Fiorenza De Bernardi, la prima donna italiana pilota di un volo di linea, di Giulia Amarisse

fiorenza de bernardi

Sulle orme del padre Mario, pioniere dell’aviazione nazionale, Fiorenza vinse le resistenze maschiliste del settore aeronautico e fu la prima donna italiana a pilotare un volo di linea nel gennaio 1967. In un’informale conversazione vis-à-vis, FusiOrari ha raccolto memorie e aneddoti di un’avvincente e affascinante carriera.

La sua famiglia porta il cognome di un grande aviatore, Mario de Bernardi, suo padre. Da figlia d’arte, come ha scoperto la sua passione per il volo?

Sono figlia unica e ho avuto due splendidi genitori, che mi hanno sempre lasciato completamente libera di compiere le mie scelte. A quindici anni ho cominciato ad amare la montagna: sacco in spalla, ho camminato con il Club Alpino per tutte le Alpi e le Dolomiti, partendo dal Monte Bianco. Dicevo sempre che, terminati gli studi, avrei comprato una baita e avrei vissuto lì, vendendo birra e salsicce. Nessuno mi avrebbe più vista. Poi, un giorno, un amico di mio padre, dall’alto di un S 79, mi guardò e mi chiese se volevo salire. A me non attirava particolarmente il volo; mio padre non mi aveva mai spronata a volare. Sono salita per semplice curiosità e non sono più scesa. Ho detto a mio padre che avrei voluto imparare anch’io il suo mestiere e così ho cominciato a seguire delle lezioni. Inizialmente, da privata, volavo per sport e facevo competizioni, molto spesso con mio padre e poi con Robert Goemans, rappresentante della Piper, di cui per dieci anni sono stata copilota. Poi, nel 1967, sono stata assunta come prima pilota italiana di linea presso l’Aeralpi, società dalle scelte aziendali coraggiose e innovative. Con Aeralpi sono stata anche la prima pilota a volare con biglietti AZ, con piena soddisfazione dei passeggeri. Proprio perché i passeggeri erano contenti, mi sono proposta per l’assunzione all’Alitalia, recalcitrante a offrire un contratto regolare a una donna. La prima assunta regolarmente fu poi Antonella Celletti, comandante Alitalia tuttora.

Quando lei iniziò la sua carriera, l’emancipazione professionale delle donne era appena in bocciolo. Come ha vissuto l’inserimento in un ambiente lavorativo tradizionalmente maschile?

I primi giorni, all’Aeralpi, i piloti neanche mi salutavano. Per loro ero trasparente. Poi un giorno, sapendo che non potevano dirmi di no, ho proposto ai miei colleghi di seguirli mentre andavano a pranzare. Così abbiamo cominciato a conoscerci e a chiacchierare. Mi confessarono che con la loro diffidenza volevano spaventarmi, scoraggiarmi nell’impiego a cui mi stavo avviando. Raccontai a tutti che fin da ragazzina avevo camminato per tutte le Alpi, ero già allenata al rischio e all’avventura e loro, con la loro boria, non mi scalfivano minimamente. Così siamo diventati amici e lo siamo tuttora, nonostante siano passati lunghi decenni e l’Aeralpi non esista più.

Com’è cambiata, oggi, la percezione della “donna pilota”?

Il pregiudizio c’è tuttora, ma la realtà femminile è senz’altro cambiata. Un secolo fa le bambine venivano allevate in vista del ruolo che dovevano svolgere come future mogli; perciò veniva loro preclusa ogni base tecnica nel mondo dei mestieri maschili. I bambini, invece, giocavano con il meccano e a diciotto anni sapevano già usare un giravite. Oggi la distinzione non esiste più: ognuno fa ciò per cui è portato, uomo o donna che sia. Ci sono ragazze italiane che volano con aerei militari: il capo della pattuglia acrobatica francese, che ho conosciuto quest’anno, è una ragazza appena trentenne. Eppure, tendenzialmente i giovani di oggi mi sembrano molto più fiacchi di allora! Trovo che ai miei tempi ci fosse più spirito di corpo. Io ho sempre avuto un grande senso dell’avventura, il mio lavoro mi ha sempre divertito.

Qual è stata, per lei, l’esperienza più avventurosa in volo?

Le avventure più emozionanti sono state quelle legate alla mia esperienza di pilota a vela, di montagna e di ghiacciai. Una volta rimasi bloccata sull’Adamello e dovetti costruirmi un igloo in cui passare la notte, assieme agli altri che erano con me. E’ stato piacevole, grattavamo la parete dell’igloo e ci facevamo il Nescafè ogni due ore tra una chiacchiera e l’altra. Per non parlare di quando sono finita, in volo, nella laguna di Venezia, infradiciandomi ma senza farmi un graffio. Un’altra volta ero nei cieli di Roma con mio padre, dovevamo volare bassi per lanciare volantini del MSI e il motore si spense proprio sopra la città, il castello motore si piegò in avanti e io dovetti oltrepassare il muro di cinta per cercare un telefono. Alla fine tutti i volantini finirono nella villa dell’Ambasciata russa, dove improvvisammo un atterraggio di emergenza. Qualche giornale sostenne che l’incidente fosse stato programmato apposta! (ride)

Che cosa ha rappresentato, per lei e per l’aviazione, suo padre?

