Artemisia, di Nadia Verdile, Maria Pacini Fazzi editore 2026, recensione di Daniela Domenici

Superlativamente splendida questa biografia che Nadia Verdile, giornalista e scrittrice, dedica ad Artemisia Gentileschi, la Pittora del 17esimo secolo.
Quest’artista straordinaria e questa donna coraggiosa che ha avuto il coraggio di denunciare lo stupro subito e di sopportare il successivo processo e le maldicenze viene da Verdile descritta con empatica ammirazione e con dettagli bibliografici accurati che ci fanno vivere, insieme a lei, i tanti viaggi che Artemisia ha fatto, da Roma a Firenze, poi a Venezia e a Napoli, infine a Londra e poi di nuovo a Napoli. Questa donna ha cresciuto da sola due figlie, Prudenzia Palmira e Francesca, ha avuto committenze da politici e religiosi di rilievo, ha continuato a dipingere capolavori nonostante tutti gli ostacoli che ha incontrato sul suo cammino, non ha avuto aiuti ma si è fatta da sola, ha combattuto la misoginia imperante con la sola forza dei suoi capolavori; infatti sulla sua tomba a Napoli c’era scritto soltanto “Artemisia” senza alcun cognome, né quello del padre né, tantomeno, degli uomini che hanno incrociato il suo cammino terreno: complimenti!
Concludo con le parole di Verdile tratte dalle ultime pagine del libro “la sua vita era stata una scalata verso il cielo…era stata maltrattata, usata, abusata, invidiata, offesa, ammirata, apprezzata. Era stata capace di di costruire percorsi virtuosi in un mondo al maschile in cui essere donna , capace e bella, significava essere una malafemmina…non si era piegata alle regole del tempo, aveva rivendicato la sua libertà di pensiero e di azione…” e noi ringraziamo l’autrice per averci regalato, con la sua penna sapiente, il ritratto di questa Donna con la D maiuscola: Artemisia!