la gattina che non vuole lasciare Teheran, editoriale di Giusi Sammartino
Carissime lettrici e carissimi lettori,
si chiama Sunny, ha un musetto birbone e simpatico che rimanda alla luce vivace del sole. È una gattina di razza persiana, come le si addice per appartenenza geografica. Non è più giovanissima, ma ha un carattere deciso e il suo manto, di color marrone brillante, la illumina tutta. Ha carattere, perché sembra che abbia deciso lei per tutta la sua famiglia: non si lascia Teheran e la vecchia casa, conosciutissima in ogni suo angolo e nei nascondigli sotto tutti i letti. Nonostante la guerra. Il rumore delle bombe che cadono sulla capitale non la spaventa. Sunny fa capire a tutti che non andrà via e che non farà seguire alla sua famiglie la sorte di chi ha fatto i bagagli in fretta e furia, fuggendo con paura di fronte a scenari bellici sempre più minacciosi.
Sunny non si è intimorita neppure quando lo spostamento d’aria, causato dai bombardamenti, ha mandato in frantumi i vetri delle finestre di quasi tutti gli appartamenti dell’edificio in cui abita con i suoi umani da anni. Sunny ha deciso per tutti: non si deve lasciare Teheran. Caparbiamente ha decretato che bisogna rimanere in città, nella casa delle dolci, quotidiane abitudini, legate alla vita e ai ricordi. A modo suo Sunny (o chi per lei!) ha creato “resistenza”, contro i regimi, contro le prepotenze, contro le paure di possibili antichi ritorni. La vita deve vincere.
Sarà per questo che le donne iraniane si sono messe a “creare” la loro resistenza lavorando a maglia delle lunghissime sciarpe rosse, del rosso più vivace. Come instancabili Penelopi, uguali e contrarie, le usano come simbolo per combattere il tempo senza armi e salvare questa terra che parla di storie antiche e di millenaria cultura. Storie tra le più antiche del mondo, create dalla dinastia Achemenide, iniziata da Ciro il Grande nel 558 a.C., che hanno fondato uno dei più vasti imperi dell’antichità, dal Mediterraneo all’Indo, celebre per la sua amministrazione efficiente, le satrapie e la tolleranza verso i popoli conquistati.
Vi racconto delle donne, quelle che non amano fare la guerra, che da piccole non sono avvezze a giochi di assalto, che spesso si trovano a soffrire, vittime della violenza voluta dagli uomini. In tutto il mondo spesso va così. Noi donne abbiamo saputo creare la Storia, ma siamo rimaste fuori dal suo racconto. La Storia narrata dei libri si è “scordata” di noi: delle artiste, delle matematiche, delle architette, delle mediche, delle scrittrici, delle grandi avvocate e poete. Non esisteva in certe professioni la versione al femminile perché non erano “cose per donne”. Sembra tutto ovvio superato e scontato. Ma ancora non è così. Ancora si pensa che architetta, ingegnera, direttora d’orchestra o avvocata siano termini “cacofonici”, suonino male. Non ci “conviene” neppure denunciare perché ci sono giudici, anche donne, che ancora pensano che chi subisce una violenza, uno stupro, abbia in qualche maniera provocato il carnefice. In tal modo durante il processo chi denuncia si ritrova ad essere di nuovo vittima e ancora arrivano le domande sulla biancheria indossata, su uno sguardo lanciato, su un “no” non pronunciato espressamente. Nel processo si diventa di nuovo vittime, ancora dolore e violenza.
Le donne di tutte le guerre, ormai è un dato certo, soffrono ancora più degli uomini perché sono esposte a troppi pericoli in più. E a sofferenze duplicate per l’assenza maschile, ma anche per la maggiore violenza che gli uomini “che fanno la guerra” riversano contro il corpo femminile (ricordate le marocchinate?).
Le donne iraniane soffrono, da tanto tempo. Soffrono ancora di più le loro sorelle afghane dimenticate da troppo tempo, isolate, rese trasparenti dopo che molte di loro hanno conosciuto gli studi, il lavoro, la potenzialità di muoversi da sole. E poi sono state lasciate, completamente scordate da tutti e tutte, sole ad affrontare un regime maschilista e patriarcale.
In Iran, la terra dei Persiani, una donna, Narges Mohammadi, è finalmente stata trasferita in un ospedale di Teheran consono ad ascoltare i bisogni di salute che ormai stanno prevalendo sulla vita. A Mohammadi il 16 ottobre del 2023 è stato dato il Premio Nobel per la pace. Quel giorno l’attivista era in carcere, come lo era ora, prima che gli avvocati e i familiari insistessero perché Narges fosse trasferita e curata nel posto consono.
Racconto delle poesie delle donne Persiane. Le loro composizioni vengono da un tempo lontano e si dice che scrivano in maniera più audace e diretta dei poeti, dei maschi. “In un libro, The mirror of my heart” di un professore inglese , Dick Davies, traduttore di poeti del calibro di Hafez, Firdosi e Attar, si tratta di poesia femminile persiana, iniziando dal X secolo con gli stupendi versi di Rabe’eh (vissuta in quello che oggi è territorio afghano) fino ai giorni nostri con la poesia di Fatemeh Ekhtesari, che è nata a Kashmar, in Iran, nel 1986. Il libro, sottotitolato “Mille anni di poesia Persiana delle donne”, è stato pubblicato da Pinguin nel 2021 e è ancora solo in inglese.
