“La casa”, racconto di Michela Franco Celani
Voleva essere l’ultima a lasciare la casa, la vecchia madre. Gli altri erano già da tempo in piazza ad aspettare la corriera, le valigie nella polvere sul ciglio della strada sotto il sole, il piccolo che correva eccitato dappertutto, la nuora seduta su una panca all’ombra dell’unico albero – solo riguardo che si poteva avere in quel frangente per il suo stato – la nera figura del figlio che camminava avanti e indietro.
Lei si era attardata apposta. Quantunque tutta la sua roba fosse pronta dalla sera prima (aveva così presto fatto a metterla insieme), pure la mattina aveva cercato qualche pretesto per rimanere ed ora si aggirava per la casa deserta, seguita dal tonfo pesante dei propri passi. Tutto era uguale, eppure già dissimile da se stesso: sembrava che nel giro di poche ore, ormai vuota per sempre di loro, la casa avesse iniziato l’autonoma, ineffabile vita delle cose morte. Nella penombra la vecchia madre si muoveva lenta ma sicura, scarso il numero dei mobili e grande l’antica dimestichezza di lei. Le pareti bianche di calce recavano il segno di qualche crepa, offesa del tempo e dei sobbalzi di quella terra ostile che a tratti si scrollava di dosso, come un animale insofferente, uomini e case, buona solo per le capre che si ostinate ruminavano i pochi fili d’erba tra gli sterpi. Sul ripiano della madia una patina biancastra, polvere e farina, era penetrata fin nei più minuti interstizi del legno che negli anni aveva perso il suo aspro odore di bosco e s’era impregnato di quello, più dolce, del pane. Contro il muro il letto nel quale dormiva da qualche anno – da quando il figlio aveva preso moglie e lei aveva lasciato a loro e al nipote la camera matrimoniale – aveva ancora un’aria vagamente amica: vi si sedette un attimo a riposare e il pagliericcio crepitò quasi vivo sotto il peso del vecchio corpo sfasciato. Si rialzò dopo qualche minuto ed andò alla finestra, sfiorò con le mani callose il legno marcio delle imposte già roventi di sole e le spinse appena, facendole cigolare sui cardini arrugginiti: una vampata di calore la colpì in piena faccia, ma ugualmente rimase appoggiata al davanzale a guardare il cortile calcinato, il pollaio deserto e, più in là, il giallo profilo delle colline digradanti verso il mare che tremolava in lontananza. Lei il mare non lo aveva visto mai, né mai aveva avuto tempo per immaginarselo; forse solo quando, bambina, aguzzava le orecchie ai discorsi dei grandi nelle pause del lavoro in campagna – persino le bestie stremate dalla calura, lei sotto un albero a guardare il cielo e a pensare che il mare doveva essere proprio così, un cielo alla rovescia. Poi non c’era stato più tempo neppure per immaginare: crescendo aveva perduto i privilegi dell’infanzia e non ne aveva acquisiti di nuovi, perché l’età adulta era solo sudore e fatica e un continuo sfiancarsi da una gravidanza all’altra, il petto ancora gonfio di latte e il ventre che già tendeva la veste sotto il grembiule. Fu un’altra volta pervasa da quell’azzurro sogno di mare e le parve un’enorme ingiustizia non averlo visto mai, un sopruso assai più grave di tutti quelli che, ignara a volte e mansueta sempre, aveva dovuto subire: più grave del non aver potuto studiare – inutili le visite del parroco a suo padre, lei era una femmina e sarebbe rimasta a casa, e poi nella sua famiglia anche gli uomini sapevano a malapena leggere e scrivere; più dell’essersi dovuta spaccare la schiena sul campo, lei femmina a lavorare come un uomo; più dell’essere stata costretta a pigliarsi un marito che non le piaceva e al quale aveva sfornato quattro figli l’uno dopo l’altro, fino a quando lui, morendo, non l’aveva liberata dal suo pesante alito di vino e dalle sue avide mani rosse – neanche in confessione lei era riuscita a scaricarsi del peccato di quel sollievo e anzi vi aveva aggiunto il sacrilegio del suo silenzio.