Senz’altro la persona più importante della mia carriera e tra le più importanti della mia vita. Era un uomo affascinante, simpatico, sempre allegro ed è stato, oltre che uno dei migliori piloti di sempre, inventore e costruttore. È stato per molti anni comandante all’Aeroporto di Montecelio: lì è praticamente nata l’aviazione, è stato effettuato anche il primo volo notturno. Mio padre ha ideato i comandi riuniti e il gancio per l’atterraggio sulle navi; ha pilotato i primi voli senza ossigeno di quota e il primo volo Milano – Mosca. Molti strumenti e dispositivi utilizzati oggi, nonostante i progressi e i perfezionamenti, provengono dalle sue invenzioni. Ho allestito una mostra nei corridoi del capo del reparto sperimentale dell’aeroporto Mario de Bernardi a Pratica di Mare, in cui sedici cartelloni illustrano tutta la storia di Montecelio. Credo che sia importante preservare la memoria e i ricordi, anche quelli relativi all’epoca fascista. La storia è realtà, che ci piaccia o no.

Il suo mestiere l’ha senz’altro indotta a viaggiare molto, in Italia e nel mondo. Nelle precedenti testimonianze lei sembra ricordare con particolare affetto il periodo della sua permanenza in Russia alla fine degli anni Sessanta, in piena Guerra Fredda. Come ha vissuto, da donna occidentale e prima pilota di linea italiana, quell’esperienza oltre la Cortina di Ferro?

Fui mandata in Russia mentre lavoravo per Aertirrenia a Firenze, presso cui diventai la prima Comandante donna in Italia. A Mosca ho seguito il corso sullo Yak 40, di cui l’Aertirrenia acquistò tre modelli. Siamo stati i primi civili a portare un aereo russo in Europa e a utilizzarlo per linee regolari. Aveva i suoi difetti, consumava molto, ma era una macchina robusta con tre enormi motori: poteva atterrare anche sulla neve. L’abbiamo portato in Australia attraverso un viaggio straordinario; siamo arrivati anche in Africa, dove abbiamo atterrato sul deserto. Quattro tecnici russi vennero a Firenze per insegnare ai tecnici italiani che cosa fosse uno Yak. Sono molto affezionata a quell’aeroplano e all’esperienza che mi ha permesso di conoscerlo e utilizzarlo. A Mosca ero tenuta nell’albo d’oro e avevo un ottimo istruttore, che però parlava solo russo. Nonostante la Guerra Fredda ero libera e disinvolta, giravo persino con un fucile in spalla, affidatomi dal comandante che seguiva i corsi con me. Chi poteva pensare che tenevo un fucile senza permessi?

Da un punto di vista economico e aziendale, anche rispetto alla situazione odierna, ha incontrato difficoltà nel corso della sua carriera?

Ho passato insieme ai miei colleghi momenti di preoccupazione, quando ad esempio una società chiudeva e ci chiedevamo che cosa avremmo fatto. Ma in qualche modo ne sono sempre uscita, finché ho avuto un violento incidente in automobile che mi ha costretto a smettere di volare. Ho sbattuto contro un muro, mi sono svegliata tre giorni dopo e ho passato nove mesi in ospedale. Oggi, per i piloti, corrono purtroppo tempi peggiori. C’è scarsa sicurezza a livello finanziario e questo crea tensioni che possono essere pericolose anche nello svolgimento pratico del proprio lavoro. Io, bene o male, nelle difficoltà ho sempre avuto uno spiraglio.

Di che cosa si occupa oggi?

Sono presidente dell’Associazione Donne dell’Aria (ADA), che dapprima consisteva in un’associazione di sole pilote – infatti denominata API, Associazione Pilote Italiane, – ; ora comprende anche direttrici d’aeroporto e chiunque si occupi direttamente di aviazione. Seguo anche le riunioni delle ISA, pilote di linea internazionali, che sono per me care amiche. Ogni anno le incontro in una nazione diversa. Si tratta di associazioni che mirano a sostenere le donne nella triste realtà dell’aviazione italiana di oggi, tra la decadenza dell’Alitalia e la burocrazia dell’Enac, che fa di tutto per impedire ai piloti il loro mestiere. Sono anche vicepresidente dell’AIPM, Associazione Italiana dei Piloti di Montagna, di cui frequento i raduni. Tre volte alla settimana ordino l’ufficio storico dell’Aeronautica militare, attività per me molto interessante e gratificante. Infine, vado spesso in un canile a portare qualche aiuto per sfamare decine di cani e gatti, oltre a occuparmi dei gatti randagi che si rifugiano nei pressi dell’Aeroporto dell’Urbe. Gli animali sono la mia grande passione.

da http://www.fusiorari.org

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