La ragazza di Bube al Teatro Le Laudi, recensione di Daniela Domenici
La trama di questo celebre libro di Carlo Cassola, pubblicato nel 1960 e vincitore del premio Strega di quell’anno, è ben nota per le innumerevoli letture fatte sui banchi di scuola, è sicuramente una delle opere più rappresentative del della letteratura italiana del Novecento ma diamo, per quei pochi che non l’avessero mai letto, alcuni brevi dati: gli anni della vicenda sono quelli immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, tra il 1946 e il 1948, e si svolge in Toscana tra Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, Monteguidi e Volterra.
I protagonisti della storia, intorno ai quali ruotano altri personaggi, sono Bube, un giovane partigiano, e la sua ragazza, Mara, il vero centro della vicenda, “ago della bilancia…capace di diffondere a piene mani allo stesso modo sia l’impertinenza e la freschezza della sua giovanissima età sia la profondità di riflessioni più adulte e mature, come se Cassola le concedesse di cogliere il senso della vita al di là del succedersi di dolori e angosce, proprio là dove l’amore è più forte. Perché oltre lo scontro politico e politicizzato…”la ragazza di Bube”…vuole essere una semplice e bellissima storia d’amore” con le parole dei due registi Biribò e Toloni autori anche dell’adattamento teatrale che ha debuttato ieri sera al Teatro Le Laudi a Firenze.
E Mara giovane è una straordinaria Elena Balestri a cui fa da perfetto contraltare la Mara anziana che narra, in un angolo del palcoscenico, la sua storia, la bravissima Valeria Vitti. Il fragile e, allo stesso tempo, coraggioso “vendicatore” Bube è impersonato da un formidabile Rosario Campisi. Bravi anche Goberto Teghini e Rosetta Ranaudo nei ruoli, rispettivamente, del padre e della madre di Mara, lui un uomo tutto dedito al partito comunista e alle sue idee e lei una donna addolorata per la morte del suo adorato figlio Sante; bravo anche Enrico Dabizzi nel ruolo di Stefano, innamorato senza speranza di Mara, e un applauso anche a Cristina Di Sciullo, Lidia Giordano, Marta Martini, Fabio Rubino e Anna Umberti.
Dalle note registiche “Non una riscrittura ma un adattamento fedele ai dialoghi, alla narrazione e allo stile dello scrittore toscano” che si rispecchia “nell’essenzialità della scenografia, nella pulizia dei costumi (di Antonio Musa) e nella poesia delle musiche originali che sono state appositamente composte per lo spettacolo” da Roberto Procaccini, belle e pertinenti: uno spettacolo di qualità, un’atmosfera rarefatta che lascia col fiato sospeso sino al momento dei meritatissimi applausi finali e che meriterebbe di avere una maggiore risonanza soprattutto nelle scuole superiori (e infatti c’erano alcuni studenti tra gli spettatori).


Mi hai fatto venire un po’ di nostalgia per questo libro letto e riletto, soprattutto perchè mi sembra di capire dalle tue parole che è stato un bell’adattamento, fedele al testo!
"Mi piace""Mi piace"