Si scosse da quei pensieri inutili; dopotutto, non sarebbe morta senza vederlo, il mare. L’avrebbero visto anzi quel giorno stesso, sia pure dai finestrini di un treno in corsa, su su per ore e ore – come una sera le aveva spiegato il figlio, allargando sul tavolo della cucina una grande carta geografica ed indicando, in quell’inestricabile groviglio di linee e di segni in cui lei non si raccapezzava, la strada da percorrere – fino alla grande pianura, conoscere il mare e volgergli subito le spalle. Perché lei sarebbe andata con loro: per il figlio, certo, ma soprattutto per dare una mano alla nuora che si sarebbe sgravata di lì a pochi mesi e per pensare poi ai bambini, una volta che quella avesse trovato lavoro. Aveva spesso immaginato la vita lassù, e non le era piaciuta: il traffico, il freddo del clima e della gente, i modi sfacciati delle donne. Anche la nuora sarebbe diventata come loro? No , lei no certo, eppure, giovane com’era, si sarebbe lasciata ben presto influenzare – come quelle ragazze che, da qualche anno via dal paese, quando tornavano erano tutte intente a non rovinarsi i tacchi sul ciottolato – e il figlio, stanco per il lavoro in fabbrica e anche per paura di sfigurare coi compagni , avrebbe lasciato perdere. E i nipoti, che cosa avrebbe potuto lei raccontare ai nipoti, al secondo, poi, che lassù ci sarebbe addirittura nato? Lei sapeva solo storie vere e poco divertenti, legate alle stagioni e al lavoro della terra, al maltempo che si portava via in un’ora la fatica di un anno, alla gente che al paese c’era sempre vissuta o almeno era tornata all’ultimo per morirci. I nipoti l’avrebbero forse dapprima ascoltata attenti, ma poi – i tradimenti dei bimbi, immotivati, inconsapevoli e crudeli – si sarebbero annoiati e probabilmente anche un poco vergognati di lei. Nonostante tutto, lei sarebbe andata con loro, a custodire un legame che lentamente si sarebbe consumato con lei e con la provvista di olio, di formaggio e di ceci. Era un vincolo così tenue che in definitiva non legava nessuno, così temporaneo da non intralciare il futuro. La vecchia madre si sedette al tavolo della cucina, la testa appoggiata sulle grosse braccia ruvide. Quando era stata la prima volta che il figlio aveva accennato ad andarsene? Forse non c’era stata una prima volta, perché la sua inquietudine e la sua insofferenza per quella vita avevano già da tempo parlato per lui. Forse era stata la seconda gravidanza della moglie a farlo decidere, la consapevolezza di perpetuare un destino già segnato. La vecchia madre capiva: pure, quando il figlio le aveva proposto la vendita della casa, aveva sentito dentro di sé uno strappo, un urto, lacerata non tanto dall’idea riandarsene quanto da quella totale disponibilità del figlio a rinunciare alla casa dov’era nato, alla terra avara e maledetta, ma pur sempre sua. E si era opposta, caparbia, irremovibile, scontrandosi col figlio che continuava a rifiutare ogni altro mezzo possibile per rimediare il denaro necessario a partire, che difendeva ostinatamente quella soluzione che a tutti era parsa la più sconsiderata, anche alla nuora che in quella casa ci abitava da poco e non poteva amarla come loro, anche al parroco che pure non era della famiglia, ma che come al solito era venuto a proporre i suoi buoni uffici. Era stato lui – o forse no, lei non ricordava più con chiarezza – a dire che non bisognava mai tagliarsi i ponti alle spalle, e allora la vecchia madre aveva improvvisamente intuito il perché dell’ostinazione del figlio: egli non solo non voleva tornare, ma voleva precludersi ogni possibilità di ritorno, amputarsi le radici e trapiantarsi altrove, negarsi l’infido lusso di una debolezza o di un ripensamento che non sarebbe stato il solo a pagare, e per questo doveva innanzi tutto sbarazzarsi della casa che altrimenti – pur vecchia, malandata e lontana – gli sarebbe sempre rimasta dentro, come una tentazione ed una nostalgia. Allora aveva acconsentito anche lei a vendere e, poiché era già nell’età di potersi permettere qualche bizzarria, nessuno si era chiesto che cosa ci fosse dietro il suo voltafaccia. La sera in cui il notaio si era arrampicato fin lassù per farle firmare le carte, aveva finto di credere a tutto, al buon affare come all’aria di forzata allegria: aveva sturato una bottiglia di vino buono per festeggiare, ma il notaio era un uomo di città e si capiva che aveva accettato solo per cortesia. Erano rimasti poi loro due, la vecchia madre e il figlio davanti alla bottiglia lasciata a metà: l’imbarazzo di lui era una cosa viva, palpabile, che attimo dopo attimo la contagiava, anzi si travasava dall’uno all’altra fino a lasciare lui stremato e vuoto, e lei insostenibilmente oppressa. Allora si era alzata e, premendo la testa di lui sul proprio petto, gli aveva regalato la pietà di una bugia che ingannava entrambi allo stesso modo – figlio, non c’era altro da fare – e subito aveva sentito le larghe spalle alzarsi di sollievo.
La vecchia madre si alzò, rimise a posto la sedia con gesto usuale ed inutile e decise che era tempo di andare; da lontano si sentiva il clacson della corriera che arrancava su per la salita. Diede un ultimo sguardo in giro, poi si chiuse la porta alle spalle, infilando in tasca la chiave .
Sulla piazza, mentre passava al figlio le valigie ed i pacchi, tenendoli lati sopra la testa in un gesto così abituale da non costarle neppure fatica, cercò più volte di catturare il suo sguardo, ma da quella sera lui aveva vergogna di lei, né lei osava scalfire il suo sciocco, ostinato orgoglio di uomo dicendogli che ancora più lo amava per quella sua decisione che era forza e debolezza insieme, ma comunque non indifferenza nei confronti di lei, della casa, del campo – una strana sorta di amore che si annullava per paura di se stesso.
Mentre la corriere si allontanava, fu la sola a guardare fisso davanti – stretta nel pugno la preziosa, inutile chiave che non avrebbe più aperto nessuna porta – tra i colpi di tosse del figlio ed i singhiozzi della nuora, lei sola con gli occhi asciutti e l’inganno del figlio chiuso nel petto, come un omaggio

Grazie per la commozione che mi hai procurato, cara Michela. ❤️
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