la morte di Gesù, di J. M. Coetzee, recensione di Loredana De Vita

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Il romanzo “La morte di Gesù” (Einaudi, 2020) di J.M. Coetzee, conclude la trilogia della storia di David, Sìmon, Inés e la completa con la delicatezza e sofferenza che accompagna un lutto.
La lettura di quest’ultima parte è particolarmente commovente, ma non solo per la morte del bambino “speciale” David, ma perché è quella più intensa dal punto di vista degli interrogativi che David pone a Sìmon e che Sìmon pone a sé stesso.
Tutti interrogativi che non possono non riflettersi nella mente del lettore che cerca risposte che forse non esistono o che esistono solo se si riesce a cogliere quale sia il messaggio che David, nel caso specifico, ma anche quello che ogni persona, lascia dietro di sé.
È molto abile, l’autore, nel guidare i lettori verso interrogativi che toccano l’esistenziale e facendolo con cura , semplicità, dedizione, poichè si intuisce che sono gli stessi interrogativi che l’autore pone a sé stesso e per i quali cerca una risposta. Qual è il messaggio di David? Ma viene anche da chiedersi, qual è il messaggio che l’autore vuole trasmetterci?
È una cosa il messaggio? È davvero qualcosa che può essere ricopiato e riprodotto all’infinito o ripetuto di voce in voce? Oppure, il messaggio è qualcosa di più intrinseco alla persona, è la persona stessa che si fa portavoce e tramite di una verità?
Solo a ciascun lettore il diritto di dare la propria risposta, poiché essa è parte del mistero del messaggio stesso.
Il senso di abbandono che vivono Sìmon e Inés dopo la morte di David (misteriosa e incomprensibile), è profondo, trasforma le loro vite; ciascuno cercherà di elaborare il lutto e, come spesso può accadere, questa elaborazione può anche condurre a separazione.
Il personaggio di Sìmon, in questo ultimo romanzo, sembra essere in simbiosi con David. Si interroga sul suo essere stato in grado o meno di essere accanto al bambino, di comprenderlo, di offrirgli una possibilità di superare l’angoscia della sua diversità rispetto agli altri bambini e anche agli adulti. Sìmon si sente sconfitto, da maestro ed educatore è diventato allievo di David, ma intuisce che, nonostante le litigate e i rifiuti dichiarati del bambino, è stato importante nella sua vita.
Mentre si interroga su quale sia il messaggio di David, Sìmon si interroga su sé stesso, sul suo bisogno di razionalizzare, sul dualismo tra ragione e passione, sull’importanza dei numeri ma anche sulla loro arbitrarietà. Per quanto sofferente per la mancanza, Sìmon è un uomo nuovo, un uomo che riesce a esprimere tutto il suo amore per il bambino che tenta di ritornare alle origini del suo essere un orfano e che stabilisce un confine tra il vecchio e il nuovo.
Continua per tutto il romanzo il riconoscimento di somiglianze della vita di David con quella di Gesù, il suo desiderio di occuparsi degli ultimi, la percezione che un essere umano è tale solo quando dedica totalmente sé stesso all’altro mettendo da parte l’egoismo pur se si ritrova da solo.
Un altro tema che mi sembra percorribile in tutti e tre i romanzi è quello della migrazione, così attuale e imprescindibile. L’essere migranti, ritrovarsi in una terra nuova incomprensibile spesso, ma soprattutto che non comprende. Una terra che cancella il tuo nome, la tua esistenza precedente, che impone limiti e differenze tra gli esseri umani. Di tutto questo David e Sìmon sono testimoni, di tutto questo David si fa carico.
Moderno Don Chisciotte con il suo fedele scudiero, David percorre un tempo che non esiste, ma che potrebbe e dovrebbe. Un tempo in cui gli ideali e la giustizia siano più potenti dell’iniquità e dell’indifferenza.
Molte cose ancora si potrebbero dire di questo romanzo e dell’intera trilogia, ma è giusto che ogni lettore ne sperimenti e intuisca la grandezza.
“La morte di Gesù” (Einaudi, 2020) di J.M. Coetzee, un romanzo che consiglio vivamente.