Beowulf, a cura di J. R. R. Tolkien, recensione di Loredana De Vita

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“Beowulf” (Bompiani, 2019) di J.R.R. Tolkien non è solo una traduzione accurata dall’Old English del più importante poema epico della tradizione anglosassone (e già questo sarebbe più che degno di nota per la difficoltà dell’impresa), ma è uno studio onesto e appassionato di una lingua, l’anglosassone, appunto, mettendone in rilievo la poetica e la capacità descrittiva intrinseca a ciascuna parola che splende di una sacralità non comune.
Tolkien, insuperabile nello studio del linguaggio, riesce a restituire alla storia di Beowulf dei tratti di profondità che superano la storia e la leggenda, recuperano la poesia e il fascino di una lingua che, pur nella sua durezza, non smette mai di creare e costruire mondi in cui gli uomini e la natura, il bene e il male, sono avvinghiati al punto che gli uni non possono esistere senza gli altri.
Così, le leggendarie avventure di Beowulf, eroe e poi re dei Geati che corre in soccorso di Hrothgard, re dei danesi, per liberarlo della violenza di Grendel prima e di sua madre poi, non si esauriscono nella riappacificazione dei regni grazie al suo governo equilibrato e saggio, ma proseguono fino all’ultimo respiro nella lotta contro il drago che, pur rappresentando la fine della vita e del regno di Beowulf, diventa il simbolo di una necessità del re di proteggere e custodire il bene del suo popolo a qualsiasi costo.
La vita di Beowulf inizia e finisce con gesta eroiche per la salvezza degli uomini come in un circuito in cui l’eroe possa sempre ritrovare il significato e la bontà del suo esistere per l’amore del popolo. Per questo Beowulf è non solo meritevole di amore e di lode, ma anche di diventare monito per i crudeli ed esempio per i miti, a tale scopo le ceneri del suo corpo saranno sepolte in un monumento sul promontorio della terra dei Geati (Svezia) affinché ogni marinaio possa da lontano scorgerne la presenza e imparare una lezione di buon potere e di umanità.
Il testo, commovente e appassionato come all’origine doveva essere, non trascura le interpolazione della cristianità che, mettendo per iscritto questo poema epico appartenente alla tradizione orale, ne riconobbe il potere persuasivo in visione di una possibile cristianizzazione dei pagani. Numerose le note al testo, non solo note di traduzione, ma anche sul significato delle parole in quella particolare epoca (probabilmente la metà dell’VIII secolo), commenti linguistici e filologici che Tolkien desunse anche dalle sue conferenze/lezioni presso l’Università di Oxford sul tema della cultura antica delle origini, sul mito, sulla leggenda e sulla storia che si intersecano nella vita degli esseri umani influenzandosi reciprocamente.
Difatti, “Beowulf” (Bompiani, 2019) di J.R.R. Tolkien è corredato anche da un “Racconto meraviglioso” che Tolkien scrisse riadattando la storia originale di Beowulf a un’epoca più moderna, modificando il linguaggio e le espressioni affinché corrispondessero meglio al nuovo tempo narrato, questo per dimostrare quanto lingua e storia e leggenda siano fuse e dipendenti le une dalle altre.
La leggenda di Beowulf, come ho già detto, appartiene a una tradizione orale successivamente trascritta dagli studiosi che ne hanno accentuato le similitudini con la tradizione cristiana. Eppure, è conservato intatto il tipico verso anglosassone con una pausa nel mezzo di ciascun verso rappresentata graficamente con un ampio spazio vuoto, non mancano le allitterazioni, ma, soprattutto, è conservato intatto il linguaggio pregevole tipico del verso anglosassone, la kenning, cioè la composizione di due parole in una per indicare il significato di una terza parola – es. “bonehaus” (bone house) per indicare il corpo. Di grande interesse per la comprensione filologica del testo è anche l’uso di un linguaggio che corrisponde alla realtà nordica, per esempio, quando si parla degli anni che passano ci si riferisce agli “inverni” e non alle primavere come è tipico nelle altre letterature europee.
La storia di Beowulf è, sin dalle origini del suo essere cantata dagli “scop” (cantastorie), divisa in due parti: Beowulf da giovane (accorre in soccorso del re danese e sconfigge, da solo, Grendel e sua madre), e Beowulf da vecchio (dopo essere diventato re dei Geati e aver stabilito la pace entro e oltre i confini del suo regno, sconfigge il drago, ma perde la vita). Sono molte le similitudine interpolate dai cristiani per covertire i pagani tra Beowulf e Gesù: Beowulf, generoso e onesto, accorre in aiuto dei fragili e salva il popolo proprio come Gesù, sacrificando la sua vita, ha dato al popolo degli uomni una possibilità di salvezza; quando Beowulf è nella grotta per uccidere la mostruosa madre di Grendel, compare una spada magica che gli consentirà di tagliarle la testa, quella spada appare come una croce; ancora, la lotta tra il drago (ma anche Grendel) diviene la lotta contro il diavolo e contro le tentazioni della ricchezza custodita dal drago; solo un uomo resterà accanto a Beowulf nella sua lotta finale, Wiglaf, che sarà paragonato a San Giovanni, fedele apostolo di Gesù.
Quali che siano i significati nascosti di questo bellissimo poema epico, esso merita di essere conosciuto e la traduzione e analisi compiute da Tolkien in questa opera “Beowulf” (Bompiani, 2019), mi sembra la più esaustiva ed esauriente poichè fornisce al lettore diversi piani di lettura e anlisi, dalla semplice lettura di una storia, ad approfondimenti linguistici e semantici curati e mai azzardati.