una bambina venuta dalla luna, di Berthe Bernage, recensione di Antonella Sacco

(edizione da me letta Salani Editore, Biblioteca delle giovinette, 1954, disegni di Rossini; titolo originale “Une petite fille tombée de la Lune”, 1937)
Una rilettura, un libro che avevo quando ero una ragazzina. Se ben ricordo lo comprammo in libreria, forse dell’usato, visto che è del 1954 e l’acquisto dovrebbe risalire ad almeno una quindicina di anni dopo.
Una storia d’altri tempi, sia per la trama che è quasi una fiaba, sia per i dialoghi e i modi di vivere.
Anche se l’autrice è francese, la vicenda si svolge fra Milano e la campagna (nel varesotto), in una famiglia numerosa (almeno per i miei canoni), con la madre che, naturalmente, fa solo la madre di cinque figli: tre maschi e due femmine, le minori.
La maggiore delle sorelle si chiama Serenella, ma è grassottella e viene perciò chiamata Pallina; ama leggere e fantasticare e per questo i fratelli dicono che sembra caduta dalla Luna; la minore è magra e considerata molto carina. Pallina sopporta con pazienza le prese di giro dei fratelli, ha un animo buono e generoso.
Attenzione: da questo punto poi racconto per sommi capi la trama.
La sua famiglia ospita durante l’estate Mario, un cugino, uno giovane di una ventina d’anni, che è rimasto cieco in seguito a un incidente e c he dall’Africa in cui vive con i suoi, è venuto in Italia per curarsi e rimettersi.
Mario ha un carattere chiuso, anche a causa della disgrazia che lo ha colpito, e l’unica persona con cui sta abbastanza volentieri è Pallina, che cerca di aiutarlo a passare il tempo, anche leggendogli delle storie.
Come nella maggior parte dei romanzi di diversi decenni fa, in cui l’eroe o l’eroina vengono accusati ingiustamente, qualcuno fa in modo di far sembrare Pallina più imbranata di quello che è. In questo caso si tratta della governante di Mario, che si occupa di lui e delle sue esigenze. La donna è gelosa del legame che si è creato fra il giovane e la cugina e cerca di screditare la fanciulla. Arriva perfino ad avvelenare il suo coniglio bianco, Babila. Ma queste manovre ottengono il risultato opposto, Mario si affeziona ancora di più a Pallina e prova empatia per il suo dolore.
Altro cliché: Pallina si ammala gravemente e quando guarisce non è più grassa; poi durante una passeggiata con Mario rischia di cadere dalla scogliera, ma viene salvata dalla governante, che nel frattempo si è pentita di tutto quello che le ha fatto ed è stata perdonata dall’interessata. Per lo choc Mario recupera la vista e dopo un po’ torna dalla famiglia in Africa.
Ma dopo cinque anni è di nuovo in Italia e sposa Serenella (non più Pallina, ormai, da tempo).
Tra i personaggi c’è anche una sorta di fata madrina, nella persona dello zio Stefano, padrino di Serenella; anche lui vive in Africa e si vede all’inizio del romanzo in visita alla famiglia e poi quando la fanciulla si ammala.
Comunque, nonostante l’età, che si sente, e i vari cliché, la storia – la fiaba – è piacevole da leggere. L’intento educativo si avverte: la virtù viene riconosciuta e premiata. Infatti la bontà di Pallina alla fine si rivela contagiosa e tutta la famiglia si rende conto del suo valore morale.