mai pensato. Sul finire della vita, si congedò dai lettori con un articolo intitolato “Per fatto personale”: annunciava di avere un tumore. Un capocomico non si sarebbe comportato diversamente davanti al suo pubblico, in teatro. In quei mesi, confidò anche un rimpianto: l’aver troppo concesso alla diffidenza.
«È difficile avere un’idea di quanto possano essere stupide le faziosità e le presunzioni di una persona intelligente come me. Avrei dovuto capire di più quelli che non la pensavano come me. Il guaio – concluse – è che ho fatto troppa politica per parlare di aspetti profondi»