“Diversamente dagli uomini, le poetesse persiane osano temi lascivi, mettono in piena luce il corpo, le voglie della carne. Il cliché della mistica islamica – il rapporto d’amore con l’Amato, che ha sublimi riscontri, nella nostra tradizione, nel Cantico dei cantici – svela i propri umori, i sentori del corpo sfatto, che muore dell’amore, senza velature d’assoluto. Il sensuale domina sul sentimentale; il dettaglio – anche lubrico – emerge sul pendaglio teologico. Il vino è davvero vino, la coppa è la coppa, le labbra sono labbra, senza roseti né roveti ardenti a foraggiare di simboli la tracotante nudità. Chi scrive, genericamente, è donna d’alti natali, la cui ‘fortuna’ l’ha portata a essere dama o scriba presso le corti dei timuridi, dei mongoli o dei moghul. Spesso questa donna è andata in sposa a un alto funzionario: di matrimoni infelici sono costellati questi canzonieri che però – per la sottile arte del pudore, esteticamente eccelsa – non sfociano mai nella ‘confessione’; vi si accede attratti da uno spiraglio, da un sibilo, da una mera malignità confitta tra le fessure. Tuttavia, questa donna godeva della libertà di poter scrivere e studiare, sapeva primeggiare, per statura lirica, sui poeti dell’altro sesso – contemplava, tradiva, fuggiva da una vita vana, dalle censure della consuetudine. Le vite di queste donne divennero, con rapidità di falco, leggenda; dal presunto libertinaggio di alcune di loro cagliarono poemi. Per certi lati, la storia, miracolosa, di queste donne è paragonabile a quella delle cortigiane giapponesi di epoca Heian: Murasaki Shikibu, Sei Shonagon e le altre, che da un mondo di paraventi hanno tratto un’intera letteratura. A differenza di queste, le poetesse persiane non subiscono la reclusione – semmai, un esilio del comprendere, le perpetue trappole del frainteso – e il loro lignaggio si attua nei secoli, costituisce un’audace discendenza. Alla vacuità delle giapponesi – a quell’irredento senso di nostalgia che pervade i loro scritti, alla taciuta ferocia – le persiane sostituiscono la pienezza d’amore, il rimorso, semmai, l’imperio dell’ira. Non è un caso se alcune donne che hanno sconvolto i salotti francesi degli ultimi secoli provengano dal Caucaso: Mademoiselle Aïssé e Banine. In queste donne, allo stesso modo, il gusto per il pettegolezzo si fonde all’arte della caccia: restano donne di deserti, di pronunciate pianure, di palazzi sulla soglia del miraggio, della calura che stenua in sfinge ogni ombra, fiere del loro essere fiera. Non attendono l’Amato con l’ansia patologica del mistico: pretendono una notte d’amore, pretendono tutto – e poi, prima di dimenticarlo, lo sorprendono spiccandogli una ciocca di capelli. Sanno che ogni notte ha il suo dio che muore – un nuovo dio, in bocciolo, sorgerà, all’alba” (Pangea, giugno 2025)
La prima poeta che leggeremo insieme è Rabe’eh, la pioniera della poesia persiana: “donna superiore agli uomini in talento, di acuminata tempra, intraprendente nel gioco dell’amore”, come narra una cronaca dello storico Muhammad Aufi (XIII secolo). Di lei si fece presto leggenda; la più nota – che diede avvio a poemi e romanzi – narra del suo amore per uno schiavo, Bektash. La relazione fu scoperta dal fratello di Rabe’eh, che le tagliò i polsi lasciandola, agonizzante, su una chiatta”.
Ho bevuto con il mio amore stanotte per sapere
se fosse davvero lui il mio amore. Libera dal dolore
e dal terrore, mi sono seduta al suo fianco e gli ho chiesto:
“Mio dio, almeno stanotte annienta le chiavi del mattino”.
*
Il suo amore mi ha catturato ancora –
ho lottato ferocemente, invano.
(A dire il vero, mi ha insegnato
che non si può nuotare nell’infinito
oceano dell’amore. Per avere amore
devi accettare ciò che per istinto rifiuti.
L’obbrobrio sia per te magnificenza
inghiotti il veleno come fosse miele).
Ho scosso la testa per liberarmi
ma il cappio, infallibile, si stringe
sempre di più.
Rabe’eh (X secolo)
Aggiungo Forugh Farrokhzad (1934-1967) che è stata una poetessa, regista e scrittrice femminista, una delle rappresentanti più importanti della modernità iraniana. Farrokhzad è morta giovanissima, a 32 anni a causa di un incidente stradale. Era la sorella maggiore del poeta, cantante e attore iraniano Fereydoun Farrokhzad
Vorrei che mi stringesse,
mi stringesse a sé folle d’amore
forte intorno a me avvolgendo
possenti e ardenti le sue braccia…
Vorrei, nel cielo dei suoi occhi,
trovare le stelle del desiderio
vorrei, nei suoi baci infuocati,
cercare la torrida brama del piacere…
Forugh Farrokhzad
Buona lettura a tutte e a tutti. Un caro saluto con una rarezza a Sunny che ha volutoche la sua vita continuasse al centro di Teheran. Forse non si può cancellare una civiltà millenaria